giovedì 24 novembre 2016

Rossington "Take It On Faith" (2016)

Gary Rossington, l'unico superstite della formazione originale dei Lynyrd Skynyrd, è da poco uscito con il suo nuovo disco, registrato in compagnia della moglie Dale Krantz Rossington. L'album si chiama “Take It On Faith” , registrato per l'etichetta indipendente "Loud And Proud Records" e, dico subito, a scanso di equivoci, che l'album mi è piaciuto molto.

Dopo i due albums, anch'essi molto belli, della Rossington Collins Band, all'indomani del tragico incidente aereo in cui persero la vita Ronnie Van Zant, Steve Gaines, Cassie Gaines e Dean Kilpatrick, oltre ai due piloti dell'aereo, incidente che, di fatto, chiuse la prima parte della storia dei Lynyrd Skynyrd, che in seguito si sarebbero riformati, schierando il fratellino di Ronnie, Johnny Van Zant e che, ancora oggi, girano in tour e registrano nuovi albums; Gary incise due dischi solisti.
I due dischi in questione, “Return To The Scene Of The Crime” del 1986, attribuito appunto a Rossington e “Love You Man” del 1988, questa volta attribuito alla Rossington Band, che però risentivano troppo delle famigerate sonorità di quel periodo e non erano sicuramente albums entusiasmanti.

Al terzo disco Gary Rossington centra decisamente il bersaglio.
Tra le pieghe di questo cd ci sono gli umori ed i sapori del Sud, con i suoni che si respirano appunto in quella zona, meravigliosa, degli Stati Uniti.
Il disco si apre con “Highway Of Love”, il cui giro iniziale ricorda in maniera incredibile la “Midnight Rider” nella versione di Gregg Allman solista, poi il brano si apre e ti conquista subito, merito anche della particolarissima voce di Dale Rossington che, con il tempo, ha acquisito una ruvidità ed una forza dirompente.Il brano è uno di quelli che ti si incollano subito in testa, ideale per aprire i concerti dal vivo.
Con il secondo brano “I Should Have Know”, il blues si fa presente. C'è molto ma molto blues, tipicamente sudista in questo disco che ne è intriso in tutte le pieghe.
Il terzo brano è il brano che da il titolo all'album e che è stato scelto per fungere da lancio promozionale, visto che ne esiste anche un bel video. La canzone è una ballata ma non di quelle epiche ed un po' pompate a cui ci hanno abituato gli ultimi Lynyrd; qui tutto è molto misurato, c'è del gusto, del gusto vero e la slide di Gary punteggia la bella voce di Dale in un brano molto profondo.

“Dance While You're Cooking” è un soul che pare uscito da Memphis, Tennessee e Dale ci da ancora una dimostrazione di quanto la sua voce sia assolutamente a suo agio in questo genere.
Ancora un blues di quelli seri con “Shame On me”, con il piano di Bruce McCabe che punteggia la splendida voce di Dale e la chitarra di Gary che graffia trasudando la tipica sofferenza del blues del South.
Molto bella ed anche “Good Side Of Good”, brano dalla presa immediata, con un incedere che ti si incolla subito addosso.
Ancora blues con “Something Fishy” in cui la voce di Dale assomiglia sempre di più a quella di una interprete di colore. Immagino la resa dal vivo di questa cantante che, nei Lynyrd, interpreta il ruolo di corista; già dai tempi della Rossington- Collins Band mi piaceva molto ma oggi il suo timbro è decisamente migliorato con gli anni.
Uno slow blues è “Too Many Rainy Days”, in cui Bruce McCabe al piano da dimostrazione di saperci fare.
Il disco si conclude con “Where Did Love Go” una ballata, forse un po' troppo sdolcinata, in cui si fa sentire un bell'organo suonato da Reese Winans (Steve Ray Vaughan Double Trouble) e con la tosta“Two Very Different Things”.
Tra i vari musicisti presenti alle registrazioni, troviamo anche il texano Delbert McClinton all'armonica.

Davvero un bel disco, intriso di blues del Sud, molto distante dalle prove dell'ultima incarnazione dei Lynyrd Skynyrd, oramai più dediti ad un muscoloso, anche se piacevolissimo, suono AOR.

Bel disco davvero, che mi sento di consigliare a tutti gli amanti dei suoni confederati ed anche ai numerosi fedeli del blues.

sabato 12 novembre 2016

Willy DeVille and me.



