martedì 30 dicembre 2014

My Best Of 2014

Questi di seguito sono, non in ordine qualitativo, i dischi, tra quelli ascoltati, che più mi sono piaciuti nell'anno appena trascorso.

THE ALLMAN BROTHERS BAND: “The 1971 Fillmore East Recordings”
THE ALLMAN BROTHERS BAND- “Play All Night- Live At The Beacon Theatre 1992”
VARIOUS ARTISTS- “All My Friends-Celebrating The Songs & Voice Of Gregg Allman”
LUCINDA WILLIAMS- Down Where The Spirit Meet The Bone”
DAVID CROSBY- “Croz”
WILKO JOHNSON & ROGER DALTREY- “Going Back Home”
DAVE ALVIN & PHIL ALVIN- “Common Ground”
OLD CROW MEDICINE SHOW- “Remedy”
GARY CLARKE JR.- “Live”
PAOLO NUTINI- “Caustic Love”
ST.PAUL & THE BROKEN BONES- “Half The City”
CHUCK E.WEISS- “Red, Beans and Weiss”
COUNTING CROWS- Somewhere Under Wonderland”
GUANO PADANO- “Americana”
THE BLACK KEYS- “Turn Blue”
RIPPIN' CHICKEN- “Rippin' Chicken”
MARC FORD- “Holy Ghost”
DAMIEN RICE- “My Favourite Faded Fantasy”

Concerto Dell'Anno:
Anche quest'anno è stato ricchissimo di concerti, ne ho visti moltissimi, sia per lavoro che per puro piacere.
Ne scelgo cinque che mi hanno davvero sbalordito.

ROLLING STONES- Roma, Circo Massimo- 22 Giugno
TEDESCHI TRUCKS BAND- Lucca, Summer Festival- 7 Luglio
LUCINDA WILLIAMS- San Francisco (CA), Golden Gate Park – 3 Ottobre
ST.PAUL & THE BROKEN BONES- San Francisco (CA), Golden Gate Park- 4 Ottobre
TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS- San Jose (CA), Sap Center- 5 Ottobre

domenica 28 dicembre 2014

Chuck Berry 1989, storia di un ritardo.

Il Pistoia Blues 1989 stava volgendo al temine, era l'ultima serata di quel 2 Luglio e ci apprestavamo ad accogliere l'ultimo artista in programma del cartellone, ricchissimo, di quell'anno.
Era già piuttosto tardi ed il cambio di palco, che si stava prolungando un po' troppo, stava iniziando a spazientire il numeroso pubblico che riempiva la piazza piena di pubblico che attendeva con impazienza l'arrivo di uno dei veri e propri Re del rock'n roll: Chuck Berry.
Come spesso accade, anche quando non dovrebbe, un po' di pioggerella aveva iniziato a cadere.
Attendevamo l'arrivo di Chuck Berry che, come sempre faceva e tuttora fa, pretendeva di avere a sua completa disposizione una Mercedes ultimo modello, in quel caso trattavasi di un modello 500 SLE.  Non fu un'impresa semplice  per l'organizzazione noleggiarla, visto che quel modello di auto veniva difficilmente noleggiato.
Fu comunque trovata e fu affidata all'artista che, anche questa consuetudine, pretese rigorosamente di guidarla lui stesso.


Berry ed il suo staff alloggiavano allora in un albergo della vicina Montecatini Terme, che dista da Pistoia una ventina di minuti, con una guida tranquilla.
Avrebbero dovuti esser li da una quarantina di minuti, però di loro non c'era ancora nessuna traccia.
Ricordo benissimo il suo tour manager di allora che passeggiava nervosamente, affacciandosi ogni poco in via Ripa Del Sale, la strada dove solitamente arrivavano gli artisti a quel tempo.

Un'ora abbondante di ritardo; pioggia, pubblico che inesorabilmente si stava spazientendo ma di Chuck Berry nemmeno l'ombra.
Dovete pensare che in un epoca in cui non c'erano telefoni cellulari, la comunicazione tra lo staff di un artista che partiva da una località per raggiungere il luogo del concerto, non era poi così semplice.
Fu chiamata la reception dell'albergo di Montecatini, dalla quale confermarono che l'auto, con alla guida Mr.Berry, era partita da circa un'oretta abbondante.
Preoccupazione a mille, sguardi interrogativi, misti a sguardi minacciosi, tra noi dell'organizzazione ed il povero tour manager che appariva sgomento, però niente da fare; Chuck Berry non arrivava.

Improvvisamente dal fondo della stretta strada vedemmo spuntare il muso di una imponente Mercedes, con alla guida Berry stesso che, parcheggiato l'auto in mezzo alla stretta stradina, ne scese con già l'abito di scena indosso, abito di scena che consisteva in una camicia rossa con sgargianti disegni multicolori e, lanciando le chiavi della macchina ad un sempre più sgomento tour manager, si precipitò cavallerescamente ad aprire lo sportello del passeggero seduto accanto alla guida.
Ne scese una signora bionda sulla quarantina abbondante, truccata in maniera abbastanza vistosa e con indosso un abito dall'ampio scollo che metteva ampiamente in mostra un notevole, anche se non più giovanissimo, seno.
La signora in questione sembrava un po' disorientata da tutto quel via vai di persone che si stavano dando un gran daffare (avevano infatti oltre un'ora di ritardo sull'orario stabilito), dal suono degli strumenti che si stavano accordando e dal pubblico che oramai non rumoreggiava soltanto, ma stava gridando e fischiando a più non posso.
Berry cercava con lo sguardo attorno a se; capii che era il momento di presentarmi a lui come il responsabile della sicurezza, cosa che feci con tutta la calma possibile e guardandolo direttamente ed in maniera ferma negli occhi, per trasmettergli quella fiducia che necessitano certi subitanei approcci.
Lui infatti mi sembrò sollevato ed i muscoli tiratissimi del suo viso si rilassarono un attimo.
Nel guardarlo negli occhi capii però immediatamente che costui era un tipo con cui non ci sarebbe stato assolutamente da scherzare, come sapeva benissimo anche Keith Richards che, durante un concerto di un po' di anni prima, pensò bene di fargli una sorpresa, salendo a sua insaputa sul palco, alle sue spalle, per unirsi a suonare con lui. Non l'avesse mai fatto; Berry sentita una presenza dietro di se si era voltato ed aveva centrato il malcapitato Richards con un diretto in pieno volto!

