venerdì 31 luglio 2015

LENNY KRAVITZ e GARY CLARK Jr., Lucca Summer Festival, 26 Luglio 2015

La giornata si preannunciava davvero elettrizzante, in quanto avevo visto Lenny Kravitz in azione al Pistoia Blues del 2008 ed era stata una serata incredibile, dove l'artista aveva superato tutte le mia aspettative, era però una serata in cui dovevo coordinare il servizio di sicurezza come al solito, per cui mi ero riproposto assolutamente di tornare a vederlo non appena fosse venuto nuovamente a tiro.
Per quanto riguarda Gary Clark jr. avevo già consumato il suo "Black And Blu" ed il recente "Live" e, visto che mi era sfuggito lo scorso settembre a San Diego, California, per pochi giorni, non vedevo l'ora.
Dopo esserci sistemati, io e la mia ragazza, sulla comoda tribunetta laterale in Piazza Napoleone a Lucca e dopo aver salutato i molti aficionados del rock toscano presenti, abbiamo atteso l'inizio dei sets.

Aprono le danze  alle 20:00 in punto i London Souls, duo (chitarra e batteria) che ci propone un set niente male, con echi zeppeliniani, anche se il cantante ha la voce che ricorda piuttosto da vicino quella di Kravitz, cosa questa piuttosto strana, visto che l'eventuale paragone con "l'originale" penalizza non poco Neal Tash, questo il nome del chitarrista/cantante.
Non male assolutamente il loro show.
Dopo un veloce cambio palco, arriva il momento da me molto atteso.
Gary Clark jr. è una presenza molto carismatica, altissimo e con uno sguardo che rasenta il minaccioso, inizia, con al collo una Gibson "diavoletto" , con uno dei suoi brani che amo di più, vale a dire "Bright Lights" e subito mi fa capire che ci avevo visto giusto.
Un chitarrismo molto grezzo ed incisivo, condito da una voce, a tratti, soprattutto sul falsetto, molto ma molto soul.
"Ain't Messin' Around","Hold On", "Our Love", "Where My Train Pulls In" si susseguono, il pubblico sembra gradire davvero e noi pure.
Credo, come più volte ho detto, che il nuovo modo di fare blues passi assolutamente da queste vie e Gary ne sarà sicuramente un alfiere.
Piazza Napoleone nel frattempo si è completamente riempita e noi ringraziamo il Signore di esserci sistemati nella tribunetta laterale ad una distanza più che accettabile dal palco, senza dover stare quindi pigiati sotto, come da qui vediamo esserlo i più.
Cambio palco; stranamente non vedo pianoforte e batteria in plexiglass trasparente, come era accaduto per l'ultima volta che avevo avuto occasione di vederlo dal vivo, appunto al Pistoia Blues 2008 dove, a dispetto delle critiche da parte dei puristi più intransigenti, precedenti alla sua esibizione, Lenny e la sua band mi avevano entusiasmato.
Una semplice batteria, delle tastiere e svariati microfoni sul palco, microfoni che sarebbero serviti per le tre coriste e per la robusta e indispensabile sezione fiati.
Eccoli finalmente sul palco, Lenny e la sua band di dieci elementi ed inizio fulmineo con un brano dal suo ultimo lavoro “Strut”, come del resto si chiama anche questo tour; il brano è “Frankenstein” e, l'impressione che mi da, così d'istinto, è quella che Lenny questa sera abbia un pochino ecceduto con qualcosa (buon vino toscano?) prima del concerto.
Sensazione che mi viene confermata quando, all'attacco del secondo brano, “American Woman”, Lenny si ferma; c'è qualcosa che non va alla chitarra, la cambia, batte il tempo alla batterista Cindy Blackman (colei al quale Carlos Santana chiese di sposarlo direttamente sul palco, durante un concerto) e riparte con il brano...non ci siamo, si ferma di nuovo, si toglie la chitarra da tracolla e la da ad un tecnico che sparisce dietro le quinte.
Lenny caracolla sul palco tra lo sbigottimento generale, si inginocchia sul bordo del palco appoggiato ad un amplificatore, scherza col pubblico delle prime file; eccoci, penso, è andato...stasera sarà un concerto un po' così...niente di più errato di questo mio pensiero, infatti il vino toscano, se di vino trattasi, ha fatto benissimo a Lenny che riattacca il brano per la terza volta e da qui in poi questo diventerà un concerto letteralmente memorabile!
Pensate che alla fine della giostra il concerto, durato circa un'ora e quarantacinque minuti, conterà solamente undici brani, bis compreso.
Brani dilatati all'inverosimile, nella più pura tradizione anni '70, addirittura una “Always On The Run” fatta durare una ventina di minuti, con assoli, fughe jazzistiche, e tanto, tanto ma tanto Soul e Funky.
Lenny è un perfetto Master Of Ceremony, guida la sua truppa di belve come un Santone posseduto dal demonio; in lui trovi la furia iconoclasta di James Brown, spesso infatti cade a terra come se fosse sfinito e poi si rialza in preda ad un raptus Funky più nero della pece; trovi il sacro fuoco del chitarrismo psichedelico di Jimi Hendrix, grazie anche al suo fido chitarrista Craig Ross, rivedi gli happenings di Sly Stone e della sua gang di soldati psycho-funk che erano i Family Stone; ti ritrovi insomma in un sabba infernale dominato dalla Musica nera che più nera non si può!
La meravigliosa “Sister” inizia come una lieve ballata, con lui alla chitarra acustica, per terminare in un'orgia chitarristica senza fine.
Lenny non ha paura di andare ad insozzarsi in territori dove altri hanno paura di andare ma dove, prima di lui, altri grandi sono andati. Diciamo che questa è una piccola storia della Black music, ci sono quelli belli e puliti, esteticamente pregevoli, come lo è Lenny su disco, ma che però si fermano li.
Poi ci sono quelli a cui, appunto, non fa paura l'insudiciarsi con ritmi più pericolosi, più contaminati, più sporchi, come lo è giustappunto Lenny dal vivo e come lo è anche un altro genio della Black Music, vale a dire Prince. Qui sta la differenza tra il dire ed il fare, tra il vero ed il falso!
Si parla però anche di vera e propria integrazione musicale, come anche nel caso di Prince, integrazione musicale, razziale ed anche sessuale, in quanto i brani pop che fanno parte dei suoi albums, dal vivo vengono letteralmente trasformati, come ai suoi tempi fece il re di questa integrazione, vale a dire Jimi Hendrix.
Hendrix, Sly Stone, James Brown e persino Prince (ottimo chitarrista) sono i nomi che più volte mi sono balzati alla mente assistendo a questo concerto.