Ho sempre considerato Willy DeVille uno dei più grandi esponenti del Blues mai esistiti.
Il suo era un blues che veniva dalla sofferenza vera, una sofferenza interiore che lo portò più volte a scappare dalla sua terra natia, quella Stamford nel Connecticut, per cercare quel qualcosa che non riusciva a trovare, come un vero e proprio randagio.
A volte ci è riuscito e  la sua musica sta a dimostrarlo.
Era stato conquistato dal Blues attraverso un disco, “So Many Roads” di John Hammond jr. (1965), dopo l'ascolto di quel disco, niente sarà più lo stesso per il giovane William Paul Borsey jr che sposerà la causa del Blues trasformandolo in qualcosa di unico; diventerà infatti Willy DeVille attorno alla metà dei '70, passando attraverso la denominazione della sua band, vale a dire Mink DeVille.
Ho avuto occasione di incrociare la mia strada con quella di Willy ben sei volte; la prima risalente al lontano 1984, quando ancora appunto, si facevano chiamare Mink DeVille, in un caldo, caldissimo giorno di metà Giugno.
L'interno della discoteca “Tenax” di Firenze dove si esibiva, era addirittura incandescente ed il fumo delle sigarette, quando il pubblico poteva ancora fumare all'interno dei locali, si sarebbe tagliato soltanto con una scimitarra.
L'album con cui girava in quel tour era “Where Angels fear To Tread” e la sala era davvero stracolma di gente, complice anche il fatto che l'emittente televisiva di allora, “Videomusic”, passava molto spesso il video di “Each Word's a Beat Of My heart” e la ballata in salsa rock “Demasiado Corazon” riscuoteva un discreto successo qui da noi.
L'inizio fu quasi cinematografico, con una stupenda “Harlem nocturne”, il celebre brano di Earle Hagen e Dick Rogers.
L'apparire in scena di questa specie di Capitan Uncino, con orecchini, anelli e denti d'oro, vestito come un principe decaduto, fu quasi uno shock per tutti i presenti.
La sua band, con Luois Cortellezzi al sax e Kenny Margolis alle tastiere e fisarmonica e Rick Borgia alle chitarre, era qualcosa di spettacolare.
“Cadillac Walk”, “Spanish Stroll”, oltre a quasi tutto l'ultimo album, più alcune covers “Save The Last Dance For Me” su tutte, fecero di quel mio primo concerto di quella band, un qualcosa di assolutamente indimenticabile.
Appena pochi giorni dopo, trovandomi in Versilia, decisi di andare a vedere una manifestazione che si teneva al famoso tendone di Sergio Bernardini, sul lungomare che divide Lido di Camaiore da Forte Dei Marmi, che si chiamava “Bussoladomani”, incuriosito da un cartellone che vedeva la presenza dei più disparati artisti, che sarebbero stati presentati da Gianni Minà.
Questo spettacolo, denominato “Rockstar 84”, veniva ripreso dalle telecamere RAI e sarebbe poi andato in onda nell'inverno successivo.
In cartellone c'erano appunto i nomi più disparati, da Mink DeVille appunto, a John Mayall, a Edoardo Bennato, Gianna Nannini, i Krisma, Jimmy Cliff, Tullio De Piscopo, fino a meteore di quegli stravaganti anni '80, come Garbo, Joe Squillo, i Berlin, i Re-Flex ed un certo Marilyn, una specie di transessuale con una lunga chioma biondissima.
Programma quantomeno sconclusionato ma, per me, interessante, vista soprattutto la presenza di John Mayall e Mink DeVille appunto.
Ovviamente la delusione fu grande quando mi accorsi che quasi tutti gli artisti si esibivano in playback, ad uso delle telecamere, come era prassi quasi costante in quell'epoca.
Ricordo uno scontrosissimo John Mayall che, peraltro, fu uno dei pochi ad esibirsi da vivo, anche se in un solo brano, come del resto Willy, che però cantò dal vivo (Demasiado Corazon) ,ma su basi registrate.
Dovetti aspettare ben cinque anni prima di incrociare il mio cammino con quello di questo artista che tanto amavo, però questa volta lo avrei fatto da addetto ai lavori; ero infatti, già da alcuni anni, il responsabile della security del Pistoia Blues Festival che, nell'edizione del 1989 propose in cartellone Willy DeVille.
Willy si presentò a Pistoia nel corso di un breve tour nel nostro Paese, tour che, in sole tre date, toccò Milano, Roma ed appunto il Festival Blues di Pistoia, che sarebbe stata l'ultima delle tre.
Fu quello però un tour estremamente sfortunato per il musicista, che ne frattempo si era trasferito a New Orleans, sposando appieno gli umori ed i sapori di quella città dall'atmosfera unica e magica.
A Milano aveva suonato gratuitamente i Piazza Duomo ma un violento acquazzone aveva fermato il concerto a poco più di venti minuti dall'inizio.
A Roma invece il concerto fu fermato dai Carabinieri per “schiamazzi notturni” ed anche a Pistoia, come vedremo, non andò benissimo.
Willy si presentò con una formazione priva dei fiati e con un giovane promettente chitarrista che all'epoca aveva già suonato con Ray Charles, Joe Cocker e Rickie Lee Jones, vale a dire Jeff Pevar, che sostituiva Ricky Borgia.
Nei camerini era sempre accompagnato dalla bionda moglie Lisa Leggett che, in seguito nel 2001 si sarebbe tolta la vita impiccandosi.
Dovete tenere presente che in quegli anni, il pubblico dei festival Blues, ed in particolare quello di Pistoia, era molto esigente e difficilmente era portato a transigere per quanto riguardava i generi proposti su quel palco che dovevano essere obbligatoriamente molto vicini al Blues più ortodosso; non erano tollerate contaminazioni insomma. Molti artisti, anche in precedenza, ne avevano fatto dolorosamente le spese, uno su tutti l'anno precedente, il grande Curtis Mayfiled che era stato persino fischiato per aver proposto il suo magnifico soul , che il pubblico non aveva assolutamente apprezzato, considerando la sua esibizione quasi un tradimento nei confronti del genere che dava il nome alla manifestazione. Meno male che le cose con gli anni sono cambiate,mi vien da dire, anche se qui si aprirebbe una parentesi che porterebbe ad una divagazione dal tema troppo ampia.
Il povero Willy non si sottrasse, purtroppo, a questa stupida e provincialissima regola, stupida ed ingiusta soprattutto in questo caso, visto che Willy DeVille rappresentava una delle visioni più personalizzate del Blues stesso.
La sua vita spesso lo aveva portato ad affrontare situazioni al limite, la sua cultura, la sua genialità facevano pensare ad una visione del Blues con un approccio diverso e molto eclettico della tradizione stessa.

