lunedì 30 dicembre 2013

My Best Of 2013


  • Questi di seguito sono, non in ordine qualitativo, i dischi, tra quelli ascoltati, che più mi sono piaciuti nell'anno appena trascorso.


    GOV'T MULE - "Shout !"
    BOZ SCAGGS- "Memphis"
    BART WALKER- "Waiting On Daylight"
    ROBERT RANDOLPH- "Lickety Split"
    LUCKY PETERSON- "Live At 55"
    JAMES COTTON- "Cotton Mouth Band"
    W.I.N.D.- "Temporary Happiness"
    AARON NEVILLE- "My True Story"
    HANDMOUTH- "From The Hills Below The City"
    JJ GREY & MOFRO- "This River"
    THE SLIDE BROTHERS- "Robert Randolph Presents The Slide Brothers"
    LEFT LAND CRUISER- Rock Them Back To Hell"
    GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS- Double Trouble"
    PEARL JAM - "Lightning Bolt"
    RY COODER AND CORRIDAS FAMOSOS- "Live In San Francisco"
    DAVID BOWIE- "The Next Day"
    JASON ISBELL- "Southeastern"
    BUDDY GUY- "Rhythm & Blues"
    STATESBORO REVUE- "Ramble On Privilege Creek"
    ERIC CLAPTON- "Old Sock"
    JONATHAN WILSON- "Fanfare"
    TURCHI- "Live In Lafayette"
    TEDESCHI TRUCKS BAND- "Made Up Mind"
    BEN HARPER WITH CHARLIE MUSSELWHITE- "Get Up"
    MAVIS STAPLES- "One True Vine"

    Concerto dell'anno:
    Anno molto ricco in fatto di concerti. Ne ho visti, come al solito, moltissimi e tra questi devo obbligatoriamente sceglierne quattro che mi sono rimasti particolarmente dentro:

    BRUCE SPRINGSTEEN- Londra "Wembley Stadium" 15 Giugno
    BLACK CROWES- Pistoia "Pistoia Blues" 4 Luglio
    BRUCE SPRINGSTEEN- Roma "Ippodromo Capannelle" 11 Luglio
    NEIL YOUNG- Lucca, "Summer Festival" 25 Luglio

mercoledì 11 dicembre 2013

Peter Grant il leggendario "Quinto Zeppelin"

Ho sempre considerato gli attributi un dono divino, in qualsiasi campo, anche nel mondo della musica; ho anche sempre ammirato chi riesce ad emergere in campi difficili come può esserlo quello del music-business, soprattutto quello della fine anni sessanta- inizio settanta, un'epoca che , prima dell'avvento del personaggio di cui sto per parlare, era dominata dai promoters, che si prendevano una larghissima fetta del guadagno di una band.
Ho deciso così di scrivere qualcosa sull'uomo che cambiò le regole del gioco, un tipo che, anche dall'aspetto, incuteva letteralmente autentico terrore fisico a chi se lo trovava davanti.
Sto parlando di quello che, per lungo tempo, venne definito il “quinto Zeppelin”: Peter Grant.
Grant è stato per i Led Zeppelin quello che il Colonnello Parker fu per Elvis.
Figura addirittura gargantuesca, oltre 150 chili di peso, un paio di baffoni alla Gengis Khan, abbigliamento freak con grandi foulard colorati al collo e grande sfoggio di numerosi monili alle dita, Grant a differenza del Colonnello Parker, che, a conti fatti non capì mai realmente l'arte di Presley e spesso lo indusse in errori, era in perfetta sintonia con loro, praticamente uno della band assieme a Richard Cole che, senza ombra di dubbio, potremmo considerare come il sesto membro della band.
Una squadra dunque, una squadra agguerrita e coesa, una squadra pronta a tutto, anche a ricorrere spesso a quella che, per quanto lo riguardava, Grant defini' “Aggressione verbale”.
Purtroppo, come vedremo, in alcuni casi l'aggressione non fu soltanto verbale.