Quella sera però, capito istintivamente che di me poteva fidarsi, Berry mi affidò personalmente quella che in quel momento pareva essere la persona a cui teneva di più, vale a dire la vistosa signora bionda.
Si raccomandò che avesse una sistemazione comoda dietro agli amplificatori direttamente sul palco e, una volta da me rassicurato su tutto questo, andò di filato nei camerini a prendere la sua fida Gibson per salire on stage.
Rimasto solo con la signora in questione le chiesi di seguirmi per farla sistemare sul palco, come da Berry richiestomi.
Lei mi trattenne per un braccio e, guardandomi in maniera interrogativa, mi disse: “Mi scusi, posso farle una domanda?”, alla mia risposta affermativa mi domandò: “...ma chi diavolo è costui???”, al che aprì il palmo della mano destra mostrandomi un rotolo di banconote da centomila lire arrotolate con un elastico e disse “Mi ha dato tutti questi soldi e mi ha detto, tu vieni con me!”
La rassicurai dicendole che, con molta probabilità, al termine della serata avrebbe ricevuto dal signore in questione altro denaro; nel frattempo avrebbe dovuto fare quello che le chiedevo e la feci sistemare sul palco, dietro gli amplificatori, come Mr.Berry mi aveva chiesto...Rock'n Roll!!


Il concerto di Chuck Berry fu una lezione di rock'n roll; i suoi brani, uno dietro l'altro, furono una vera e propria lezione di storia del genere; da “Roll Over Beethoven” a “Sweet Little Sixteen”, a “Maybellene”, all'immancabile “Johnny B. Goode”, “No Particulare Place To Go”, “You Never Can Tell”, insomma tutto quello che ci si sarebbe aspettato da lui, compreso anche il suo celebre “duck walk”, caratteristica camminata fatta saltellando su di una gamba, mentre suona la chitarra, mossa che tra l'altro ha ripreso anche Angus Young degli Ac/Dc.


Terminata la sua esibizione, recuperò armi e bagagli (signora bionda compresa), risalì sulla enorme Mercedes e, sgommando, si dileguò nella notte toscana.

(la foto di Chuck Berry sul palco del Pistoia Blues 1989 è di Michele Lotta)

lunedì 21 luglio 2014

My Name Is Ernesto

Un concerto, immaginario, di Tom Waits al Mandela Forum di Firenze; un ragazzo, immaginario, arriva in treno per il concerto; Matteo L., ascoltatore assiduo di Rai Stereonotte dagli anni 80 e la sua voglia incredibile di conoscere la sua voce preferita di quel programma, quella di Ernesto De Pascale.
Il corollario di amici, collaboratori, musicisti e addetti ai lavori di Ernesto, incontrati durante la giornata trascorsa da Matteo nella Firenze di questi giorni.


Ognuno di questi personaggi, tra i quali ci sono anche io, Silvano, amico di Ernesto dal lontano 1972, nel ruolo di me stesso, dato che mi occupo del servizio d'ordine al concerto di Tom Waits, racconta qualcosa; un aneddoto, un ricordo, il modo in cui l'ha conosciuto, una giornata trascorsa assieme, giornate lavorative passate assieme a lui; insomma un insieme di racconti che daranno a Matteo la sensazione di saperne più su di lui di quante sarebbe riuscito a saperne direttamente dalla sua bocca.
Un'intera giornata passata ad inseguire Ernesto nei suoi luoghi abituali della "Firenze musicale", fino alle poltroncine del Mandela sulle quali Ernesto abitualmente siede per assistere ai numerosi concerti.
Un avvincente romanzo che consiglio caldamente di leggere a tutti quanti; quelli che conoscevano Ernesto De Pascale ed anche a quelli che ne hanno soltanto sentito parlare o ascoltato la sua voce dai microfoni.
So Long Ernesto...So long...

Ascolto consigliato durante la lettura del libro: "Blue Valentine"- Tom Waits

venerdì 16 maggio 2014

"SOGNI DI GLORIA" un film in due episodi di John Snellinberg

Ieri sera al Cinema Odeon di Firenze si è svolta la premiere del film “Sogni Di Gloria” del Collettivo John Snellinberg, un gruppo di giovani ragazzi toscani, di Prato per la precisione, con già alle spalle alcuni progetti degni di nota, come ad esempio il film precedente “La Banda Del Brasiliano”, pellicola che non si poteva neppure definire a basso costo, visto che per la realizzazione del film stesso, le spese erano ammontate a soli duemila euro.

Per questa nuova opera le spese sono lievitate non di molto, visto che di euro ne sono stati spesi pochi di più, circa venticinquemila che sono veramente niente nel panorama cinematografico, visto che si inizia a parlare di films a basso costo di opere che abbiano a disposizione circa cinquecentomila euro di budget.

Cinema strapieno in ogni ordine di posti, con gente purtroppo rimasta fuori, applausi prima dell'inizio del film a tutto lo staff presente alla proiezione e dopo, al termine, applausi a spellarsi le mani dal termine dell'ultima struggente scena fino alla fine dei titoli di coda, oltre a molti, tanti occhi lucidi.


Il film, che tra l'altro ha vinto come Miglior Film al RIFF- Rome Indipendent Film e addirittura come Miglior Film e Miglior Montaggio al Worldfest Houston International Film negli Stati Uniti, è un piccolo gioiellino indipendente.

Film in due episodi, alla maniera delle pellicole italiane dei sessanta. Un film dove, oltre alle irresistibili scene di una comicità tipica della terra Toscana, vengono toccati argomenti attualissimi e scottanti, come quello della Religione, senza dare alcun giudizio in merito ma riuscendo in maniera straordinaria a far riflettere; temi come la disoccupazione, l'integrazione razziale, la disillusione di un certo modo di fare politica del passato, memorabile ad esempio la battuta dell'Avvocato, uno straordinario Giorgio Colangeli perfettamente nella parte, “Non dimentichiamoci che ho fatto il '68”, e questo detto dal personaggio più scorretto e sgradevole della pellicola. 

Volti e caratterizzazioni azzeccatissime, come ad esempio il becchino che altri non è che il celebre e leggendario punk toscano Dome La Muerte, come le terribili Sposine, coppia di giocatrici di carte, assieme dal 65 e dalla lingua tagliente, capaci di farti letteralmente piangere dalle risate, come Niccio il batterista/fabbro  interpretato da Luke Tahiti che sta a John Snellinberg come Kurt Russel stava a John Carpenter o come Michael Madsen sta a Quentin Tarantino;  l'incredibile  "il Disumano"  interpretato dal bravissimo Luca Spanò, uno dei volti più interessanti del nuovo cinema italiano.