Su “Love Let Rule” Lenny scende dal palco e va dal pubblico alle transenne (ricordo bene quando a Pistoia, dove curavo la sicurezza, fece lo stesso, salendo in piedi sulle transenne di fronte al palco e dove io, nel tentativo di sorreggerlo, lasciai una rotula sulle stesse transenne!), si lascia abbracciare, baciare, coccolare dal suo pubblico...mentre lui è letteralmente posseduto e, a questo punto, è riuscito a possedere anche tutti noi.
Dopo una stupenda “Fly Away” il concerto termina ma, ovviamente, il pubblico non ne ha abbastanza e, dopo pochi minuti, eccoli nuovamente sul palco per una incredibile, anche se non inaspettata, “Are You Gonna Go My Way” e dopo è davvero finita.
Una menzione speciale per la stupenda batterista Cindy Blackman, per la bassista, che ricordiamo essere stata alla corte di David Bowie per un lungo periodo, Gail Ann Dorsey, dal suono preciso e puntuale, per il fido Craig Ross alla chitarra, per le tre meravigliose coriste e per l'eccellente sezione fiati, oltre al tastierista che ha punteggiato i brani con il suono datato e fantastico del suo stupendo Fender Rhodes.

Concerto letteralmente incredibile, bellissimo. Al momento sicuramente il mio concerto dell'anno.
Un plauso alla D'Alessandro & Galli che hanno messo su, per il pluridecorato “Summer Festival” una serata di questo tipo, con due artisti eccellenti e con la bella e piacevole aggiunta degli inaspettati London Souls.

Vorrei però fare una piccola riflessione su quanto, dagli anni '70 ad oggi sia cambiato il pubblico che va ai concerti.
Sulla pagina facebook del Festival toscano, ho letto svariati commenti sul concerto di cui vi ho appena parlato; oltre ai molti (giusti) commenti che lodavano la stupenda performance di Kravitz, ho trovato moltissimi commenti di ragazzi/e deluse dal fatto che Lenny ha “allungato” (l'hanno proprio definito così) troppo i brani e che alla fine ne ha fatti pochi, tralasciando a parte l'iniziale “Frankenstein”, l'ultimo album ed i numerosi superhits di cui si può vantare.
Purtroppo anni di “non cultura” musicale ci hanno portato a questo; gente che va al concerto per sentirsi il greatest hits dell'artista in questione e, quando invece trovano uno che tira letteralmente giù i muri, con un concerto di una forza incredibile come quello a cui abbiamo assistito, lasciando spazio totale ai fantastici musicisti che compongono la sua band, di lasciarsi andare a jam strumentali assolutamente improvvisate, come si faceva un tempo...beh, non va bene, restano delusi!
Non ho davvero parole!
Se capita che, girando per il mondo durante queste vacanze, vi imbattete in un concerto di Lenny Kravitz, un consiglio: non perdetevelo; è quanto di meglio c'è al momento sulla piazza.

Questa la set list del concerto di Lenny Kravitz al Lucca Summer festival:

Frankestein
American woman
It ain't over til it's over
Dancin' til dawn
Sister
Believe
Always on the run
I belong to you
Let love rule
Fly away
Encore:
Are you gonna go my way 

domenica 12 luglio 2015

BILLY IDOL- Lucca Summer Festival 2015

Sono sempre stato un ammiratore di Billy Idol, sin dai tempi dei Generation X, band nata in un periodo in cui ben altre band, come Clash, Sex Pistols e Damned, riscuotevano maggiori consensi.
Ricordo però che nelle mie compilations su cassette c-90 dell'epoca la loro "Ready, Steady Go" non mancava mai.
Anche la sua carriera da solista mi ha sempre entusiasmato, certo siamo nei territori di un rock un po' annacquato dal pop, sempre però di gran classe e con una manciata di grandi hits e tante belle canzoni i cui ascolti mi riportano sempre agli anni '80, decennio particolare, pieno di contraddizioni ma anche pieno di buona musica.

La sua sfrontatezza, il suo essere un po' un ribelle quasi cinematografico, il suo ghigno malefico, quel suo essere un sex symbol, hanno suscitato in me una certa simpatia nei suoi confronti.
Ricordo pure che verso la metà degli anni '80, all'indomani dello scioglimento di Clash, anche Paul Simonon, bassista della band, si diresse verso Los Angeles ed assieme a Mickey Rourke ed appunto Billy Idol, passò un periodo dove si rilassò con lunghi rides in Harley Davidson assieme a loro. Ho sempre cercato di immaginare il numero di donne cadute nella morsa del fascino dei tre...dev'essere stato qualcosa di veramente impressionante!

La prima volta che vidi Billy dal vivo fu nel 2005, in occasione della sua partecipazione ad una serata dell'"Heineken Jammin' Festival", che lo vedeva aprire per i Velvet Revolver di Slash e Scott Weiland e degli Oasis.
Confesso che in realtà io andai principalmente per vedere lui, che infatti mi divertì moltissimo.
Era da poco uscito il suo album "Devil's Playground", disco che avevo letteralmente consumato in quella calda estate e lui, in forma smagliante, iniziò addirittura sotto il sole, con una stupenda "Super Overdrive".
Fisico da trentenne, addominali scolpiti, consueto ghigno dipinto sul volto ed un concerto tiratissimo che, a mio avviso, adombrò persino i Velvet che suonarono dopo di lui (per non parlare dei boriosi Oasis che, dopo appena quaranta minuti di musica, per me più che sufficienti, mandarono tutti a casa).