Nella scuderia di Peter Grant erano entrati precedentemente, negli anni '50-'60, autentiche stars del Rock'n Roll, come Gene Vincent, Little Richard, Chuck Berry e gli Everly Brothers. Più avanti avrebbe centrato il bersaglio con una band che con un solo singolo sbancò le classifiche di mezzo mondo: The New Vaudeville Band che con “Winchester Cathedral” nel 1966 appunto, si guadagnò il numero uno in classifica su Billboard e vi restò per ben quattro settimane.
Successivamente diventò manager degli Yardbirds e, quando questi si sciolsero, contribuì, assieme a Jimmy Page a far nascere il progetto Led Zeppelin.

La squadra era formata appunto dai quattro Zepp, Peter Grant più Richard Cole, che era praticamente il tour manager della band, un tipo molto ma molto pericoloso, il classico londinese che poteva voltarsi a guardare una ragazza sorridendo e l'attimo dopo dare un pugno sul volto del malcapitato che si avvicinava troppo a Jimmy Page.

Peter cambiò le regole del gioco, imponendo ai promoter locali una percentuale di guadagno che stava 90 a 10, dove il 90 era la parte spettante alla band stessa; take it or leave it, come soleva dire e, visto che i Led Zeppelin erano la più importante novità in campo musicale in quel momento, i promoters si piegarono presto a questo stato di cose.
“ I promoters devono solo preoccuparsi di accendere l'impianto, al resto pensiamo noi, per cui il 10 per cento è più che sufficiente per loro” soleva dire il mastodontico ex wrestler.

Anche sulla scena, Peter non esitava a far valere i suoi metodi. Storica fu la volta quando, esattamente il 28 Giugno 1970, al Festival di Bath, decise che la sua band doveva esibirsi al tramonto e non prima ne dopo, perchè quel tipo di luce avrebbe esaltato la loro musica; non esitò infatti a staccare personalmente la corrente alla band che stava suonando sul palco in quel momento, i Flock e, con modi bruschi, farli sloggiare dallo stage, per far salire i suoi protetti.

Nel film “The Song Remains The Same” infatti, Grant e Cole, sono raffigurati come due gangsters che non esitano, con una sparatoria degna dei tempi di Al Capone, a far strage di quelli che metaforicamente rappresentavano i cosidetti pirati dell'industria discografica. Questa era infatti un'altra fissazione di Peter che non esitava a compiere dei veri e propri blitz persino nei negozi di dischi per sequestrare il materiale illegale che riguardava la band e distruggerlo.
I suoi consigli erano legge per la band, come quello di evitare di pubblicare singoli; “Vogliono “Stairway To Heaven? Bene, devono comperare tutto l'album, solo li possono ascoltarla!”, questa era la sua filosofia.
Purtroppo non tutte le sue scelte furono azzeccate, come ad esempio durante il tour del 1977, quella di assoldare come security il temibile John “Biffo” Bindon.
Bindon era un ex attore, noto per il suo carattere estremamente violento; carattere che sommato alla cocaina, che scorreva a fiumi durante quegli anni ed all'altrettanta violenza di cui erano capaci Grant stesso, Richard Cole e John Bonham, finì per mettere nei casini la band stessa (addirittura l'anno successivo Bindon fu processato per l'omicidio di un gangster, tale Johnny Drake ma fu assolto per legittima difesa, personaggio non facile ad ogni modo).

L'apoteosi negativa giunse, puntuale come una cambiale, il 23 Luglio 1977 ad Oakland durante un concerto organizzato dal celebre Bill Graham (gestore dei famosi Fillmore West, Fillmore East e Winterland).
Durante il soundcheck della band, un addetto alla sicurezza locale, tale Jim Matzorkis, vide Warren, il figlio undicenne di Peter Grant, cercare di togliere un cartello con su scritto il nome della band da uno dei camper a loro adibiti, camper che sarebbe servito anche il giorno successivo, l'addetto alla sicurezza intervenne bloccando il ragazzino; sfortunatamente Bohnam , che stava suonando la batteria sul palco, vide tutto, lasciò andare le bacchette e si fiondò giù dal palco, sferrando un calcio ai testicoli del malcapitato Matzorkis.
Successivamente Grant, informato dell'accaduto, volle a tutti i costi parlare con l'addetto alla sicurezza, che ne frattempo si era rinchiuso in un camper terrorizzato. Grant, dietro la promessa fatta a Bill Graham, di voler solamente parlare con lui, si fece indicare il camper dove era rinchiuso ed assieme a Cole e Bindon vi si recò.
Graham chiese di aprire, promettendo a Matzorkis che nessuno gli avrebbe torto un capello, visto che questo gli era appena stato promesso dal manager della band. Grant entrò, porse la mano al malcapitato e, una volta afferrata lo tirò a se, colpendolo al volto con l'altra mano coperta di anelli.
Bill Graham fu sollevato di peso e messo fuori dal camper, mentre Bindon e Cole si accanirono sul ragazzo, picchiandolo selvaggiamente fin quasi a toglierli un occhio dall'orbita.
Fortunatamente divincolandosi a terra, con le ultime forze rimaste, Matzorkis riuscì a fuggire, completamente ricoperto di sangue.
I quattro, Bonham compreso, furono denunciati ed arrestati.
Quella fu l'ultima volta che i Led Zeppelin si esibirono negli Stati Uniti.