Tra l'altro ultima prova dell'indimenticabile Carlo Monni, uno dei migliori attori che la nostra regione abbia mai partorito ed anche forse uno dei più sottovalutati. La sua caratterizzazione del personaggio di Maurino, un vecchio giocatore di carte, è magistrale; una vena comica e assieme melanconica caratterizza questa stupenda recitazione.
Spero vivamente che questa bella prova riesca a rendergli, in termini di pubblica riconoscenza, quei riconoscimenti che gli sono stati negati quando era ancora tra noi.
Soundtrack, splendida, ad opera dei Calibro 35.
Si ride (molto), si pensa ed infine ci si commuove.

Film girato con una classe ed uno stile invidiabili, lo avvicinerei ad uno splendido blues nelle sue parti più malinconiche, acceso ogni tanto da qualche splendido assolo, che sono i non rari momenti comici. Ovviamente da vedere e rivedere; consigliatissimo.
Complimenti davvero a questi ragazzi che intelligentemente riescono in un'impresa davvero difficile di questi tempi.
PS. Sono tra l'altro orgogliosissimo di aver dato il mio piccolissimo contributo in una scena del film.


lunedì 31 marzo 2014

La Musica per i giovani di oggi e le differenze tra loro ed i giovani degli anni passati.

Gli anni '60-'70;  i "veterani" di un'epoca musicale forse irripetibile; i giovani di oggi ed il loro modo di fruire musica rispetto ai tempi dei loro fratelli maggiori (in certi casi anche padri), ma soprattutto il rapporto, a volte difficile, tra gli uni e gli altri..
Io ho vissuto quell'epoca e posso garantirvi che per noi amanti di un certo tipo di musica, quella che bene o male, derivati e non, viene ascoltata da molti miei lettori, non era così semplice. L'italia non era certo un Paese all'avanguardia come l'Inghilterra e trovare i dischi non era impresa da poco. C'era tra noi un passaparola continuo e chi aveva già "Lizard" dei King Crimson o il "III" dei Led Zeppelin in edizione originale (con la ruota che gira mostrando le facce dei 4 Zep sulla front cover) era guardato con un misto di invidia ed ammirazione.

Noi da Firenze dovevamo andare a Bologna dove c'era un negozio (Nannucci) che importava i dischi dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti almeno un mese prima che arrivassero da noi.
Ogni album acquistato era dunque una piccola conquista e, spesso, ci riunivamo a casa di uno e dell'altro per ascoltare gli ultimi acquisti e le novità e per valutarle assieme.
Frequenti erano le registrazioni dei dischi su cassetta, per aiutare in un certo modo, quelli che non avevano le possibilità economiche per acquistare tutto quello che di buono usciva in quei lontani giorni.
Le trasmissioni radio erano pochissime e ad orari scandalosi.
La principale rivista del settore era "Ciao 2001" dove Manuel Insolera e Enzo Caffarelli trattavano prevalentemente Prog Inglese ed italiano, facendoci perdere l'interesse per quasi tutto quello che veniva dalla West Coast e dal Sud degli Stati Uniti, però noi non ci disperavamo e con le armi che disponevamo (registratori a cassetta, viaggi all'estero con ritorni carichi di vinili, ecc.ecc.)  alimentavamo quella passione che era spaventosa.

Chiaramente vivere quella passione in quel preciso periodo storico era fantastico perchè vivevi le cose nel momento che "accadevano",ti trovavi così a veder nascere la Premiata e il Banco, ad assistere alle prime calate sul nostro suolo di Artisti come Canned Heat, Rory Gallagher, King Crimson, Genesis (quelli veri con Peter Gabriel), Deep Purple  (anche loro quelli VERI!), Grand Funk con Humble Pie di spalla; insomma vivevi  la cosa nel momento che accadeva ed era splendido.

Gli Amici che mi son rimasti vicino da quegli anni sanno a cosa mi riferisco, come me hanno visto grandi gruppi sciupare il loro stile, vendersi al Dio denaro o solo semplicemente perdersi per strada per poi magari ritrovarsi; tutto questo ha fatto parte di una storia arrivata fino ai nostri giorni ed anche noi arriviamo ai nostri giorni...

Ho la fortuna di condividere la mia passione più grande, quella per la musica appunto, con la mia ragazza che appartiene a questa generazione, essendo molto più giovane di me ed essendo però, oltre che appassionata, anche musicista.
Spesso mi ha visto strabuzzare gli occhi leggendo alcune cose scritte sia su facebook sia su altri social network da presunti pseudointenditori dell'ultim'ora ed è così che ho deciso di fare un attimo di chiarezza.


Tempo fa le feci un esempio di quello che penso riguardo a quello che accade, in molti casi, ad un ragazzo che inizia ad approcciarsi al mondo musicale:
prendete un ristorante dove sapete che il cibo è ottimo, vi sedete e,  dopo un ottimo antipasto, ordinate un buon primo, un secondo con uno stuzzicante contorno, innaffiate il tutto con un vino di una particolare annata, casomai un dessert, un caffè ed un liquorino per digerire il tutto e, se nel frattempo il fegato non vi ha salutato per andarsene ad un concerto di Bruce Springsteen, chiedete il conto e ve ne andate.
Prendete invece lo stesso ristorante e provate a pensare se tutte le cose che avete ordinato, vi fossero invece portate in un'unica zuppiera!
Mangereste tutto assieme!
Questo è un po' quello che può succedere ad un ragazzo di magari diciotto anni che inizia a seguire la musica oggi.
Alcuni più fortunati, iniziano magari ascoltando Heavy Metal, spinti magari da amici già appassionati a quel particolare genere e poi, incuriositi e vogliosi di capire da dove viene quella musica per loro così affascinante e contenente quello spirito di ribellione che non hanno le musiche ascoltate dai coetanei in discoteca, iniziano un percorso a ritroso, che li porterà prima a scoprire i precursori degli anni '70 delle bands che ascoltano, tipo Led Zeppelin, Black Sabbath, Grand Funk, eccetera e poi arriveranno piano, piano a scoprire i padri fondatori del Blues, fino addirittura a Robert Johnson, in un percorso che arricchirà la loro cultura. Altri invece, incameranno una tale quantità di Musica di anni, epoche, periodi storici diversi che inevitabilmente  e non per colpa loro, produrrà della confusione.
Se poi uno dei ragazzi in questione ha pure la presunzione di essere un "intenditore" e dar lezione di "sapere" agli altri, nascerà il vero problema. La confusione aumenterà ancora di più.