Il mio secondo appuntamento fu nel 2012 a Piazzola sul Brenta (Padova), durante l' "Hydrogen Festival 2012", dove una massa di quasi diecimila persone accorse a tributare il saluto all'ex leader dei Generation X.
Erano passati sette anni dal precedente concerto di Billy a cui avevo assistito, rimasi però sbalordito dal fatto che, a parte qualche evidente ruga in più, il suo stato di forma era assolutamente identico.
Concerto che superò abbondantemente le due ore, con lui che ci sciorinò praticamente tutti i suoi successi, con una grinta ed una carica strepitosa.

Due giorni fa sono tornato a far visita al vecchio Billy, questa volta nella vicina Lucca, durante una data del supercartellone del "Lucca Summer Festival", Festival che, assieme al "Pistoia Blues" fa della Toscana la regione musicalmente più ricca dell'estate italiana.

Circa duemila-duemilacinquecento persone attendono Billy.
Steve Stevens, autentica icona e chitarrista storico della band del Rebel Yell, arriva sul palco accolto da un boato, pochi accordi ed è subito Billy!
L'inizio è con "Postcard From The Past" dal recente "Kings And Queens Of The Underground", però noto qualcosa che non va; Billy pare addirittura un po' stonato ed il suono è piuttosto confuso.
Con "Cradle Of Love" e "Can't Break Me Down" lui si riprende ed il concerto decolla definitivamente con "Dancing With Myself".
Con un repertorio come il suo non è certo difficile tenere in mano una Piazza ed infatti ci riesce benissimo, come riesce benissimo a dissipare i miei dubbi circa quell'inizio un po' balbettante.
Una lunga introduzione, con la chitarra acustica a tracolla e via con una "Sweet Sixteen" bellissima, seguita da una "Eyes Without Face" che, come tutte le volte, ha il potere di rimandarmi alla lontana estate del 1985, quando con altri quattro amici, decidemmo di prendere i nostri sacchi a pelo e, su un vecchio Range Rover, facemmo un giro passando dalla Francia, per arrivare nei Paesi Baschi, fino a Pamplona, dormendo dove capitava (persino in una specie di palude, divorati dalle zanzare).

Non mancano ovviamente le classiche "Flesh For Fantasy", "Rebel Yell", viene persino ripescata "Ready Steady Go" che ci trasporta nella metà dei '70, quando la musica punk viveva i suoi giorni di vera gloria
Tutto bene, concerto molto divertente fino alla seconda canzone del bis.
Ci eravamo allontanati un attimo dalle prime file per andare a berci una birra (la calura di questo incredibile luglio ce lo aveva consigliato); Billy e la sua band avevano attaccato "Mony Mony" e la versione che usciva dalle casse era qualcosa di terrificante,il guppo faticava non poco nel cercare di coprire le sue evidenti defaillance vocali, non ce la faceva davvero più, come le immagini dei megaschermi impietosamente dimostravano;  per poter riprender fiato mentre cantava, respirava a bocca aperta, con il viso devastato dalla stanchezza ed eravamo a poco più di un'ora e mezza dall'inizio del concerto.
D'accordo che era caldissimo e d'accordo che il vecchio Billy è oramai alla soglia dei 60 anni, però vederlo terminare il concerto così mi è davvero dispiaciuto.

Non è certo stato un concerto da pollice verso quello a cui ho assistito, sia chiaro, però un concerto che ha avuto, a mio avviso, un inizio ed una fine da dimenticare.

Ci vediamo alla prossima vecchio leone!

(La foto dell'Heineken Jammin' Festival 2005 è di: Silvano Martini
Le foto del Summer Festival 2015 sono di: Angelo Trani)

mercoledì 27 maggio 2015

"Waiting For Something Special" DANNY BRONZINI TRIO


Danny Bronzini è un giovane chitarrista toscano, per la precisione viene dalla Tower City (Pisa).
La sua è una carriera iniziata molto presto ed arrivò a conoscenza del pubblico del circuito toscano del Blues, quando nel 2013 vinse il concorso "Obiettivo Blues", che ogni anno decreta gli artisti che si dovranno esibire prima dei big in cartellone al Pistoia Blues Festival e si esibì, appunto su quel palco, in apertura di B.B. King (quasi un segno del destino).
Allievo del noto Nick Becattini, il "best guitarist in town" da queste parti, il giovanissimo Danny, all'epoca sedicenne, dimostrava già da allora doti non indifferenti alla chitarra, alle prese con brani di Sean Costello, di Buddy Guy, dei Meters e di tanti altri artisti di culto, lasciava a bocca aperta per la facilità del suo fraseggio e per l'assoluta naturalezza con cui affrontava qualsiasi palco, Pistoia Blues compreso.
Sempre con il fido Mauro, suo babbo, come diciamo da queste parti, al suo fianco che lo guardava con occhi compiaciuti e commossi e che fungeva da autista a Danny che, ancora minorenne, necessitava di un accompagnatore sicuro e fidato e Mauro non si faceva certo pregare nel farlo, anzi.

Poi ricordo, tutti iniziarono a cercare Danny, il quale, con la voglia e la bramosia di suonare che aveva, non si faceva certo pregare per farlo e dunque, via con le varie jam e con i progetti uno dietro all'altro.
Cosa questa che, a mio avviso, se da un lato poteva essere ottima per farsi le ossa, dall'altro poteva rischiare di diventare deleteria per la carriera futura di quello che vedevo già come un predestinato.
Se ti vedono dappertutto, si stancano presto di te; è fisiologico.
Non mancai ovviamente di farlo presente sia all'amico Mauro, che mi dette ragione, nonchè a Danny stesso.