Peter Grant, che fu anche produttore esecutivo della Swan Song Records (con in catalogo oltre ai Led Zeppelin ovviamente, Bad Company, Pretty Things e Maggie Bell), morì il 21 Novembre 1995 per attacco cardiaco mentre era in macchina con il figlio Warren.

lunedì 28 ottobre 2013

Lou Reed and me.

Ieri è scomparso Lou Reed.
Oggi su i vari social network si è scatenata la solita litania che si scatena sempre quando se ne va un Artista.
Inizialmente viene postata la notizia, poi tutti porgono il loro personale omaggio, chi lo conosceva dagli esordi ed aveva seguito tutta la sua carriera e chi, molto numerosi ma non per questo meno rattristati, quelli che conoscevano di lui solo i maggiori successi.
Immancabilmente poi si scatena la gazzara tra quelli che non vorrebbero vedere postate cose ovvie e tra chi, dopo venti-trenta post della stessa canzone, da' fuori di matto chiedendo addirittura di smetterla o, peggio, “consigliando”, non si sa da quale pulpito, quali canzoni postare. Roba da matti.

Io, che ho avuto la fortuna di accompagnarlo svariate volte sul palco per suonare, cercherò di ricordarlo tramite alcuni aneddoti.
Non era un personaggio facile Lou, non lo era per niente.
Piuttosto scorbutico, anche fisicamente scorbutico, con quello sguardo che ti attraversava imperturbabile; non sapevi mai se facevi la cosa giusta, quella che gli sarebbe piaciuta che tu facessi, o meno.
Lo vidi la prima volta dal vivo nel 1980, era il tour che seguiva l'uscita dell'album “Growin Up In Public”, a Firenze, al prato del Quercione al Parco delle Cascine, esattamente il 14 Giugno.
Il prato era stracolmo di gente, gente dappertutto, non riesco a quantificarne il numero, anche perchè le norme all'epoca erano una cosa strana, anzi “non” erano, entravamo tutti, alla faccia della capienza.



Iniziò con “Standing On Ceremony” e “How Do You Speak To An Angel”, proprio dal suo ultimo LP, non mancarono però i suoi innumerevoli classici e ricordo che tornai a casa tardissimo e con l'immancabile cassetta del concerto che mi ero registrato e che mi tenne compagnia per buona parte di quella estate ricchissima di altri concerti memorabili.