Altro piccolo ed illuminante esempio: un ragazzo legge da qualche parte di un grande chitarrista inglese degli anni '60, tale Jeff Beck (così tanto per fare un nome), e pensa di cercare qualcosa.
apre wikipedia, e vede che è un chitarrista blues inglese, legge un paio di recensioni, apre youtube e si trova davanti qualcosa come centinaia di pezzi.
Quale scegliere? clicca a caso.
Apre itunes o Spotify o un qualsiasi altro portale dove si può comodamente ascoltare tonnellate di musica gratis e ascolta una canzone che magari è una delle più brutte che ha fatto.
chiude itunes (senza nemmeno finire la canzone) e decide che Jeff Beck non gli piace.
Stop. Fine.
Ma non solo. A quel punto parlerà con i suoi amici di Jeff Beck, dicendo loro che è un chitarrista ipertecnico (?!?) stile satriani (?!?) che però non è veloce e ipertecnico come i chitarristi del G3 (?!?)

Molte volte poi bisognerebbe tener conto appunto dei periodi storici in cui è stato concepito un album.
Un piccolo esempio, a tale proposito, riguarda una Band arciconosciuta: i Deep Purple. "Perfect Strangers" dei Deep Purple appunto, è un grandissimo album ma non avrà mai la forza dirompente che ebbe nel mondo del Rock un disco come "In Rock" del 1970 che coglieva la Band nel suo momento creativo migliore e soprattutto nuovo. Ecco quindi che la distanza temporale tra i due dischi risulta enorme per chi li ascolta per la prima volta uno dietro l'altro ma il valore storico di "In Rock" può essere percepito maggiormente da chi ha  vissuto l'uscita del disco in prima persona.


A non aiutare un giovane nella sua crescita di una propria cultura musicale ha aiutato anche il terribile ventennio che abbiamo passato, che purtroppo sembra ancora ben lontano dall'essersi concluso.
Sotto il profilo culturale in generale, questo ventennio, è stato terribile. Le televisioni, con i loro reality show e con i loro programmi insulsi, non hanno certamente aiutato questa generazione a farsi una cultura musicale anche di base.
Nel passato, neppure troppo lontano, esistevano ad esempio programmi musicali, addirittura quotidiani come "DOC" di Renzo Arbore, a cui collaborava anche il mio indimenticato amico e compagno di mille avventure musicali,  Ernesto De Pascale, che presentavano il meglio del panorama musicale del periodo, rigorosamente dal vivo.
Oggi? Oggi i giovani sono ridotti a tifare per ragazzi come loro, ragazzi mandati allo sbaraglio da un'industria discografica priva di scrupoli, che li sbatte davanti alle telecamere in un reality, a cantare canzoni sicuramente non scelte da loro stessi bensì da persone che "studiano" appositamente per loro il personaggio da cucirgli addosso per poter piacere ad altri ragazzi;  fino al prossimo reality, dove saranno prontamente dimenticati in favore della nuova ondata. Praticamente masticati e sputati.


Come uscire da tutto ciò? Non è semplice; i social network possono essere una via. Chi ha vissuto periodi migliori metta a disposizione le proprie esperienze per aiutare gli altri a conoscere cose di cui si rischerebbe di perderne la memoria, cercando anche di restare attuali, perchè il fossilizzarsi sul passato, ancorchè splendido, può essere un pericolo ancora maggiore.
Musica bella c'è stata nel passato ma c'è anche oggi e ce n'è davvero tanta; basta avere la voglia di cercarla e scoprirla.




domenica 30 marzo 2014

DEVON ALLMAN Live at "Borderline" (Pisa) 15 November 2007

L'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Dopo aver avuto modo di vedere il Grande Gregg Allman con la sua Band personale (Gregg Allman & Friends appunto), la scorsa estate e dopo aver visto in azione il fenomenale chitarrista degli Allman,  Derek Trucks, soltanto poche settimane fa; non potevo lasciarmi sfuggire il figlio trentatreenne del biondo leader di una delle mie band preferite di sempre; anche perchè, sinceramente, il suo disco  "Torch"  mi era piaciuto non poco.

Arriviamo al locale con una buona oretta di anticipo sull'inizio del concerto.
Il "Borderline" è un delizioso locale (molto piccolo) nel centro storico di Pisa.
E'un locale in stile americano, molto Tex-Mex style, di questi tipici bar americani con attaccato alle pareti di tutto, dalle targhe automobilistiche, alle copertine di dischi,a poster di vecchi concerti autografati fino addirittura al muso di una vecchia Cadillac (Tarantino potrebbe tranquillamente girarci qualche scena di un suo film).
Il palco è piccolo e la sala, che ha una capienza si e no di duecento persone, ha i tavolini proprio a ridosso del piccolo palco.
Quando arriviamo il locale è praticamente vuoto, ci saranno sette otto persone intente a bersi le loro brave birre.
Di lato al piccolo palco si aggira il biondissimo chitarrista; mi presento subito dicendogli che la scorsa estate ho avuto modo di lavorare ad un Festival dove il suo grande papà suonava e stabilisco così un immediato feeling con lui.
Il ragazzo è molto disponibile, con un contagioso e sincero sorriso, mi dice che la sera prima aveva suonato a Roma davanti a circa 150 persone ed era molto soddisfatto di cio' (!), dato che  (testuali parole),  nei posti troppo affollati la gente parla troppo e presta poca attenzione alla musica!


Visto che il suo album e' un bel concentrato di stili, mi viene da chiedergli quali siano le sue influenze e, sorprendentemete  (ma non troppo)  mi cita immediatamente due Artisti che ama molto: Marvin Gaye e Al Green, oltre ovviamente la Band di famiglia, cosa che chiaramente emergerà dalle ben quattro covers che proporrà in seguito, durante il suo set, tratte dagli albums della Allman Brothers Band.
Mi dice anche che a livello chitarristico ama molto Stevie Ray Vaughan e, colgo così l'occasione per mostrargli, dal telefonino, la foto che mi ritrae assieme al grande ed indimenticato chitarrista texano, cosa questa che suscita in lui molta ammirazione nei miei confronti, dato che mi confessa di non aver mai avuto occasione di vederlo dal vivo.
Ama molto anche Billy Gibbons, con cui ha avuto l'occasione di suonare una One Way Out durante un concerto a Las Vegas un po' di tempo fa.