Purtroppo, dopo pochi mesi, Mauro il padre di Danny, venne a mancare, lasciando tutti quanti noi e soprattutto il giovanissimo Danny, con un grande vuoto.
Come avrebbe preso adesso Danny questo vuoto? Si sarebbe rinchiuso in se stesso o avrebbe trovato la forza di andare avanti con la sua musica, con ancora maggiore forza, spinto dalla volontà del babbo che, sicuramente, avrebbe voluto questo?

Danny si è rimboccato le maniche, ha chiamato a se due ottimi musicisti a fargli da sezione ritmica, Carlo Romagnoli al basso e Davide Malito Lenti alla batteria e con il suo progetto Danny Bronzini Trio ha cominciato a macinare serate, arrivando a chiudersi in studio per dare alle stampe il suo primo album, questo "Waiting For Something Special" di cui voglio parlarvi.

Vi dico subito che il disco è bello, molto bello.
Danny è cresciuto tantissimo, soprattutto a livello vocale.
Si sente che, nel frattempo ha fatto quello che ogni musicista dovrebbe fare, ha cioè ascoltato molto. ha ascoltato di tutto e, soprattutto, ha assimilato molto.
Tutto questo si è tradotto nella sua musica. Il suo non è assolutamente un album di blues, come in molti si sarebbero aspettati, o meglio, il blues c'è ma è velato, si sente benissimo che le radici di Danny sono quelle, però l'album è molto vario.
Le composizioni ci sono, robuste, ad iniziare dal brano che è stato lanciato come primo videoclip, quella "Always On my mind" che, appena apparsa su youtube, mi sono ascoltato dieci volte di fila (giuro!), il classico brano che ti si infila in testa, nella pelle e che ti trasporta fuori, d'estate, in macchina, su una bella strada dritta, con i pensieri che vanno da tutte le parti.
La chitarra di Danny, nel suo breve assolo, non è mai invadente ma è misurata, oserei dire un po' alla Clapton.
Con il secondo brano "I'm Lost" siamo decisamente catapultati dalle parti di Memphis, in quelle produzioni della "Hi-Records", con Willie Mitchell alla regia e dove Al Green ci faceva sognare con la sua voce e dove un Hammond fungeva da contrappunto.
Questo brano mi ha ricordato molto alcune cose ascoltate anche nell'ottimo "Memphis" (appunto) inciso da Boz Scaggs nel 2013. Anche in conclusione di questo brano c'è un brevissimo assolo dolcissimo alla chitarra di Danny.

"Whenever You Need Me" è una bella ballata che, anche questa, ti entra immediatamente in testa, come pure le altre due ballate del disco "Dreaming" e "I Can Touch The Sky".
"Wild Night" è un robusto brano rock/pop, dove il trio ci fa vedere di che pasta è fatto quando c'è da mostrare i muscoli, come anche "Loving You", mentre "Desperate Love" è un bel reggae.
Mi sono venute alla mente svariate cose ascoltando questo disco, che ovviamente consiglio a tutti, ho pensato a quanto sono eclettici e non imprigionati in clichè gli artisti  giovani, quelli vale a dire che adesso hanno intorno ai trenta-trentacinque anni e che, pur partendo dal blues, nei loro dischi  invece mischiano svariati generi, dal pop di classe, al rock più duro; mi viene ad esempio da pensare a nomi come John Mayer, come Kenny Wayne Shepherd o come il povero Sean Costello che a quella età, purtroppo, non c'è mai arrivato.
Danny ha solo 19 anni ed è un talento vero, puro, cristallino, che ha fatto sue tutte le cose ascoltate, frullandole assieme e regalandoci un mix davvero gustoso in questa sua prima opera, opera dal respiro assolutamente internazionale.

Tra l'altro, notizia di poche settimane fa, il giovane talento toscano è stato assoldato da Lorenzo Cherubini (Jovanotti) che cercava un altro chitarrista da affiancare al suo fido (bravissimo) Riccardo Onori al quale Jovanotti aveva detto di scandagliare i fondali per trovare un nome nuovo, un po' tipo come Rocky Balboa, alla ricerca di qualcosa di fenomenale.
Riccardo non si è fatto pregare e, una volta proposto la cosa a Danny, il quale ovviamente ha accettato, lo ha presentato così: "questo fa paura, è un ragazzino ma suona come Stevie Ray Vaughan, giuro!".
Così tra pochi giorni il "ragazzino" si troverà a passare dai pubs, dove suonava fino a ieri, a calcare palchi davanti a cinquantamila persone.
D'altronde anche Stevie Ray, prima di diventare quello che poi è diventato, andò in tour con David Bowie!
Bravo Danny, te lo meriti.

Sono certo che Mauro da lassù avrà un sorriso incredibile sul suo volto e gli occhi gli brilleranno ancora di più.

giovedì 21 maggio 2015

"FUNKENYA!" Sam Paglia Trio

Ricevuto proprio poche ore fa il pacco contenete il nuovo ultimo lavoro di Sam Paglia, che arriva a ben quattro anni dall'ultimo bel disco "The Last Organ Party" del 2011 appunto.
Sam, oltre che essere un amico, è un personaggio davvero particolare nel panorama musicale nostrano.
Fa parte di quella stirpe di artisti di culto innamorati di un periodo storico che va dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '80 e che comprende quell'adorabile mix di cose un po' ammerrigane e un po' nostane; un medley di Funk, Soul, Hammond, Fender Rhodes, Cedrata Tassoni,  Moplen e Cesenatico.
Ha licenziato a suo nome ed a nome del suo trio ben sette album ed un paio di 7" che un manipolo, non numeroso come meriterebbe il materiale in questione, di fans affezionatissimi me compreso, si tiene ben stretto.
Tutti dischi godibilissimi e notevolissimi, contenenti in alcuni casi delle chicche che se fossero state incise in un decennio meno vuoto di quello attuale, avrebbero avuto sicuramente gli onori che meritano, a livello commerciale intendo. Come non citare, a dimostrazione di quello che sto dicendo, la sua "Continental 70", contenuta nel suo album "Nightclubtropez" del 2000 che se fosse uscita, chessò
, nel 1968, avrebbe potuto tranquillamente essere la sigla finale, quella con i titoli di coda, di un programma in bianco e nero di Antonello Falqui come "Studio Uno" ad esempio.