Lo persi poi di vista per venti lunghi anni quando, finalmente, l'organizzazione del Pistoia Blues Festival decise di invitarlo alla sua edizione del 2000.
Ricordo che, essendo responsabile della sicurezza del Festival, parlai preventivamente con il suo tour manager, altro tipo parecchio ma parecchio antipatico, che mi informò che Mr. Reed sarebbe salito sul palco, solo se gli garantivo che due persone della sicurezza (una delle quali dovevo essere obbligatoriamente io) fossero state in piedi ai lati del palco ad evitare qualsiasi imprevisto e che Reed sarebbe immediatamente sceso dalla scena se qualcuno del pubblico si fosse azzardato a tirare qualcosa sul palco stesso.
Giudicai legittima la sua preoccupazione ma mi chiesi cosa mai avremmo potuto fare io e l'altro ragazzo della security se qualcuno, putacaso, avesse tirato una moneta???
Vabbè pensai, ok, facciamolo.
Arrivò il momento di salire sulla scena e, una volta accompagnatolo sul palco, ci sistemammo, come aveva chiesto l'antipaticissimo tour manager, ai lati dello stage.
Iniziò il concerto e, immancabilmente, dopo due brani vidi un braccio tra la folla del pubblico che lanciava qualcosa. Tenete presente che la piazza era stracolma di gente ed il lancio fu proprio repentino, tanto da non farmi capire che cosa fosse stato lanciato e da chi.
Lou Reed, con estrema calma, si slaccio' la chitarra, la pose sul supporto e, sempre con una calma pazzesca, si avviò nei cameri, seguito dopo circa trenta secondi, da tutta la band!
Immediatamente arrivò da me, con la bava alla bocca, il tour manager agitandomi davanti agli occhi cento lire (ancora non era entrata in vigore la nuova moneta) !
Strabuzzai gli occhi e gli dissi (“dissi" è un eufemismo, visto che gli ringhiai a due millimetri dal suo inguardabile naso) metà in italiano e metà in inglese, che non ero Buffon che con un tuffo avrebbe probabilmente provato ad intercettare la moneta lanciata (al buio) da una ventina di metri tra una selva di gente e che se entro trenta secondi non andava dietro e costringeva Reed a tornare sul palco per suonare avrei richiamato tutta le security presente e ce ne saremmo andati immediatamente, lasciandolo solo con Reed a spiegare al pubblico il perchè della sua uscita di scena, spiegarlo ad un pubblico che, dopo lo stupore iniziale, stava iniziando ad arrabbiarsi non poco.
Il tipo divenne immediatamente mite e, scusandosi, si precipitò nel camerino da dove riemersi un paio di minuti dopo assieme a Reed che riprese il concerto e suonò alla stragrande tra l'altro.




Ritrovai Lou Reed sei anni dopo, il 1 giugno 2006 a La Spezia, all'interno del “Pop Eye Festival”.
Quella volta un insolitamente sereno Reed, merito forse del suo inseparabile Maestro di Arti Marziali Ren Guang-yi, che anche qui lo seguiva pazientemente e che sembrava davvero infondere al temibile Lou una calma ed una serenità diversa dalla grinta scorbutica che gli avevo riscontrato nel nostro precedente incontro.
Addirittura dopo il concerto, nel backstage, prima di iniziare la sua cena, scherzò con me ed altri della crew, si scattò alcune foto con noi, cosa soltanto impensabile nell'occasione precedente e mi autografò i vinili di “Rock'n Roll Animal” e “New York”.



L'anno successivo, l'8 luglio 2007, nuovo incontro, questa volta volta al “Play Art Festival” di Arezzo, nel suggestivo scenario di Piazza Grande, dove portò in scena una strepitosa versione di “Berlin”.
Ricordo che i camerini erano sistemati in uno stabile distante alcune vie dalla Piazza, per cui avevo predisposto un viaggio in auto con lui attraverso le stradine preventivamente chiuse e piantonate dai miei ragazzi con il contributo delle Forze dell'Ordine, visto che parecchia gente si era assiepata in attesa del passaggio dell'artista.
Bene, auto pronta, sportello aperto; vado a prenderlo nella sua stanza, scendiamo le scale, il suo volto è di quelli che non promettono nulla di buono; arriviamo giù, guarda l'auto, guarda la strada, riguarda l'auto poi guarda me e mi fa: “ i wanna walk !”
Ci facemmo tutta la strada a piedi, con lui che non degnava di uno sguardo nessuno ed io che dovetti sudare le fatidiche sette camicie per tenere lontana la folla.
Sul palco però riuscì a commuovermi e, su “Satellite Of Love” mi si inumidì persino gli occhi (ma non raccontatelo).

L'ultima volta che lo incontrai fu in occasione del Pistoia Blues di due anni fa.
Non era lo stesso Reed, mi apparve stanco, camminava a fatica e non uscì quasi mai dal camerino, dove restò a farsi massaggiare a lungo. Faceva molta meno “paura”, dava quasi l'impressione di dire “sono ancora io, dimostra di aver timore di me, anche se non ne faccio più, aiutami ad essere ancora me stesso...”, lo so, è doloroso ma questa è l'impressione che ebbi.
Anche il suo set mi apparve stanco e, lo confesso, un filo di noia si fece largo in me.
Ricordo (e qui faccio una confessione di un mio piccolo peccato a Lou, che spero da lassù mi perdonerà) che gli rubai alcune barrette proteiche dal camerino, che era però pieno di roba succulenta, tanto pensai, a cosa possono servirgli le proteine, visto che si muove a fatica, mentre io, dopo una intera giornata di lavoro avevo una gran fame.