DeVille apparteneva a quella stirpe di musicisti estremamente geniali, penso ad esempio a Screaming Jay Hawkins, che avevano il Blues nell'anima e nelle corde, senza per altro essere legati ai dettami della tradizione delle dodici battute.
Il suo show sul palco di Pistoia, in quel lontano 30 Giugno 1989 si aprì con una spettacolare introduzione di un classico degli anni '50, “Sleepwalk” di Santo & Johnny.
Durante il set lasciò ampio spazio ai brani tratti dai suoi primi albums e belle riproposizioni come “Mixed up Shook Up Girl” e “Little Girl Broke That Promise”.
Purtroppo il pubblico, piuttosto insofferente, soprattutto quello delle prime file, iniziò addirittura a fischiare durante i brani un po' meno tirati, quelli per intendersi dove si sentiva un po' meno la slide tagliente e Willy, in tutta risposta, scaraventò il mazzo di rose rosse che teneva in mano verso la platea e se ne andò nei camerino parecchio contrariato e pure un bel po' incacchiato, dopo poco meno di un'ora.

Dopo la burrascosa data del 1989, il Festival toscano ingaggiò nuovamente Willy DeVille nell'edizione del 1992, includendolo in una serata, bellissima, dedicata ai suoni e gli umori di New Orleans.
Il cartellone di quella magica serata vedeva infatti alternarsi sul palco artisti come Dr.John, Johnny Adams, The New Island Social &b Pleasure Club, Zachary Richards, i pittoreschi Wild Magnolias e, appunto, Willy DeVille.
Personalmente, in quella occasione, trovai Willy in una forma fisica decisamente migliore di tre anni prima, i suoi oramai purtroppo noti problemi con le droghe pesanti parevano superati, anche se un racconto fattomi negli anni successivi, da un caro amico, Elio Capecchi, un musicista che si trovava in quell'occasione nel backstage, su un episodio accadutogli in quel frangente, me l'aveva detta  lunga sul carattere personaggio in questione. Elio incrociò Willy nel corridoio del palazzo comunale che funge da backstage per gli artisti che si esibiscono al festival, quando questi aveva richiamato la sua attenzione, chiedendogli senza tanti preamboli :” Hey you, my friend...have you a joint?” ed allo sconsolato diniego di Elio che aveva risposto allargando le braccia e scuotendo la testa, il buon Willy si allontanò tuonando un “Fuck you!!!!!” che aveva fatto tremare le enormi pareti del palazzo.
Quello fu l'anno del disco “Backstreet Of desire”, che sarebbe stato pubblicato solo pochi mesi dopo, in Ottobre; pensate che negli Stati Uniti, suo Paese natale, questo disco fu stampato soltanto nel 1994 dalla “Rhino”, questo per far capire la considerzione che Willy godeva in Europa, a differenza di quella su cui poteva contare in Usa. In quei giorni però girava già nelle radio la sua bellissima versione mariachi dello standard “Hey Joe”, portata al successo da Jimi Hendrix.