E' il momento di salire su, il locale si e' riempito (?!) di una quarantina di persone.
Devon ed i suoi Honey tribe, dove spiccano il batterista (potentissimo) Mark Oyarzar ed il bassista (altrettanto potente) George Potsos, suonano praticamente tutto il loro nuovo disco, dall'iniziale "Torch", alla latineggiante e santaneggiante "Mahalo", alla splendida e molto seventees "When I Call Home" (a mio avviso una delle più belle canzoni del disco), alla dura e ritmata "Mercy Mercy".
Nel mezzo c'è posto anche per un paio di covers; immancabile l'omaggio al padre, con una acclamatissima dall'esigua platea, "Midnight Rider" ed una sentita "Purple Rain" dal repertorio di Prince.

Devon, che imbraccia una Gibson Les Paul DeLuxe, autografata da Mr.Les Paul in persona (To Devon), non si risparmia, dimostrando una grande comunicativa con tutti noi ed una voglia di suonare che traspare da ogni sua nota.
Alla fine sono due i bis: una struggente "Melissa" ed una straripante ed acclamatissima "One Way Out".

Dopo il concerto i saluti di rito e la promessa, da parte sua di rivederci presto dalle nostre parti.
Peccato per chi non c'era, ottimo e robusto set di un artista che sicuramente ci riserverà non poche sorprese in futuro.
Chi non l'avesse ancora fatto si procuri il suo album "Torch".


POPA CHUBBY Live at "Auditorium Flog" (Firenze) 1 December 2007

L'"Auditorium Flog" a Firenze è gremito di gente e ciò non mi stupisce, anche in un periodo di profonda crisi per i concerti nei clubs, lui qui a Firenze ha sempre richiamato un buon pubblico; pubblico di bluesmen e rokkettari, pubblico che ama divertirsi con del buon blues suonato con feeling e magari con una buona birra in mano.
Appena arrivato vado subito nel backstage e, come mi vede si alza in piedi ed esclama "aah Silvano, i'm very glad to see you!" e, con la sua zampona, mi stampa una megapacca sulla spalla dove il pomeriggio stesso ho fatto un nuovo grosso tatuaggio!….alla mia smorfia di dolore e alle successive spiegazioni…giù grosse risate!

L'atmosfera è, come sempre molto rilassata ed amichevole e, per una buona mezz'ora stiamo assieme a parlare.

Gli dico che ho ordinato il suo nuovo cd dal suo sito circa un mese fa e che ancora non l'ho ricevuto; lui, senza neppure farmi finire, prende una copia del nuovo disco da un borsone a terra, mi fa sopra una dedica col pennarello e me lo porge!

E' il momento di salire su; "ok Ted, i'll see you after the show…Keep on Blues'!" e via!

Si parte con "Theme From The Godfather" (il tema del Padrino) e via via brani e covers tratti dalla sua steminata discografia: "Stoop Down Baby", "Let The Music Set You Free", "Foxey Lady", "Isabella", "Sally Likes To Run", a versione da brivido di "Red House". Popa è un fiume in piena, degnamente accompagnato da A.J.Pappas al basso e da Chris Reddan (dal look simil-punk che contrasta tantissimo con quello del leader) precisi e potenti, praticamente lo stesso combo della scorsa estate (già un piccolo record per lui che cambia continuamente i musicisti che lo accompagnano.)



Nel frattempo mi ha raggiunto anche Fruz al suo primo appuntamento col mastodontico chitarrista del Bronx.

Dopo un finale incandescente dove Popa si siede alla batteria per un set a due col batterista, tutti nei camerini per i saluti di rito e l'appuntamento alla prossima visita del nostro caro Amico Ted in arte Popa Chubby.



JOE PITTS BAND live at "Wallace Pub", Prato- 15 Feb. 2009

Joe Pitts è un chitarrista proveniente dall'Arkansas che si esibisce con il classico power trio, ad accompagnarlo in questo suo viaggio musicale che lo ha portato anche da queste parti per un breve tour, sono il poderoso bassista Jimmy Lynn proveniente dal Texas ed il giovane batterista, molto potente anche lui, David Bishop da Nashville, Tennessee.
Il locale dove si esibirà è un grande pub, il "Wallace Pub" a Prato, con un piccolo palco e tutti i tavoli davanti. Il pubblico non è molto numeroso ed il musicista si aggira sul palco per sistemare il suo ampli e le sue pedaliere.
Ne approfitto per avvicinarlo e fare due chiacchiere.
Si dimostra subito molto disponibile e simpatico.
Mi conferma che le sue influenze spaziano dai Maestri del genere (Duane Allman, Jeff Beck, Roy Buchanan, Warren Haynes).
Mi racconta di aver conosciuto il compianto bassista dei Gov't Mule e, in precedenza degli Allman Brothers, Allen Woody in un negozio di strumenti musicali dove quest'ultimo lavorava, molto prima che entrasse in pianta stabile nella band di Warren Haynes e di aver suonato con lui, a questo proposito mi dice, sorridendo, di scherzare spesso con Warren Haynes ricordandogli di avergli "rubato" il bassista.

Parlando di un altro musicista che, mi dice,averlo influenzato molto, cioè Billy Gibbons, gli racconto di averlo visto proprio la scorsa estate con i suoi ZZ Top e di averlo trovato in forma splendita, lui mi guarda e mi promette di suonare, in mio onore, una song del mitico trio texano.


E' il momento di salire sul palco. Il concerto è di quelli trascinanti, le covers si sprecano, da una "Dazen And Confused" degli Zep ad una "Just Got Paid" appunto degli ZZ TOP (thanks Joe!), fino ad una "Outskirts Of Town" e "One Way Out" di Allmaniana memoria, "Mr.Big" dal repertorio dei Free, tutte riviste dalla slide del leader, mischiate a pezzi propri, come la lunga "VT Inst # 6 Jam" e "Blue Light Rain" tratti dai suoi due albums "Just A Matter Of Time" del 2007 ed il nuovo disco, registrato live, "One Night Only" (entrambi dischi caldamente consigliati a chi ama il suono delle jam bands più potenti)

Il punto di richiamo della sua Musica sono i Gov't Mule, di cui rifanno "Mother Earth" e i chitarristi Larry McCray e Walter Trout.