Bene Lou, adesso anche tu sei andato lassù, ti confesso che mi fa male, un male boia, sapere che non ti incontrerò più quaggiù, perchè l'adrenalina che ti danno le cose e le persone difficili è una droga che da' assuefazione, come la tua Musica che da stamani ascolto ininterrottamente.
Ciao.

martedì 23 luglio 2013

SPRINGSTEEN & I

Chissà com'è che ogni volta che mi avvicino a Bruce ne esco fuori con un senso di profonda felicità e serenità.
Chissà perchè "dopo" non riescono a scalfirmi nemmeno le parole di chi fa della facile ironia su di lui, dicendo che son vent'anni che non fa un disco degno di nota, come se Dylan da vent'anni a questa parte avesse rifatto un "Blonde On Blonde" o un "Highway 61 Revisited" o i Rolling un altro "Beggar's Banquet" (che poi Wrecking Ball è un signor disco, trovatemene molti altri superiori nello scorso anno, poche chiacchiere).



Lo ascolto dal 1973 (primo disco acquistato "The Wild..."), l'ho visto la prima volta dal vivo nel 1985 in quella magnifica notte dove riuscì a farmi sentire il sapore salato di due gocce che scivolarono sulle mie labbra all'ascolto di quella meravigliosa "Can't Help Falling In Love" (il passaggio tra un RE ed un altro futuro Re), a me, al duro per eccellenza!
Furono le prime due gocce salate di molte altre gocce, oramai senza più nemmeno il pudore e la vergogna di farsi vedere da chi avevo accanto, come recentemente a Wembley su "Something In The Night" dove è riuscito, nel breve volgere di una canzone, a farmi rivedere nel 1978 a 22 anni, chiuso nella mia stanza dei dischi, con un finto microfono davanti, imbracciando una scopa a mo' di chitarra, con la porta chiusa, mentre al di la della porta la mia indimenticata Mamma mi chiamava perchè la cena era pronta.
Immagini che anche se non le ha cantate, fanno parte di quel mondo che lui riesce a interpretare meglio di chiunque altro.

L'ho accompagnato quattro volte sul palco, assistendo ogni volta a piccoli gesti, a piccolissime sfumature che fanno capire la grandezza e l'umanità di questo Uomo.
Una storia, quella di questo "omino" (come lo chiamo io affettuosamente) e del manipolo di suoi amici, come la storia di Mary, conosciuta alla scuola superiore, con cui correva giù al fiume.
Come quella di Jimmy Il Santo che si appoggia al cofano della sua Chevy per raccontare storie e che la domenica gareggiava nel Jersey.
Come Sandy a cui chiedeva di amarla quella notte, perchè magari avrebbe potuto non rivederla mai più.
Come quelle di mille e mille altri personaggi che al mattino si alzano per andare a lavorare in una Factory...Storie che fanno parte della vita di ognuno di noi.

L'ho visto, a partire da quel 1985, in quasi ogni altro tour che ha fatto nel nostro Paese ed ogni volta sono uscito da un suo concerto con una sensazione di sentirmi appagato, addirittura mi sono sentito "migliore" e, cosa da non sottovalutare, con un grande sorriso stampato sul volto, come del resto tutti quelli che mi circondavano.
Ogni momento importante, bello o brutto che fosse, è stato scandito dalla sua Musica e dalle sue Parole e dai suoi concerti dal vivo.
Momenti, volti, donne, amici, tutti sono riconducibili ad un momento passato con la sua Musica in sottofondo, come una colonna sonora della mia vita.