Un album quello, che avrebbe fatto trasparire in maniera netta il suo amore per New Orleans, città dove era andato a vivere e che lo aveva decisamente reso un uomo molto più tranquillo ed a parte le vampate del suo carattere, come nel caso riguardante la richiesta fatta al mio amico, la sua forma fisica era decisamente migliore delle volte precedenti in cui lo avevo visto.
A conferma di questa sua tranquillità, ricordo un aneddoto di quella serata.
In quegli anni ero felice proprietario di un grosso cane di razza bulldog inglese, una razza particolare che mi aveva conquistato al punto di aver fatto stampare un mio biglietto da visita recante un disegno caricaturale, da me eseguito, di un bulldog appunto.
Avevo letto da qualche parte che anche Willy e sua moglie Lisa erano dei grandi appassionati di questa splendida ed unica razza canina, colsi così l'occasione per avvicinarlo e parlare con lui.
Fu stranamente un argomento che lo interessò moltissimo, ai sui occhi non apparivo insomma come il fan che fa domande sulla sua attività musicale e sulla sua produzione discografica, o un giornalista alla ricerca di scoop sui suoi problemi legati alla passata tossicodipendenza ma soltanto un addetto ai lavori che condivideva la sua passione per una razza canina.
Parlando gli mostrai il biglietto da visita recante impresso il mio disegno e Willy ne fu sbalordito, chiamando immediatamente Lisa per mostrarglielo entusiasta. Me ne chiese addirittura altri ed io gli consegnai tutti quelli, una quindicina, che avevo nel portafogli e, quando più tardi lo vidi, dalla porta semichiusa, da solo all'interno della sua stanza, notai che ne stava sbirciando uno rigirandoselo tra le mani, gli era davvero piaciuto insomma.
Willy, in un elegantissimo completo rosa, durante il suo set chiamò sul palco persino il presentatore della manifestazione, l'armonicista Andy J.Forest e, seduti uno accanto all'altro, suonarono una bellissima “Wake Up This Morning”, Willy alla slide e con la sua inconfondibile e bellissima voce e Andy all'armonica.

Passarono ben otto anni prima che avessi ancora l'opportunità di lavorare per lui e fu ancora al Festival di Pistoia, nell'edizione del 2000.
Anche in questa occasione Willy mi apparve in forma, addirittura un po' più in carne, cosa che su di lui era addirittura impensabile in passato.
Elegantissimo con una giacca corta marrone scamosciata, con bordi in pelle, i capelli lunghissimi, il solito baffetto e mosca sul mento ed i numerosi monili d'oro alle dita e al collo. Un cinturone a fibbia tonda portato a mo' di pirata sopra i pantaloni completava il suo solito aspetto che mischiava il pirata al gitano. Bellissimo, Willy era un personaggio fantastico ed un po' inquietante; uno che ti potevi aspettare che da un momento all'altro tirasse fuori uno stiletto dai suoi stivali e te lo puntasse alla gola, infastidito dalla tua presenza!
Accompagnato da un contrabbassista, un chitarrista, un percussionista e due coriste di colore,tutti rigorosamente seduti su sgabelli, come lui stesso che, appena arrivato sul palco, mentre la band iniziava una ipnotica “Loup Garou”, si battè la mano sul petto per salutare il numeroso pubblico, si sedette e si accese la sua immancabile sigaretta che consumò con ampie e voluttuose boccate durante lo svolgimento del brano.
Concerto bellissimo ancora una volta.

L'ultima volta che ho visto Willy DeVille è stato ancora una volta al Pistoia Blues, durante l'edizione del 2005.
Quella, a differenza delle ultime due occasioni, fu la volta in cui lo vidi davvero ridotto davvero male.
Lo andai a prendere quando arrivò con la macchina che lo accompagnava e, quando ne discese, fui colpito dalla sua magrezza.
Si era tagliato anche il famoso pizzetto ed il suo volto appariva bianchissimo ed emaciato.
Non mostrava assolutamente voglia di interferire con nessuno e l'unico interesse che aveva pareva quello di andare ad infilarsi nel suo camerino.
Dopo poco, da parte dell'organizzazione iniziarono a circolare voci sul fatto che pareva non essere in grado di salire sul palco in preda, si diceva, a astinenza da eroina.
Fortunatamente, non so assolutamente in quale modo, la situazione si ristabilì e lui salì sul palco, riuscendo anche in quella drammatica occasione a portare a termine una bellissima esibizione, ricordo ad esempio una “Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud” che mi fece drizzare anche i peli sulle braccia.

Purtroppo da li a soli quattro anni, il 6 Agosto del 2009, il grande Willy DeVille sarebbe venuto a mancare per un maledetto tumore al pancreas.
Gli abusi della sua vita sregolata avevano infine vinto sul fisico di questo pirata, di questo romantico fuorilegge, lasciando tutti noi amanti di grande musica ed in particolare di quella prodotta da personaggi borderline, artisti fuori dagli schemi, un po' più soli e Willy, in questo caso, era davvero uno dei nostri favoriti.


Lo scorso anno, durante un viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, sono passato anche da New Orleans, andando persino nei quartieri francesi a visitare l'abitazione dove aveva vissuto durante uno dei suoi momenti artistici migliori; abitazione che si trova in St,Peter Street 1015. Sono però davvero rimasto stupito, quando parlando con alcuni musicisti della zona, mi sono reso purtroppo conto che, laggiù, quasi nessuno si ricorda di lui ed anche quando ho provato a cercare qualcosa nei numerosi negozi di dischi, giusto per rendermi conto se almeno discograficamente fosse ricordato, beh non ho trovato che una misera raccolta a bassissimo prezzo, persa tra le offerte che nessuno guardava.
Per quanto mi riguarda i suoi dischi continuano e continueranno imperterriti a girare sul piatto del mio stereo e mi ritengo davvero un fortunato per averlo potuto conoscere.
(Le foto dell'articolo:
- "Coup De Grace" (1981)
-"Where Angels Fear To tread" (1983)
- Mink DeVille "Bussoladomani", Viareggio, 16 Giugno 1984
- Willy De Ville Pistoia Blues 1989, 30 Giugno 1989
- Willy De Ville con me al Pistoia Blues '92, 4 Luglio 1992
- Willy DeVille conferenza stampa al Pistoia Blues 2000, 15 luglio 2000
- Willy DeVille con me al Pistoia Blues 2005, 8 Luglio 2005
- Abitazione di Willy a New Orleans in St. Peter Street, 1015)