Tre ore di Musica scorrono via veloci, trascinati dal sound di questa Band che non si risparmia certamente e dimostra di divertirsi un sacco sul palco.
Il concerto si conclude con una trascinante versione di "Ice Cream Cake" del Jeff Beck Group.
Un ottimo chitarrista dotato di una voce molto calda e potente.
Se capita dalle vostre parti non lasciatevi scappare l'opportunità di trascorrere una serata all'insegna della sua Musica.

Tre giorni a Udine con gli W.I.N.D. (1-3 Maggio 2009)

Pubblico adesso sul blog un articolo che scrissi ben cinque anni fa a proposito di tre giorni in cui fui ospite di una delle band italiane che più amo, gli W.I.N.D.
In quell'ormai lontano maggio del 2009, fui ospite a casa del bassista, leader della band, Fabio Drusin e passai tre splendidi giorni di full immersion nel loro mondo musicale.

"Con un po' di ritardo,dovuto principalmente alla poca voglia di scrivere,mi accingo a raccontarvi qualcosa dei tre giorni che io e Fruz abbiamo trascorso ospiti della W.I.N.D.-Family in quel di Udine.



Appena arrivati siamo entrati nella loro piccolissima sala prove dove i tre della Band assieme ad Alex (fotografo ufficiale) e Martin (Amico di vecchia data) ci hanno accolti calorosamente.In particolare Fabio Drusin (unico supersite della vecchia formazione che tutti conosciamo bene) ci ha abbracciato come si conviene con dei veri e propri "Brothers" quali noi siamo considerati.

Non avevo ancora sentito in action la nuova line-up della Band comprendente Anthony Basso (19 anni e suona la chitarra da quando ne aveva quattro!) ed il batterista Silver Bassi...devo dire che il tiro è impressionante!
Volumi altissimi, grinta e tecnica la fanno da padroni, groove e divertimento a mille!
Praticamente io e Fruz abbiamo assistito a bocca aperta ad un vero e proprio concerto privato. Partenza a razzo con "Lucky Man" (da "Groovin'Trip"), poi un paio di pezzi nuovi (My Solitude e Unbelieve) entusiasmanti, una "Whipping Post "di Allmaniana memoria con all'interno citazioni di "Shake Your Moneymaker" e "Ain't No Love In The Heart Of The City" con un finale assolutamente esplosivo.




Fabio ha voluto provare il basso Rickenbacker di Fruz che Lei aveva appositamente portato e, a detta dello stesso Fabio, questo basso, sarà il suo prossimo acquisto!

Ancora una cover "Almost Cut My Hair" di CSN&Y cantata in maniera personalissima da Anthony, dotato di una bellissima voce, leggermete più "pop" di quella bluesy di Fabio ma ugualmente bella e trascinante (e debbo dire che la differenza tra le due voci è una delle cose più affascinanti di questo nuovo combo, dato che si integrano alla perfezione dando al risultato complessivo una marcia in più).

Per finire, in nostro onore (Fabio conosce bene le nostre passioni) uno scatenato ZZ Top-Medley: "Beer Drinkers & Hell Raiser/Just Got Paid/La Grange/Tush" con me e gli altri in piedi davanti a loro ad applaudire; il basso di Fruz fa fuoco e fiamme tra le dita di Fabio, Anthony concentratissimo infila riffs infuocati e Silver dietro ai tamburi è un vero e propio rullo compressore, preciso e potente come ricordavo fare solo ai drummers dei 70's; niente da dire: entusiasmante!

Dopo le prove tutti assieme a cena a parlare di musica , festivals e aneddoti vari.



Praticamente sono stati tre giorni di full immersion nella musica, in tutti i sui aspetti...non c'è stato un attimo che non sia stata presente, sia nelle nostre orecchie, sia nei nostri discorsi.

Ringraziamo davvero tutti quanti, in particolare Fabio, il nostro grandissimo Brother Fabio che ci ha gentilmente ospitato a casa sua e che ci ha dato l'opportunità di assistere alle prove di quella che senza dubbio di smentita considero al momento la più importante Band del nostro Paese."


Le foto pubblicate sono state scattate da: Fotocesco by: Alex (Alessandro Laporta).

sabato 8 marzo 2014

Ron Wood & Bo Diddley live at Pistoia Blues Festival 1988

Era il 1 luglio del 1988 ed eravamo alla prima giornata del “Bluesin' 88”, allora il Pistoia Blues Festival aveva assunto quella denominazione, una edizione quella, che sarebbe in seguito divenuta leggendaria per i nomi di assoluto rilievo che componevano quel cartellone.
Si erano già esibiti i primi artisti (Billy Branch, A.C. Reed, Maurice John Vaughan e la Blues Band),nei camerini ed in tutto il backstage serpeggiava una certa apprensione; stava infetti per arrivare, non un musicista del circuito blues vero e proprio, bensì una vera e propria rockstar: Ron Wood dei Rolling Stones.
Si sarebbe esibito assieme ad una vera e propria leggenda, vale a dire Elias Bates McDaniel, meglio conosciuto come Bo Diddley, per un tour denominato “The Gunslinger Tour” in omaggio all'album del 1960 “Bo Diddley Is A Gunslinger”.
 Ero il responsabile della security della manifestazione, pertanto il tour manager di quella turnee venne da me e mi chiese di piazzare una persona fissa accanto a Ron Wood, persona che avrebbe dovuto seguirlo in ogni suo spostamento.
Inizialmente assunsi personalmente quel ruolo e posso confermare, in tutta tranquillità, che i modi, gli atteggiamenti e, addirittura, le movenze, erano quelli di un vero Rolling Stone.
Anche per quanto riguardava le leggende che giravano attorno alla sua persona, garantisco che...è tutto vero! Infatti nel suo personale gazebo (all'epoca i camerini all'interno del palazzo comunale, erano dei gazebo), venne messa al centro del tavolo una bella bottiglia piena di bourbon di un'ottima marca. La prima metà di quella bottiglia verrà fatta fuori ancora prima di salire sul palco, la seconda appena finito lo show.
Non si comportava però assolutamente da rockstar, con tutti i capricci che quella tipologia di artista può avere (e questo era il bello) ma scherzava un po' con tutti nel backstage, me compreso e dava un'immagine di se piuttosto disincantata.