Dal vivo poi, il nostro è divertentissimo ed il consiglio che vi do è quello di non perdervelo se capita dalle vostre parti; la serata è garantita e vi sembrerà di entrare in quei clubs fumosi degli anni '70, frequentati da una fauna che solo chi ha vissuto quegli anni e quei particolari locali può ricordare, dove la mignotta di turno era seduta al tavolo del malavitoso con gli anelloni d'oro ed il sigaro in bocca e dove fuori c'è parcheggiata la Ford Taunus di Sam appunto.

Il nuovo "Funkenya!" è disco estremamente godibile , tra brani che rispecchiano in pieno il suo stile, come l'iniziale "Brockley Jack", destinato sicuramente a diventare un suo classico live o le covers di "Can You Do Whitout" dei Meters e "VJC" di Clifford Coulter autore di tre albums targati 1970-71 e 80, l'ultimo dei quali prodotto da Bill Withers di cui Sam ci offre una bella versione di "Kissing My Love".
Il brano che da il titolo al disco "Funkenya!" che avevo già avuto modo di ascoltare in versione live, durante un suo concerto dalle mie parti di un po' di tempo fa è un brano totalmente sperimentale, che oserei definire psychofunk, Brano che dal vivo si presta sicuramente ad essere allargato a dismisura, fino a raggiungere durate che erano pensabili solo nei concerti di certe bands che, nei primi anni settanta, riuscivano ad eseguire anche soltanto due-tre brani a concerto, tanto lunga era la durata degli stessi.

"Sorry Baby" cantato dal nuovo membro del trio Francesco Minotti, è il classico brano in cui potrete prendere la vostra pupa e, con uno sguardo alla Clark Gable, se non vi ride in faccia, baciarla ardentemente sotto la luna su una spiaggia.
L'album si conclude con una cover dove, chiunque altro, avrebbe potuto farsi davvero male. Non è facile infatti riproporre brani di quell'autentico talento che fu Donny Hathaway; Sam invece non si fa certo prendere da inutili timori e le sue dita sul suo fido Hammond riescono a farci innamorare anche di questa sua grassa rilettura.

L'artwork della copertina è curata da Sam Paglia stesso, che oltretutto è un ottimo disegnatore.

Il Trio si compone di:
Sam Paglia- Hammond, Clavinet, Minibasso Bustacchio, Fender Rhodes e Wurlitzer Electric
Francesco "Kekko" Minotti- Vocals, Guitar,Harmonica, Electric Bass
Simo Paglia- Drums, Electric Bass, Minibasso Bustacchio, Vocals.

Disco consigliatissimo.





martedì 19 maggio 2015

Il BLUES non morirà mai, oggi però se n'è andata una bella fetta. Addio B.B. King.

Il 14 Maggio 2015 verrà ricordato come il giorno che ci ha lasciato il Re del Blues.
B.B. King è infatti morto a Las Vegas all'età 89 anni.
Negli anni, a partire dal lontano 1980, quando lo vidi per la mia prima volta, concludere la prima edizione del Pistoia Blues Festival, alle 4 del mattino, dopo che prima di lui aveva suonato Muddy Waters, ho avuto occasione di lavorare al suo fianco molte altre volte, sempre al festival toscano.


Chitarrista unico, elegante, raffinato, in possesso di un inconfondibile vibrato fatto con la sua mano sinistra è stato indubbiamente un vero e proprio caposcuola, importantissimo all'epoca nell'influenzare i numerosi chitarristi inglesi degli anni sessanta che dettero vita alla cosidetta rinascita del Blues, partita proprio dall'Inghilterra.
Uomo dotato di un'umanità, di una educazione e di una gentilezza difficilmente riscontrabili in altri artisti del suo calibro. Di questo ne sono personalmente testimone, tanto che alla notizia della sua morte, purtroppo nell'aria già da alcuni giorni precedenti, non ho difficoltà ad ammettere che mi sono scese spontaneamente le lacrime.

Tralasciando la storia di questo immenso artista, per raccontare una storia del genere non basterebbe un volume intero, racconterò un paio di semplici episodi che mi sono accaduti durante le occasioni che ho avuto di accompagnarlo sul palco e che adesso terrò strette al cuore come ricordi tra i più preziosi di tutta la mia carriera.

Era l'edizione del 1990 e B.B., pur non essendo al meglio della suo forma fisica (era stato ricoverato in ospedale pochi giorni prima a causa dell'aggravarsi della malattia che già da molto lo affliggeva, il diabete), aveva comunque tenuto sul palco di Pistoia un'altra esibizione magistrale, all'epoca la sua quarta al Pistoia Blues (ne conteremo nove alla fine).
Lo stavo accompagnando dal palco verso i camerini.
Chi ha avuto occasione di vederlo dal vivo, sa benissimo che lui, al termine del suo set, era uso regalare al suo pubblico alcuni plettri recanti la sua firma e varie spillette con la forma di "Lucille", la sua fida Gibson, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Mentre ci dirigevamo appunto verso i camerini, lui tutto soddisfatto per la sua esibizione, per ringraziarmi del servizio che gli offrivo nell'accompagnarlo illuminandogli gli scalini con la mia torcia elettrica, si fermò, mi sorrise con quel suo sorriso bonario, si frugò in tasca, ne estrasse una spilla e me la mise in mano ed io, di rimando, gli risposi con un sorriso sincero.
Durante il tragitto, una ragazza che si trovava all'interno del backstage, forse un'addetta al catering, gli si avvicinò e gentilmente, dopo averlo salutato, gli domandò anch'essa una della sue famose spille.
B.B. si frugò nuovamente nelle tasche, tutte, però il suo sorriso si adombrò quando si accorse di non averne più nemmeno una.
A quel punto mi sentii come in dovere di offrire la spilla che l'artista mi aveva regalato pochi attimi prima alla ragazza che l'accettò contentissima.
B.B. apprezzò moltissimo questo mio gesto e mi battè la mano sula spall, esclamando "You're a gentleman...a real gentleman!". Io, ovviamente, mascherai benissimo il mio ovvio dispiacere di essermi privato di un così bel ricordo ma tant'è, avevo fatto in fondo la cosa giusta.