giovedì 10 novembre 2016

King Crimson- Firenze, Teatro Verdi 8 Novembre 2016


L'occasione è di quelle ghiotte, da non lasciarsi assolutamente sfuggire, direi addirittura epocale.
I King Crimson approdano a Firenze, nella loro ultima, estrema trasformazione, quella che vede ben tre batterie (Pat Mastelotto, Jeremy Stacey e Gavin Harrison), basso (Tony Levin), Sax (Mel Collins) e chitarra e voce (Jakko Jakszyk), oltre naturalmente al leader maximo Robert Fripp.
La loro precedente ed unica esibizione nella nostra città risaliva al 3 di Maggio del 1995 all'allora Teatro Tenda (oggi Obihall), con la formazione denominata Double Power Trio, senza ovviamente contare quella del 2003 nella vicina Sesto Fiorentino, sempre però provincia di Firenze, nel Parco di Villa Solaria.
Nei pressi del centralissimo Teatro Verdi, per questa prima data del doppio appuntamento fiorentino, c'è praticamente tutta la Firenze e dintorni del rock, sono molti i volti conosciuti ed i saluti si sprecano.
Mi sono addirittura lasciato libero dal mio consueto lavoro di servizio d'ordine, proprio perchè questa è una data, un appuntamento, che merita attenzione, uno di quei concerti da seguire attentamente dalla prima all'ultima nota e, siccome conosco le paturnie di Mr.Fripp riguardo alle riprese videofotografiche, immaginavo che ai miei colleghi si sarebbe prospettata una serata decisamente impegnativa dal punto di vista lavorativo, come infatti poi è stato.

Ci sistemiamo, io e Francesca, in galleria, esattamente frontali rispetto al palcoscenico, palcoscenico che, oltre all'imponente strumentazione, presenta due cartelli laterali che, appunto, invitano il gentile pubblico a spegnere qualsiasi attrezzatura elettronica in possesso, telefoni cellulari compresi.
I musicisti arrivano sul palco come musicisti di un'orchestra, si prendono la prima standing ovation inchinandosi a destra ed a sinistra e si preparano imbracciando i loro strumenti.
Una breve intro da parte dei tre batteristi e da qui in poi inizierà un qualcosa di epocale.
Si aprono le danze con “Cirkus” da “Lizard” (1970) e la sequenza dei primi quattro brani mi lascerà senza fiato.
Dopo il brano iniziale si prosegue con “The Letter” ed una strepitosa “Sailors' Tale”, entrambi da “Island” (1971). In Sailors la chitarra di Fripp è come un mandolino impazzito ed il brano è addirittura sconvolgente nel suo incedere.
E' però con il quinto brano che la mia emozione si fa davvero incontenibile; “Epitaph” dall'album di debutto (1969), disco che comperai appena tredicenne e che, praticamente, mi aprì un mondo intero, un mondo dove la mia mente poteva sognare qualsiasi cosa, aiutato da quelle note epiche e magiche.
Durante quel brano, che ho ascoltato quasi interamente ad occhi chiusi, sono praticamente entrato dentro ad una ipotetica macchina del tempo, quello che tutti più o meno almeno una volta nella vita abbiamo sognato, ed ho fatto un viaggio a ritroso nel tempo pazzesco.
Ho risentito profumi, rivisto volti e risentito parole, rivissuto atmosfere lontane anni luce.
Il potere della musica è incredibile e nei pochi ma interminabili minuti di quell'autentico capolavoro, ne ho percepito tutta la potenza.

Mi restano nella mente anche una stratosferica “Easy Money” da “Larks' Tongues In Aspic” (1972), una delle migliori versioni di sempre, “Larks' Tongues In Aspic Part II” dall'omonimo disco ed una “In The Court Of The Crimson King” che, in quanto a emozioni e sensazioni, assieme a “Starless”, mi ha ripetuto le stesse provate in precedenza con “Epitaph”.
L'unico brano ma è solo una piccola parentesi, giustappunto una virgola, se proprio devo trovarla, è stata la versione proposta di “Red”, dall'album omonimo del 1974 che non mi è piaciuta granchè, non mi è piaciuto in particolare l'arrangiamento delle parti delle tre batteria, batterie troppo in primo piano a sovrastare le parti di chitarra di Fripp. E' proprio comunque come l'andare a cercare la pagliuzza in un concerto pressoché perfetto.