Ecco, di ritorno dal cinema dove ho visto, godendo, altre persone che come me condividono queste emozioni e che, in maniera dolce, buffa, sentita, appassionata, hanno saputo così bene descriverle; questo è il mio piccolo contributo da aggiungere.
Grazie Bruce. Grazie davvero.

martedì 29 gennaio 2013

THE CLASH- Bologna, Piazza Maggiore 1 Giugno 1980



Anni particolari quelli che vanno dalla fine dei 70 all'inizio del decennio successivo.
La musica che avevamo ascoltato negli anni passati, Pop, Country,ecc. Era stata letteralmente spazzata via da un fenomeno chiamato Punk. Un fenomeno che aveva fatto piazza pulita del ciarpame che era divenuta la nostra musica. Dinosauri come Pink Floyd, Emerson, Lake & Palmer, Eagles, eccetera, sparate le loro cartucce migliori molti anni prima, si dibattevano come enormi animali in una cristalleria, pensando che aumentare a dismisura le loro strumentazioni avrebbe aumentato la loro creatività; evidentemente non era così e dei giovani ragazzi, animati da tanta voglia di esprimersi e con non molta tecnica, riuscirono nell'impresa di catalizzare tutto l'interesse attorno a se.
Sex Pistols, The Damned, The Clash, Sham 69, The Saints, Richard Hell and The Voidoids, The Ramones, The Stranglers, The Heartbreakers erano i nomi che circolavano ed i loro dischi erano quelli che riempivano l'aria satura, in quel periodo, di tanta sana e buona energia.

Chi non ha vissuto quei giorni e giudica adesso a più di trent'anni di distanza un fenomeno come quello, guardando solo l'aspetto tecnico-musicale, non ha davvero capito nulla dell'importanza e della forza dirompente che quegli anni ebbero su un'intera generazione di persone.




In quel 1980 di quella forza dirompente era ovviamente rimasto ben poco, però l'aria era ancora satura di energia e molte di quelle bands si erano trasformate in qualcosa di diverso. Una in particolare era davvero qualcosa di diverso. Qualcosa di più di un “fenomeno Punk”.
In particolare il disco che avevano inciso proprio alla fine del decennio precedente (Dicembre 1979), proprio per scelta, era l'album della svolta.
“London Calling”, un disco che personalmente includo in una mia ipotetica scelta nei dieci album di tutti i tempi da portare con me su un'isola deserta. Era uscito nel Dicembre dell'anno precedente ed aveva fatto capire chiaramente la direzione che avrebbe intrepreso da li in poi la band, quella di un suono difficilmente catalogabile. Un suono che avrebbe abbracciato mille altri stili facendoli propri e che il disco successivo, “Sandinista” avrebbe celebrato.

Era appena terminato un Maggio che mi aveva regalato Lene Lovich al Teatro Tenda di Firenze e nientemeno che l'Iguana Iggy Pop in un concerto incredibile alla Stadio Comunale, sotto la curva ferrovia, sempre a Firenze.
Le radio private e la (poca) stampa iniziarono a parlare di un fantomatico concerto gratuito a Bologna, un concerto che si sarebbe dovuto svolgere il 2 di Giugno in Piazza Maggiore con, appunto, la band che in quel momento era al centro dei miei mille interessi musicali: The Clash!




Dovete tener presente che all'epoca non esisteva il tam tam che è possibile al giorno d'oggi per far conoscere un evento e che le radio libere appunto, ed il passaparola erano i metodi più diffusi.
Comincio' dopo pochi giorni a spargersi la voce che il fantomatico concerto si sarebbe svolto il 1 Giugno anziché il 2 a causa di un non precisato comizio di Pietro Longo, allora segretario del Partito Socialdemocratico. Le notizie erano però frammentarie ed erano in molti a giurare che il concerto invece si sarebbe tenuto il 2 Giugno, come annunciato in precedenza.

Visto che la distanza non era poi molta e che, per me, l'evento era assolutamente da non perdere, decisi, assieme a Stefania la mia ragazza dell'epoca, di partire il 1 Giugno così, a scanso di equivoci, non mi sarei perso il concerto qualora fosse stato in programma per quel giorno, altrimenti, poco male, saremmo tornati il giorno successivo.
The Clash valevano bene una Firenze- Bologna da percorrersi anche per due giorni di fila!

Partimmo dunque quella domenica 1 Giugno appena dopo pranzo, ero anche allora molto previdente e mi mettevo in marcia con largo anticipo.
Arrivammo a Bologna molto presto, all'incirca verso le 15- 15,30 e parcheggiammo la macchina, una fiammante Alfa Romeo GTV, in una stradina adiacente Piazza Maggiore (pensate ad una cosa simile al giorno d'oggi; parcheggiare una macchina di quel tipo in una strada adiacente una piazza dove di li a poco si sarebbe svolto un grande concerto Punk gratuito!).