Mentre mi trovavo di fronte al gazebo/camerino di Ron Wood, che se ne stava al suo interno, bello tranquillo ed intento a gustarsi il suo pregiato bourbon, ed ero assorto nei miei pensieri, si avvicinò Bo Diddley che, guardandomi i bicipiti mi chiese “Are you a boxing fighter?”; gli risposi che avevo fatto anche del pugilato ma che mi ero dedicato per molti anni alle Arti Marziali, nella fattispecie al Karate; confermai comunque che amavo comunque molto il pugilato.
Dovete sapere che il quei giorni il pugile di maggior successo, il Campione del mondo dei pesi massimi, era Mike Tyson, che proprio in quell'anno aveva sconfitto a Gennaio il vecchio Campione Larry Holmes per ko alla quarta ripresa, a Marzo sempre dello stesso anno Tony Tubbs, sempre per ko stavolta alla seconda ripresa e, addirittura un paio di settimane prima della serata del Pistoia Blues, Michael Spinks, stavolta addirittura alla prima ripresa. Era Mike Tyson, insomma, in quel preciso momento una vera e propria strepitosa forza della natura; il pugile del momento.
Diddley mi chiese se avevo visto il match con Spinks ed alla mia positiva affermazione ci mettemmo a parlare tranquillamente della devastante potenza dei pugni di Tyson, che l'artista dimostrava ammirare molto, arrivando persino a mimare di fronte alla mia imbarazzata figura qualche jab e qualche montante!
Davvero un personaggio incredibile e davvero incredibile la situazione in cui mi stavo trovando con alle spalle uno dei chitarristi dei Rolling Stones che, all'interno del suo gazebo, se ne stava tranquillo a bere e, davanti a me, una vera e propria leggenda del Rock'n Roll come Bo Diddley che, se non stavo attento a schivarli, mi avrebbe colpito con uno dei suoi pugni.
Queste sono cose e momenti che, indubbiamente, resteranno per sempre impresse nella mia mente e che solo in un'atmosfera come quella, unica, del backstage del Pistoia Blues dove da sempre gli artisti, di ogni tipo, riescono a rilassarsi completamente ed a comportarsi quasi come se fossero ad un party nel giardino di casa loro, possono accadere.


Sul palco entusiasmarono completamente il pubblico.
Diddley, con la sua inconfondibile Gretsch rettangolare, suonò accordi semplicissimi con quelle sue manone (quasi da pugile appunto), però il ritmo, il groove e la potenza risultarono incredibili.
Ron Wood si dimostrò invece un pregevole chitarrista ed un buon cantante, nonostante non dotato di una voce particolarmente bella, anzi leggermente stridula.
La seconda parte del set, che li vide assieme sul palco fu decisamente entusiasmante, con i due che si inginocchiavano e si rialzavano in sincrono, dialogavano con le loro chitarre (bellissima  "Crackin' Up" con Diddley che ballava  come un ragazzino), incitavano il pubblico, lo richiamavano all'ordine (Diddley redarguì prontamente chi, preso dall'euforia, lancò sul palco una bottiglia d'acqua che personalmente dovetti andare a togliere tra i piedi di Wood).
Al basso la bionda Debby Hasting ed alla batteria Mike Fink, garantirono un ottimo groove sui brani che spaziarono dal repertorio dell'uno a quello dell'altro, come “I'm A Man” e “Bo Diddley” di Diddley, “Oooh La La"  dal repertorio dei Faces, di cui Wood era chitarrista e compagno di avventure e di sbronze di Rod Stewart, a classici quali “Little Red Rooster” e “Roadrunner”; insomma quasi tutta la set list del bel disco inciso in Giappone l'anno precedente, quel “Live At The Ritz” che recava in copertina un pregevole disegno di Ron Wood.

Gran festa nel backstage dopo il concerto, con i due soddisfattissimi della loro performance e della risposta avuta dal pubblico della Piazza di Pistoia.

venerdì 21 febbraio 2014

FRANCESCO "BIG" DI GIACOMO

Stasera mentre stavo cenando e, distrattamente, ascoltavo la televisione sintonizzato sul primo canale, dove c'era il Festival della canzone italiana di Sanremo, una notizia mi ha gelato il sangue: Fabio Fazio ha dato una notizia che non avrei mai voluto sentire: Francesco Di Giacomo, cantante del Banco Del Mutuo Soccorso è morto.
Un subitaneo incredibile senso di dolore mi ha assalito ed alcune lacrime sono scese sul mio volto.
Avevo avuto modo di incontrare Francesco "Big" Di Giacomo negli anni ed avevo avuto modo di imparare a conoscere la straordinaria persona che era.
Racconterò adesso i miei primi, lontani incontri avuti con lui, raccontandoli così' di getto.


Piper 2000 di Viareggio, 11 Luglio 1972
Ho 15 anni e sono al mio primo appuntamento con il Banco Del Mutuo Soccorso di cui ho acquistato pochi mesi prima il loro primo LP; disco che ho letteralmente consumato dagli ascolti, rigirandomi tra le mani la fantastica copertina a salvadanaio.
Assieme a due amici prendiamo il treno che da Pistoia ci condurrà a Viareggio.
Concerto strepitoso che vediamo praticamente accucciati sotto il pianoforte di Gianni Nocenzi.
Francesco "Big" Di Giacomo è incredibile, vestito con quel suo immancabile maglione marrone a maniche lunghe, grassissimo, barba lunghissima e carisma irraggiungibile.
Marcello Todaro (che dolore starà soffrendo in questo momento il mio amico Marcello), magro, magro, con i capelli lunghissimi, l'immagine che mi è rimasta fotografata in mente è di lui leggermente curvo, mentre con l'archetto suona la sua Gibson.
Pierluigi è una forza della natura, un drumming che ti entra direttamente nello stomaco.
Vittorio mette sinceramente un po' di timore quando, dopo la prima canzone , l'inedita "Polifonia" riprende il pubblico a muso duro, perchè secondo lui non fa abbastanza silenzio.
Finito il concerto restammo a parlare con loro fuori dal Piper in una notte che volevamo non finisse mai.
Gli altri a poco a poco si defilarono, mentre "Big" restò a parlare con noi.
Parlammo di musica, di musica ed ancora di musica. La nostra sete di musica non conosceva confini.
Ricordo che mi consiglio' due Lp che, ironia della sorte, non mi piacquero per niente (i Rocky's Filj e gli Wild Turkey di Glenn Cornick ex Jethro Tull), ma non importava, li acquistai ugualmente solo perchè me li aveva consigliati lui.
Parla e parla ci accorgemmo che erano oramai le tre del mattino, ora incredibile per quegli anni e che...avevamo perso l'occasione di prendere l'autobus che ci avrebbe riportato dal Piper alla stazione di Viareggio!
Bene, aiutammo il Banco a caricare i loro strumenti sul furgoncino ed in cambio loro ci dettero uno strappo fino alla stazione, giusto in tempo per il treno.
Quella fu la prima volta che, in cuor mio, mi sentii una vera rockstar.
Grazie anche per questo "Big"!