Al termine della esibizione, divisa in due set, come precedentemente annunciato da uno speaker, al segnale di Tony Levin che ha preso la sua macchina fotografica per fotografare tutti noi, assieme ad un divertitissimo Robert Fripp che addirittura faceva un video, abbiamo potuto anche noi immortalare la band in quel frangente.
In molti hanno criticato questo aspetto dello spettacolo, il divieto cioè di scattare fotografie e riprendere video dal telefono cellulare; io, al contrario, ho approvato in maniera incondizionata, è stato come un vero e proprio ritorno al passato, quando ai concerti si andava solo ed esclusivamente per godersi la musica. Arriverei persino ad esigere queste ristrettezze per tutti i concerti, perchè a volte non è davvero possibile, per chi voglia godersi lo spettacolo, doverlo fare attraverso le migliaia di braccia alzate, tese a reggere un cellulare.
Al termine del concerto, spettacolare e che ci lascerà con il buon sapore in bocca per molti giorni a venire, è stato bellissimo intrattenersi con gli amici, molti sempre presenti agli appuntamenti che contano ed altri che si vedono un po' più di rado.
Tra questi, particolarmente piacere mi ha fatto, anche se lui ai concerti c'è praticamente sempre, vedere Alessandro, detto “Aquila”, una vera e propria leggenda dei circuiti rock toscani, con cui mi sono scattato una foto davanti al cartellone del concerto.
Aquila infatti è l'amico con cui, nel lontano 1973, presi il treno che ci avrebbe condotto in quel di Reggio Emilia, per poi infilarci dentro al locale Palazzetto Dello Sport, per il nostro primo, emozionante, appuntamento alla Corte del re Cremisi. Cosa questa che, di fronte ai numerosissimi giovani presenti, ci ha fatto sentire un po' come dei veterani di mille battaglie, come in fondo un po' lo siamo veramente.
Altre sensazioni che tornano a rivivere but...the road goes on forever!


King Crimson- Reggio Emilia, Palazzetto Dello Sport, 5 Aprile 1973

I King Crimson hanno rappresentato per me qualcosa di veramente particolare, unico.
Avevo soltanto tredici anni nel 1969. I dischi che ascoltavo erano perlopiù legati ad un tardo Beat. Le cose più psichedeliche e “avanti” erano quelle che ci passavamo con il passaparola tra amici e con lo scambio di ascolti di Lp's.
Vale a dire, uno di noi comperava, ad esempio, “In-A-Gadda-Da Vida” degli Iron Butterfly e ci invitava tutti ad ascoltarlo a casa sua, quando i suoi genitori erano a lavoro e potevamo così disporre dell'impianto stereo e di una certa autonomia nel poter alzare il volume a nostro piacimento, ovviamente sempre senza esagerare però, per non disturbare il vicinato.
Il nostro fornitore principale di dischi era, all'epoca un piccolo negozietto in centro città, abitavo allora a Pistoia, oltre ai centrali Magazzini Standa, che a noi parevano immensi, la quale Standa aveva un reparto, proprio sotto alla prima scala mobile che avessi mai visto, piuttosto fornito di Lp's.
I sabati pomeriggio e le mattine di “forche” a scuola le passavamo alternandoci tra il negozio e la Standa, dove, con fare da intenditori spulciavamo tra i dischi appena usciti, visto che già da un po' ci interessavamo di Musica ed avevamo (io in particolare) visto già svariati concerti dal vivo delle principali bands Beat dell'epoca che erano transitate nella nostra citta.

Ricordo benissimo il giorno che una incredibile ed angosciante faccione fucsia catturò la mia attenzione. Non c'era scritto il nome del complesso, ne' il titolo del long playing. Per leggerlo dovetti guardare sulla costola del disco; “In The Court Of The Crimson King- An Observation By King Crimson”!
Già così mi risultava difficile capire quale fosse il titolo e quale il nome della Band; però vincendo l'esitazione e, soprattutto, l'imbarazzo nel farmi trovare impreparato, chiesi al titolare del negozio se quello era il disco appena uscito dei King Crimson. Alla sua risposta affermativa lo riposi al suo posto ed uscii dal negozio.

La sera a cena e successivamente a letto non riuscivo a togliermi dalla mente quell'enorme faccia terrorizzata, chissà da cosa, dalla mente e mi addormentai con quell'immagine nella mia testolina di tredicenne della provincia italiana della fine dei '60's.
Al pomeriggio successivo, dopo aver racimolato i soldi che tenevo da parte per ogni evenienza, tornai al negozio e comperai l'album, così solo sulla fiducia di quella incredibile copertina. Tenete presente che non era una cosa usuale all'epoca ed a quella età. I soldi che giravano nelle tasche dei tredicenni dell'epoca erano solo le “paghette” settimanali che i genitori ci davano al sabato, per cui si comperavano solo le cose ed i dischi di cui si era sicuri: era insomma un po' un salto nel vuoto per me, dato che non sapevo assolutamente cosa contenessero i solchi di quel long playing.