Arrivati in Piazza vedemmo che era si posizionato un palco, nemmeno troppo piccolo rispetto agli standards dell'epoca, ma che era desolatamente vuoto e che le persone presenti in piazza erano poche decine.

Cavolo pensai, non sarà mica stata tutta una bufala? Forse il concerto sarà il giorno successivo? Nel dubbio decidemmo di sederci sulla grande scalinata laterale in attesa di sviluppi; in fondo era domenica ed anche se il tempo non era dei migliori, non faceva infatti caldissimo ed alcune nuvole volteggiavano piuttosto torve sopra le nostre teste, non avevamo ormai niente altro da fare, per cui attendemmo gli sviluppi della giornata.

Intanto in piazza iniziavano ad arrivare personaggi della tipica fauna di allora: punks dalle creste colorate, guance perforate da spilloni da balia, borchie, spille,giubbotti in pelle ed anfibi, metallari ed appassionati di Rock. Inoltre alcune persone stavano iniziando a darsi da fare per montare amplificatori e microfoni sul palco.
Mi arrivò in mano persino un delirante volantino firmato Raf Punk che invitava a boicottare “gli stantii Clash” (?) ed il concerto stesso che, a loro detta, era stato organizzato dall'amministrazione comunale “per fotterci” (?).





La Piazza piano piano stava iniziando a riempirsi e noi, io con il mio fido “Ghetto Blaster” (enorme registratore stereo molto di moda in quegli anni, con cui registravo accuratamente ogni concerto che vedevo) ci avvicinammo al palco.

Iniziarono i Cafè Caracas, formazione in cui militavano un giovanissimo Ghigo Renzulli alla chitarra e Raf (si proprio quel Raf li). Inutile dire che dopo alcuni pezzi, durante i quali furono bersagliati da sputi e lattine, dovettero letteralmente scappare dal palco.
Subito dopo toccò a The Whirlwind, che furono un po' più sopportati, questo il termine giusto, ma che passarono però quasi totalmente inosservati.
Cresceva l'attesa, le nubi erano sempre più dense e minacciose, il Reggae sparato dagli altoparlanti iniziava a diventare sempre meno sopportabile ma dei Clash nemmeno l'ombra.
Intanto un punk con un pittoresco spazzolino da cesso salì sul palco, acclamato dalla folla, per liberarlo dalle lattine e dalle bottiglie che lo ricoprivano; davvero una scena buffa ed inconcepibile al giorno d'oggi.

Erano ormai le 22:00 e c'era indubbiamente qualcosa che non andava, le nubi avevano iniziato a lasciar cadere le prime fastidiosissime gocce; il Reggae stava diventando insopportabile al pubblico presente, che iniziava ad essere piuttosto numeroso, però dei Clash, purtroppo, non c'era nemmeno il sentore.
Passò un'altra mezzora e, quando la situazione stava diventando insostenibile, un Michael Pergolani, attento a schivare le numerose lattine e sputi che gli piovevano addosso, afferrò il microfono e gridò “I Clash!”.
Eccoli! Finalmente le figure di Joe Strummer, una specie di Montgomery Clift ma molto più schizofrenico, praticamente un fascio di nervi pronti ad esplodere, Paul Simonon, una specie di eroe cinematografico, stavolta in versione simil-skinhead e quel ceffo di Mick Jones mi si presentarono davanti. C'era qualcosa di strano però, i tratti del batterista non ricordavano assolutamente il segaligno picchiatore Topper Headon; questo era piuttosto paffutello e con i capelli lunghi. Vabbè pensai, forse lo avranno cambiato.




Inizio' il concerto con un grande casino sotto il palco; una gang di Roma, piuttosto famosa all'epoca, i Centocelle City Rockers, spazzarono via dalle prime file i contestatori del volantino presenti e presero posto assieme a molti punks sotto il palco, privo ovviamente di transenne davanti; io al lato sinistro del palco, in quarta- quinta fila, mantenni la mia postazione con il pesantissimo registratore tenuto sopra la testa e con gli occhi attenti alla mia ragazza.