Una consuetudine che B.B. King aveva in quel periodo, era quella di rilassarsi e rifocillarsi per un'oretta e mezza nei camerini, prima di risalire in macchina e ripartire per il suo albergo, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Quando venne il momento, lo accompagnai alla macchina, salutai lui ed il suo autista e mi avviai verso la breve salita che porta al backstage, quando all'improvviso mi sentii chiamare; mi voltai e vidi l'auto appena partita, ferma in fondo alla discesa; corsi immediatamente verso la macchina, pensando a cosa mai poteva essere accaduto.
Arrivato li vidi B.B. King che con un sorriso smagliante stampato sul volto, mi porse una spilletta raffigurante "Lucille" che, evidentemente, aveva ritrovato in macchina!
A circa due ore di distanza si era ricordato di me e del mio gesto nei confronti della ragazza.
Ancora oggi, tutte le volte che ci penso, mi sembra un gesto ed un pensiero davvero incredibile.

Quest'altro piccolo aneddoto invece riguarda l'ultima sua esibizione tenuta dal Maestro a Pistoia, durante l'edizione del 2012.
In quell'edizione B.B., non in perfette condizioni di salute ed oramai piuttosto avanti con gli anni, suona tutto il concerto da seduto, intrattenendo però il pubblico come solo lui sa fare.
Durante il suo set, mentre stava eseguendo "You Are My Sunshine", accadde una cosa bellissima: si fermò e chiese al pubblico una specie di gesto d'amore, un bacio che ogni uomo avrebbe dovuto dare alla propria donna.
Li per li quasi nessuno capì quello che l'artista stava chiedendo, tanto che B.B. prese la sua Lucille e la baciò, guardando interrogativamente il pubblico delle prime file ed esclamando di non vedere nessuno baciarsi.
A quel punto, io che mi trovavo davanti al palco a coordinare la sicurezza, richiamai la sua attenzione con un gesto e, visto che Francesca, la mia ragazza, si trovava dalla parte opposta del palco, andai verso di lei e le stampai un bel bacio sulla bocca, sotto gli occhi, che brillavano di entusiasmo, di B.B. King, il quale mi indicò al pubblico con una bella risata esclamando "Give me a yeah for him!!!".
Successivamente, nel tratto che dal palco va alla scala, mi dette la mano ringraziandomi e dicendomi che era stato molto bello il mio gesto d'amore!

Nel mondo c'è sempre un gran bisogno d'amore e B.B. King, oltre che uno dei più grandi ed influenti chitarristi della storia, è stato anche un grande messaggero d'amore.
un uomo buono, un uomo dagli occhi buoni.
Mi mancherà tantissimo.



Si dice sempre che il Blues non morirà mai. Adesso se n'è però andata una bella fetta.

domenica 8 marzo 2015

Quattro Chiacchiere Con DAVE SUMNER (L'irresistibile chitarra inglese dal magico suono)

Pubblicai questa mia intervista su "ANNI 60" Numero 12 del Luglio 1991:


"Sono sempre stato un ammiratore dei PRIMITIVES di Mal, Dave, Jay e Pique; dell'irresistibile complesso inglese dal magico suono.
E' stato quindi con grande entusiasmo che ho accolto l'arrivo a Firenze, per ben due serate, dei MAD DOGS.
Vi chiederete cosa c'entrino questi ultimi con i Primitives; bene, i Mad Dogs sono praticamente un "supergruppo" del periodo Beat targato 1966-67, sono infatti composti da Dave Sumner mitico chitarrista dei Primitives e successivamente di Motowns e dei Camel, Mike Brill ex bassista del gruppo di Thane Russel, George Sims ex chitarrista dei Cyan Three di Patty Pravo e Derek Wilson ex batterista dei Sopworth Camel.


Arrivo al "Tenax", la discoteca dove si svolgerà lo spettacolo con largo anticipo e vedo il gruppo che si aggira per la sala semivuota. Ne approfitto per avvicinare Dave  e mostrargli una vecchia cartolina dei Motowns da lui autografata ed una foto che gli scattai a Pistoia ai primi del '68. Rimane piacevolmente stupito ed è così che incominciamo a parlare cordialmente.

SM- La prima domanda che vorrei farti è una domanda che sicuramente tutti ti faranno: se sei ancora in contatto con gli altri e che fine ha fatto Jay Roberts il bassista biondo platino, ricordo che era molto potente con il suo basso "Rickenbaker" con sole tre corde!
DS- Si, con Mal ci sentiamo spesso, l'ho chiamato proprio la scorsa settimana; abbiamo fatto ancora molte cose assieme, tipo serate all'insegna dei "Revival". Pique è stato molto fortunato; pensa, stava in Inghilterra, assolutamente senza un lavoro; una sera se ne stava appoggiato al banco di un pub a bere, quando gli si avvicina un tipo chiedendo in giro se ci fosse nessuno che sapesse suonare qualche strumento, dato che stava cercando di mettere su un gruppo. Lui rispose che era un batterista momentaneamente disoccupato ed accettò l'offerta. Pensa, il tipo era Mark Knopfler e Pique entrò in pianta stabile nei Dire Straits!

Comunque penso sia stata una cosa giusta, perchè Pique Withers è un batterista davvero bravo.
Per quanto riguarda Jay Roberts, il bassista, lui ha abbandonato completamente la scena musicale, è tornato a vivere in Inghilterra dove ha fatto un po' di soldi facendo l'antiquario. Ho comunque saputo che avrebbe voglia di riabbracciare il suo basso e di ricominciare a suonare. Fisicamente è sempre lo stesso, con gli stessi capelli biondo-platino.


SM- Cosa ricordi di quegli anni, il Piper, il Cantapiper, il Cantagiro?
DS- Erano anni favolosi,Un momento della nostra vita davvero supendo; il bello è che non ce ne rendevamo conto allora!