Arrivato casa lo piazzai sul piatto e fu subito “21st Century Schizoid Man”. Ascoltai il disco tutto d'un fiato e poi ancora e ancora.
Le note che uscivano da quel disco, l'atmosfera che vi si respirava erano qualcosa di unico, che le mie orecchie non avevano percepito prima di allora. Sublime, celestiale, un mondo parallelo. Dame, elfi, guerrieri medioevali, furore, dolcezza, tutto era dentro quel disco.
Inutile dire che cambiò la mia vita. Da quel momento niente fu più lo stesso. Diventai un seguace di Mr. Fripp e della sua lucida follia.
Poi fu la volta di “In The Wake Of Poseidon” che fu una fantastica riconferma a quel disco meraviglioso, poi “Lizard” che apriva a certi fraseggi jazzati e con un nuovo sconvolgimento di formazione, ma oramai Robert Fripp ci aveva abituati a questo tourbillon di membri all'interno della sua Band, a parte il fido Pete Sinfield presenza marginale ma non troppo, luogotenente, questo infatti appariva a noi, di Fripp.
Poi il meraviglioso “Island”, con l'oboe magnifico di Mark Charig sul brano omonimo e poi "The Letter", "Sailor's Tail" ed ancora un cambio di formazione.

Arriviamo quindi al 1973.
Quella prima parte del 1973 fu un periodo per me molto pieno di concerti, mi ero già visto, dall'inizio dell'anno, i Soft Machine al teatro Astoria di Firenze, Le Orme, sempre nello stesso teatro, dove in quei giorni avrei visto anche il Banco Del Mutuo Soccorso, gli Osanna, in una splendida rappresentazione di “Palepoli” ed ancora Le Orme in una strana location, vale a dire il cortile dell'istituto per geometri di Firenze.
All'inizio di aprile però, ci sarebbe stato il concerto da me più atteso in assoluto, i miei miti dell'epoca: i King Crimson di Robert Fripp!

Questa band, per me, assolutamente incredibile, dopo essersi sciolta all'indomani di un disco, “Earthbound”, che sanciva, in maniera non propriamente gloriosa, la fine di un momento storico fortunatissimo per questa formazione, anche se a me questo live ruvido era davvero piaciuto, a dispetto di tutte le critiche, perchè mostrava ai miei occhi un aspetto della band che non conoscevo assolutamente, momento storico che aveva comunque partorito quattro album assolutamente imprescindibili per qualsiasi appassionato di musica di quella fine anni '60, inizio nuovo decennio.
Si erano poi riformati e, tra gli appassionati, circolavano notizie di una formazione completamente rimaneggiata e di sonorità assolutamente uniche e decisamente all'avanguardia. Cosa questa ampiamente confermata dall'uscita, nel febbraio di quello stesso anno, dell'album “Larks' Tongues In Aspic”.
Il concerto, prima volta assoluta che i King Crimson si esibivano nel nostro paese, era annunciato al Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia e fu così che assieme a due amici (Sandro e Alessandro) prendemmo il treno nel primo pomeriggio da Firenze e ci recammo nella cittadina Emiliana.
Arrivammo al Palazzetto che già le luci pomeridiane si stavano abbassando, non c'era infatti, all'epoca, quella frenesia di entrare ai concerti con ore ed ore di anticipo, così come accade ai giorni nostri, c'era però già un bel po' di gente e noi ci sistemammo nel parterre ad una ventina di metri dal palco in posizione frontale, ovviamente seduti a terra, come era normale per quei tempi.

L'apertura fu affidata a Claire Hammil, cantautrice del nord Inghilterra, che aveva da poco pubblicato il suo secondo album “October”, che io avevo già acquistato, e che apparteneva alla stessa casa discografica (Island) dei King Crimson. Cantautrice che all'epoca veniva paragonata alla più celebre Joni Mitchell e che, in precedenza, aveva già fatto l'apertura durante i loro tour americani, per i Procol Harum ed i Jethro Tull, che però in seguito non ha lasciato grandi tracce del suo percorso artistico. Un vero peccato perchè la ragazza ci sapeva fare, eccome.

La mia eccitazione però non mi permise di gustarmi a pieno il suo set solitario e, quando terminò ed arrivarono i tecnici a preparare il palco per i miei idoli, la mia frenesia era incontenibile.
In concerto iniziò con un brano che non avevo mai sentito prima ma che era in piena sintonia con le atmosfere grintose del loro ultimo album; la mia eccitazione era mille! Avevo di fronte a me i King Crimson, con David Cross in quel suo completo dorato che possiamo vedere in moltissime foto dell'epoca, all'estrema sinistra, poi John Wetton, basso potente e preciso e voce stupenda, Bill Bruford con la sua batteria, comprendente anche numerose percussioni ed un grosso gong, tese a sostituire l'incredibile lavoro che aveva dato al disco lo stravagante e recentemente dimissionario Jamie Muir ed infine, all'estrema destra del palco, seduto su uno sgabello, con la sua fida Gibson e di fronte ad un mellotron, su cui era stato attaccato un poster raffigurante un disegno del suo mezzobusto con chitarra, nella sua celebre espressione, il mio idolo: Robert Fripp.