Teatro Astoria di Firenze,16 Marzo 1973
Siamo fuori dal Teatro, noi i soliti aficionados dei concerti fiorentini di musica pop; con i nostri capelli lunghi, le nostre frange e le nostre collanine multicolori ed i nostri sogni di un mondo migliore fatto di musica.
Serpeggia un po' di malcontento da parte di una frangia di ragazzi che mal sopportano i gruppi italiani. L'esterofilia era una pratica molto diffusa, oltre che molto stupida, all'epoca.
Arriva il Banco Del Mutuo Soccorso per il concerto pomeridiano. Molti applaudono, tra cui ovviamente io, "Big" mi riconosce, si stacca dal gruppo che sta entrando nel Teatro e venendo verso di me mi fa "aho, a' riccioletto, lo sapevo che saresti venuto".
Purtroppo un gruppetto fischia e batte le mani gridando Va-Der-Graaf, Van-Der-Graaf in uno stupido tifo senza senso.
"Big" li guarda, si avvicina e gli chiede il perchè. Uno di loro, il più acceso tale Sandro, gli dice che non spenderebbe le 1.500 lire per vedere una band che, secondo lui, avrebbe tutto da imparare dalle bands d'oltremanica.
"Big" gli chiede se ha mai visto il Banco, alla sua risposta negativa, mette mano alla tasca, tira fuori il portafogli e mette in mano del ragazzo 1.500 lire; "Vieni a sentirci, ti prometto che ti farò cambiare idea!" e tranquillamente torna a parlare con me.
"Big", unico, assolutamente unico.....



La foto di Francesco Di Giacomo al Piper 2000 di Viareggio (ma non del concerto dell'11 Luglio, bensì di quello del 29 Giugno) è stata scattata da Ernesto De Pascale.

La foto che mi ritrae con Francesco Di Giacomo è stata scattata a Firenze in Piazza del Carmine il 20 Giugno 1991.

mercoledì 22 gennaio 2014

GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS

Nel campo del cosiddetto Classic Rock, quel genere che strizza l'occhio a sonorità datate più vicine ai settanta che non ai giorni nostri, non è semplice trovare bands in grado di dire qualcosa di nuovo. Bene o male i generi sono già stati spremuti a dovere ed è così che i più giovani hanno tutta un'autostrada davanti per poter scoprire le glorie di un luminosissimo passato, ma i più anziani troveranno sempre dei problemi nel trovare in quei generi che vanno sotto la dicitura appunto di “Classic Rock” (Rock, Rock-Blues, eccetera), qualcosa che stimoli la propria curiosità.
Dalla Toscana, più precisamente da Firenze, viene invece fuori una band di “veterani” del genere, che ha deciso di mettere da parte i dubbi e di tuffarsi completamente in un'avventura nuova e stimolante ma con lo sguardo rivolto a certe sonorità sempre molto care.
I General Stratocuster And The Marshals, questo il nome della band, sono composti da musicisti conosciutissimi da chi frequenta il mondo musicale fiorentino, fin dai primissimi anni '70, quando in alcuni casi, alcuni di loro, con le rispettive bands, si esibivano in quei locali che sono divenuti vere e proprie leggende nel circuito fiorentino, lo Space Electronics (recentemente tributato giustamente dal bel libro di Bruno Casini “Ribelli Nello Spazio”) su tutti.

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La formazione della band vede tra le proprie fila infatti: il “Generale” Fabio Fabbri che ricordo nel 1973 con i capelli lunghissimi, alla maniera di Robert Plant, suonare la chitarra con i Jay, band cult fiorentina del periodo 1973-74, antesignani di un certo British-Rock che strizzava l'occhio a certo Glam Rock del periodo.
Iacopo “Jack” Meille, dalla voce potentissima, frontman inoltre dei riformati Tygers Of Pan Tang, band dell'ondata Metal anni '80. Richard Ursillo, con il suo fido Rickenbaker bass del '74, una vera e propria leggenda in città, prima (e siamo negli anni sessanta) con i Chewing Gum, poi con una band dell'epoca Prog i Campo di Marte e, successivamente assieme a Franco Falsini nell'avventura con i Sensation's Fix. Alla Batteria ed alle tastiere rispettivamente Alessandro Nutini e Federico Pacini entrambi direttamente dalla Bandabardò.


Il gruppo, attivo dal 2011, ha licenziato a proprio nome già due albums pregni delle sonorità che amiamo.
Il primo, dal titolo omonimo, con una deliziosa cover che riporta le due facciate di un LP, pure l'inizio del disco rimanda all'epoca gloriosa dei vecchi long playng, scricchiolìì compresi ed una fantastica ghost track che arriva ad una distanza abissale dalla fine dell'ultimo brano, per cui restate in attesa.
Brani come la tonitruante “All Because Of You”, brano che mi fa letteralmente impazzire, o “Highway” che sarebbe stato un singolo perfetto, solo se fossimo stati in un Paese musicalmente civile, danno l'esatta dimensione del tratto assolutamente internazionale della band.



Il secondo album, uscito recentemente, dalla bella copertina che ricorda certe covers di bands Southern Rock degli anni 80 (non ditemi che non vi rimanda alla grafica dell'album “Wild Eyed Southern Boys” dei 38 Specials), è un disco che getta definitivamente la maschera su quali siano le intenzioni del Generale e dei suoi sceriffi, quelle cioè di produrre un rock privo di inutili fronzoli ma che colpisce come un diretto al mento in ogni suo brano. Nove brani di produzione propria, con titoli che ti si incollano in testa per non uscirne più, come “Cute Evil Angel”, la title track “Double Trouble” o "Time" o ancora "I Just Get Scared" che contiene l'omaggio a "Purple Rain" di Prince

Sarebbe davvero il caso che qualche lungimirante promoter nostrano, ma di quelli “grossi”, se li prendesse in consegna e magari li spedisse all'estero per un tour che possa dare visibilità internazionale alla band, se lo meriterebbero alla stragrande.
Per mio conto ogni volta che passano in zona, fortunatamente spesso, non manco occasione di andarmeli a gustare: due ore di sano e vecchio fottuto rock'n roll!”

(La seconda foto denota inequivocabilmente il mio indice di gradimento per la band, direttamente dal palco del Pistoia Blues 2011)