SM- Una cosa che vorrei chiederti e che all'epoca lasciò me, fervente ammiratore dei Primitives sconcertato, è come mai li lasciasti per entrare nei Motowns?
DS- Me ne andai dal gruppo quando la RCA, visto il successo di Mal come solista, pretendeva che diventassimo "Mal & The Primitives"; io non lo ritenevo giusto, noi eravamo The Primitives e quello dovevamo restare; quindi mi unii a The Motowns.

SM- La chitarra che appare negli albums "Sua Eccellenza Mal Dei Primitives" e nel successivo "Mal Dei Primitives", nei brani attribuiti al gruppo, come " Dear Mr. Fantasy" dei Traffic, "Song Of A Baker", "Is It True", "Race With The Devil" ed "Il Paradiso", è effettivamente la tua oppure no?
DS- Può darsi che in alcuni brani sia effettivamente io a suonare ma vedi, in quel periodo i Primitives non esistevano praticamente più come gruppo, erano soltanto dei musicisti che accompagnavano Mal e venivano spesso cambiati. C'è stato un momento in cui non c'era più nemmeno uno dei membri originali a parte Mal ovviamente.
Se devo essere sincero non ricordo davvero se ho suonato in qualcuno di questi brani; vedi, ho suonato in tanti di quei dischi ed accompagnato in studio tanti di quei cantanti che mi riesce davvero difficile ricordarli tutti.


SM- Sul retro del singolo "Non dimenticarti di me", appare un pezzo, "Love, Peace, Music" attribuito a te e Mal come autori e tratto da un fantomatico LP "Mal, Dave & Mike"; cosa puoi dirmi di quel brano e del LP?
DS- Si effettivamente è una song composta da me e da Mal.
Ti racconto una curiosità su questo pezzo; hai sentito che all'inizio cantiamo con delle voci molto basse e via, via che si sviluppa il brano la tonalità si alza? Ecco, il difficile era raggiungere quelle tonalità così basse, dopo molti tentativi abbiamo capito che, se volevamo ottenerle, dovevamo incidere al mattino appena svegli, così le voci erano proprio come le volevamo e come le puoi ascoltare sul disco.
Questa canzone doveva effettivamente fare parte di un 33 giri che noi abbiamo effettivamente registrato ma che la RCA non ha mai pubblicato.

A questo punto ho tirato fuori la mia copia di "Blow Up", lo stupendo ed unico album dei The Primitives e Dave mi ci ha fatto sopra una dedica.
Pensare che mi ha detto di non possederne neppure una copia: Gli ho chiesto se sapeva che la "Contempo Records" di Firenze ne aveva fatto una ristampa e mi ha risposto che si, aveva sentito qualcosa al riguardo.

Gli altri lo chiamano; è il momento di salire sul palco per un'ennesima serata.
Un'incredibile sequenza di brani di quegli anni sparata a raffica sulle teste dei ragazzi di oggi che mostrano di gradire.
"Back In The U.S.S.R." dei Beatles, "You Really Got Me" dei Kinks e poi "Kansas City", "Light My Fire", "Roundhouse Blues", "Someone Else", "Jailhouse Rock", mischiate a brani dei '70 e più recenti come " Cocaine", "After Midnight", "Sharp Dressed Man" ed è incredibile l'entusiasmo di questi ragazzi di 40 anni e più, che ancora si divertono veramente a suonare.
Dave Sumner si, sei ancora l'irresistibile chitarra inglese dal magico suono."

PS: Purtroppo il bassista Jay Roberts, ancora vivo al tempo di questa mia intervista con Dave, non avrebbe mai ricominciato a suonare il suo basso.
Morì infatti il 21 Settembre 1995.




giovedì 8 gennaio 2015

DAL PIPER DI VIAREGGIO ALLO SPACE ELECTRONIC DI FIRENZE

L'Estate del 1972 fu per certi versi un'estate che cambiò la mia vita.
In quell'estate lontana conobbi amici ed ascoltai musiche e suoni che 
sarebbero rimasti in me per sempre.
Da sempre i miei genitori mi portavano in vacanza in Versilia e, fin dai tardi 
anni '60, quel locale situato al termine della lunga passeggiata di Città 
Giardino (il Piper Club) aveva sempre attirato la mia attenzione.

Era un locale ad un solo piano, molto basso, con una pista per ballare scavata 
ed il palco era praticamente sopra due gradini rispetto al pubblico. La 
capienza era piuttosto bassa, diciamo circa 5-600 persone.
Fin dai tardi anni '60 appunto questo locale rappresentava per me una specie 
di “paese dei balocchi”. Grazie ad un cugino più grande di me, che conosceva 
gli allora gestori, riuscivo ad entrare, ed io, ragazzino di 11-12 anni, venivo 
parcheggiato ad un tavolo con una gazosa in mano, mentre lui se ne andava a 
tampinare le ragazzine ye-ye dell'epoca.
Io restavo affascinato dalle cameriere vestite da conigliette di Playboy, 
dalle luci stroboscopiche e dai complessi che si esibivano su quelle strette 
pedane.
Nelle serate che mio cugino aveva altro da fare che non venire al Piper, io me 
ne andavo da solo fuori dal locale e con l'unghia grattavo un po' di vernice 
dalle vetrate esterne, che allora si trovavano sul lato destro della struttura, 
e mi guardavo le band suonare all'interno. Un grande amore insomma.In quella estate del 1972 però quel locale, che nel frattempo aveva cambiato 
nome ed era passato ad un futuristico “Piper 2000”, propose un cartellone 
addirittura fantascientifico; tutti i più grandi nomi della musica pop italiana 
ed internazionale si sarebbero esibiti li.
Vand Der Graaf Generator, Genesis, Amon Duul II, Audience, Brian Auger, Rory 
Gallagher, più praticamente tutti le migliori formazioni del Pop italiano erano 
in cartellone in quella estate pazzesca.
Ricordo che i concerti (spettacoli come venivano chiamati allora) erano due, 
uno al pomeriggio e l'altro alla sera, con me ed i miei amici di allora che 
spesso ce li vedevamo entrambi.
Ricordo che spesso noi abituè del locale davamo una mano ai musicisti stessi a 
trasportare gli strumenti all'interno, quanta fatica, ad esempio, far passare 
l'hammond di Brian Auger dalla stretta porticina laterale del locale.
Ricordo che spesso i musicisti restavano con noi ragazzi a parlare fuori dal 
locale nel tempo che intercorreva tra l'esibizione pomeridiana e quella serale; 
fu così per Rory Gallagher che alla sera quando se ne andò vedemmo 
letteralmente lanciare la sua fida stratocaster, senza custodia e tutta 
scortecciata, sopra  ad una scassatissima due cavalli furgonata, già stacarica 
di strumenti.
Fu così anche con Peter Gabriel, accompagnato da una ragazza stupenda che era 
felicemente stupito del successo che la sua band, i Genesis, aveva nel nostro 
Paese, mentre era ancora pressochè sconosciuto in Patria.
Pensate che il giorno successivo alla loro esibizione piperina ( era una data 
libera per loro), i Genesis al completo, più alcuni loro tecnici, giocarono 
addirittura una partitella di calcio sulla spiaggia contro alcuni ragazzi che 
erano stati al concerto, rimediando peraltro un perentorio 3 a 0!