“Clash City Rockers”, “Brand New Cadillac” e “Safe European Home” in rapida sequenza mi dettero conferma di quello che mi ero accorto già dalle prime note: qualcosa decisamente non andava. Erano mosci, non c'erano gli stacchi furiosi, da retaggio Punk, a cui ero abituato ascoltandoli su disco; il batterista non era decisamente all'altezza e quel che peggio mostrava di non conoscere nemmeno bene i pezzi!
Decidemmo di spostarci un po' più indietro, il grosso registratore iniziava a pesarmi un po' per dover pure reggere le ondate paurose delle prime file.
Purtroppo il concerto non decollava assolutamente, questo batterista assolutamente non all'altezza mi faceva quasi pentire del fatto di essere venuto a vedere una band che amavo tanto e che altrettanto mi stava deludendo. Anche due canzoni che amavo moltissimo come “London Calling” e “Spanish Bombs” se n'erano andate, suonate come ad una festa tra amici.





La delusione anche di buona parte del pubblico era palpabile, quando all'improvviso, dopo una mezzoretta, si fiondò dietro la batteria Topper Headon che chissà da dove arrivava (in seguito sapremo che si era perso per strada, dato che i Clash, come loro abitudine, erano arrivati ognuno con i propri mezzi dalla location del concerto precedente, in questo caso da Nizza, dove avevano suonato il 30 Maggio al Thèatre Du Verdure).

Mick annunciò “We have to change drummer...” e subito “One, Two, Three, Four” e con “White Man In Hammersmith Palais” partì un concerto che resterà in futuro per sempre nella mia mente e nel mio cuore, superiore come ricordo ed emozione persino a quello di Firenze dell'anno successivo (anche se di poco).
Un concerto vivo, pulsante, vibrante. I Clash erano in quella fase meravigliosa della loro carriera che presagiva a grossi cambiamenti ma che ancora non aveva dimenticato la carica Punk degli esordi ed infatti, da li in avanti, fu un concerto così e la scaletta incredibile sta a dimostrarlo.
“Jail Guitar Door” “Somebody Got Murdered”, “Koka Kola”, “I Fough The Law”, “48 Hours”, “Protex Blue” furono letteralmente sputate fuori sulle teste di tutti noi ed anche la pioggia smise di cadere giù aggredita da così tanta irruenza e irriverenza.
Da dove ero potevo vedere l'inferno sotto il palco e, con lo sguardo mi voltavo attorno, vedendo la soddisfazione estrema dei ragazzi vicino a me che, come me, adesso riconoscevano il suono della band.

Dopo un finale devastante, poche volte ho assistito ad un concerto con questa forza dirompente, con in rapida successione “Tommy Gun”, “Garageland”, “Janie Jones”, London's Burning” e “Capital Radio”, su una vertiginosa “White Riot” Mick Jones addirittura cadde a terra svenuto, forse per essersi sbattuto, nella foga, il manico della chitarra sulla testa.




Io e Stefania, (che per inciso era una ragazza totalmente lontana dal mondo dei Clash e del Rock in generale, molto più vicina al mondo della Disco Music dell'epoca, ma che mi accompagnava volentieri a “vivere le mie emozioni” e che chissà cosa farà adesso e se in un angolo della sua mente ci sarà ancora un ricordo di quel giorno) ci avviammo alla mia macchina, miracolosamente intatta e, sulla strada del ritorno, ci riascoltammo il concerto che avevo interamente registrato (pur con enorme fatica) su cassetta Basf Chromedioxid.
E' strano perchè, quasi sempre, non ci accorgiamo della grandezza delle cose nel momento stesso in cui le viviamo; invece ricordo benissimo che in quel momento pensai che avevo appena vissuto un'esperienza il cui ricordo mi avrebbe accompagnato per sempre.


Ho ancora, trentadue anni dopo, quella cassetta (ho anche altre registrazioni digitali di quel concerto) ed ogni volta che la riascolto, rivivo le emozioni di quella bellissima avventura.
Fu quell'evento un vero e proprio spartiacque per il Rock nel nostro Paese; dopo i Clash a Bologna niente fu più lo stesso.





(Le foto a colori sono di: Oderso Rubini, le foto in bianco e nero sono state fornite da Tiziano Gerli)