Ricordo Renate, cantante degli Amon Duul II che, in preda a non si sa quale 
sostanze, cercava di “nuotare” sull'aiuola davanti al locale, con noi che 
guardavamo la scena a bocca aperta.
Io, allora sedicenne, in vacanza con i genitori, alloggiavo in un albergo 
vicino ma “vivevo” praticamente davanti al locale assieme ad altri giovani dai 
capelli lunghi che passavano le giornate, con chitarre, percussioni e flauti, a 
suonare seduti sulle piccole aiuole fiorite.
Terminata l'estate, con gli amici conosciuti al Piper, ci ritrovammo a rmi e 
bagagli in quella che praticamente diventava la “casa invernale”, cioè lo Space 
Electronic di Firenze.
I  luoghi di ritrovo, per i patiti della musica rock a Firenze, erano allora 
prevalentemente due; lo “Space Electronic” appunto ed un negozio di dischi, che 
aveva in anteprima le novità di importazione, il “Sala Disco” di via Zannetti, 
dove passavamo i pomeriggi e dove una gentilissima signora ci faceva 
pazientemente ascoltare le pile di LP che le chiedevamo di farci ascoltare 
chiusi in un'angusta stanzetta. Eravamo però degli ottimi clienti.
I nostri sabati sera e le domeniche pomeriggio di quei primissimi anni 70 li 
trascorrevamo però allo Space Electronic.

Lo Space era (ed è) situato in Via Palazzuolo ed era uno spazio enorme che in 
precedenza era stato una palestra comunale e successivamente un'officina.
Anche li stessa atmosfera, il posto dove poter ballare ed ascoltare dal vivo 
la “nostra musica”.

Ci ritrovavamo davanti al Bar Deanna di fronte alla Stazione di S.M.Novella e 
percorrevamo i pochi metri che ci portavano a scendere la discesa che ci 
avrebbe condotto all'interno del locale, dove la rassicurante facciona gigante 
in cartapesta, opera di un costruttore di carri per il Carnevale di Viareggio, 
ci avrebbe accolto sorridente.
Fu così che in quell'enorme (per i dettami dell'epoca) spazio ci vedemmo, negli anni, concerti come Canned Heat, Atomic Rooster, Vand Der Graaf Generator, Ian 
Carr con i Nucleus, Audience, Brian Auger, Strawbs, Fields, e molti altri, 
accanto ai nomi del panorama fiorentino e non che tenevano alta la bandiera 
della musica qui da noi.
Ricordo che, assieme agli amici di allora, ci scatenavamo sulla pista al 
ritmo della musica che il disc-jockey, Graziano Miai, passava ed era un tipo di 
musica diversa da quella passata nelle altre discoteche fiorentine.
Si ballava inizialmente, nei primi anni che vanno dal 1969 al 1970-71 con 
musica prevalentemente rock, successivamente fece il suo ingresso nella 
programmazione anche la musica soul ed il rhythm'n blues.

Per capire, anche solo per farsi un'idea, dell'atmosfera che regnava in questo 
locale assolutamente all'avanguardia, basta leggere le note che un depliant, di 
qualche anno successivo all'apertura del locale stesso, recitava: “Entri e ti 
ritrovi in una dimensione diversa, come in una favola puoi sederti tra i petali 
di fiori giganteschi del giardino del re del carnevale che ti accoglierà 
strizzandoti l'occhio col suo faccione bonario e sorridente, unico nel suo 
genere...Al piano superiore vieni accolto dalla musica, lo spazio è grande, le 
luci pulsano, immagini, suoni, tutto ciò che è intorno ti coinvolge e ti invita 
a ballare insieme ad altre persone in uno spazio ideale.” Ritroviamo in queste 
parole tutto l'immaginario di Re Cremisi, Giganti Gentili, terre grigio-rosa 
del periodo che viveva il mondo musicale di allora.

Eravamo insomma nel posto giusto al momento giusto e vivevamo le cose nel 
momento stesso che queste nascevano.
Cito le parole del mio indimenticato amico Ernesto De Pascale che ha diviso 
con me questo fantastico percorso di musica e vita: Fortunatamente siamo stati 
in grado di documentare in una specie di “storia orale” un momento chiave del 
rock, la cosiddetta era dell'eclettismo; il dopo-Woodstock ed il prima...di 
tanto altro.
Una sensazione mai provata prima e che, credo proprio difficilmente proverò ancora in futuro.




(Capitolo da me scritto intitolato "Il Piper di Viareggio, il nostro paese dei balocchi", pubblicato sul libro "RIBELLI NELLO SPAZIO" di Bruno Casini- Editrice Zona. 2013)