Non conoscevo il titolo del brano, che infatti non scrissi sulla copertina della mia cassettina registrata, seppi dopo molto tempo, chiamarsi “Doctor Diamond”.Le atmosfere date dalle percussioni e dagli aggeggi gestiti da Bruford, con le punteggiature del violino di David Cross, dettero il via allo strepitose secondo brano, questo conosciutissimo, del concerto; quel “Larks' Tongues In aspic Part I” che dava il titolo al loro album dell'anno precedente, che avevo letteralmente consumato.
Dopo un assolo di violino di David Cross e la successiva, quasi lirica, chiusura del brano, fu la volta di un'altro pezzo di quell'album che mi stava particolarmente a cuore, vale a dire “Easy Money”, esecuzione perfetta, con una lunghissima coda totalmente improvvisata.

Durante l'esibizione, spesso mi alzai per andare sotto al palco, privo ovviamente di qualsiasi servizio d'ordine, come era normale all'epoca, per scattare qualche foto.
Fu praticamente eseguito il loro album “Larks' Tongues In Aspic” nella sua totalità, più appunto l'inedito “Doctor Diamond” e, come finale, la celeberrima “21st Century Schizoid Man”, che scatenò praticamente un tripudio.

Ricordo che a fine concerto, riuscii ad avvicinarmi al palco, eh si erano davvero altri tempi, e staccai dal mellotron di Fripp quel poster che mi aveva colpito ed avevo guardato per tutto il concerto, pensando che in qualche modo doveva essere mio.
Lo arrotolai e me lo portai via.
Ho quasi rimosso il viaggio di ritorno, perchè sicuramente con la testa io ero rimasto all'interno di quel palazzetto, completamente rapito da quello che avevo appena ascoltato e visto.
Ero finalmente stato alla corte del Re Cremisi ed avevo visto Robert Fripp.

In seguito, in tempi di computers, spedii alcune di quelle mie foto al sito ufficiale dei King Crimson che le ha pubblicate, ringraziandomi persino sotto ad ogni singola fotografia (image courtesy of Silvano Martini).

Set List Reggio Emilia 1973:
1- Doctor Diamond
2- Larks' Tongues In aspic Part I
3- Easy Money
4- Improvisation # 1
5- Exiles
6- Book Of Saturday
7- The Talking Drum
8- Larks' Tongues In aspic Part II
9- 21st Century Schizoid Man


martedì 16 febbraio 2016

Vinyl- HBO, la serie televisiva


Ho finalmente appena visto la prima puntata della prima stagione di "Vinyl", l'ultima mega produzione targata HBO ed ambientata nel mondo del rock nella New York del 1973.
La serie è stata ideata dalla strana coppia Martin Scorsese- Mick Jagger, che ai miei occhi apparivano già come un sigillo a garanzia di successo. La mia attesa è stata pari a quella di una finale di un importante torneo calcistico.
Devo dire che la prima puntata mi ha lasciato davvero di stucco per l'estrema cura di tutti i particolari, addirittura maniacale; ambienti, abiti, arredamenti, gestualità, tutto fantasticamente perfetto, tanto che si viene (per chi li ha vissuti) magicamente catapultati in quegli anni.


Musiche da sogno, con una colonna sonora che alterna brani di quelli che sono stati per me veri e propri eroi  di quell'irripetibile periodo musicale.

Per farsi un'idea di cosa sto parlando, basta scorrere i titoli dei dischi pubblicati nel 1973 per capire che quegli erano anni totalmente diversi da quelli che stiamo vivendo e spesso dovevamo fare i salti mortali con le "paghette" dei genitori, per riuscire ad accaparrarci buona parte, visto che tutto era praticamente impossibile, di quel ben di Dio.
Non era semplice per noi all'epoca stabilire se  quello che viene mostrato oggi nella serie fosse realtà o meno, perchè come sempre succede, noi anche in quegli anni stavamo alla finestra e tutto quello che accadeva da noi nel 1973, era già accaduto da almeno 4-5 anni in USA ed a Londra; nel 1973 insomma, eravamo ancora agli sgoccioli di quello che oltreoceano era già finito da un pezzo, con Woodstock per intendersi, l'epopea dei figli dei fiori. 

Non sapevamo insomma se dietro ai musicisti ed alle band, ci fossero veramente certi personaggi privi di scrupoli; questo posso dirlo con certezza, visto che ho vissuto in prima persona quegli anni e, ricordo benissimo, che noi vivevamo il rock in maniera molto più "romantica" di quanto non lo fosse nella cruda realtà, cosa che ripeto ci pervenne anni dopo, quando i giochi oramai erano già stati fatti.
Eravamo insomma, noi appassionati, totalmente all'oscuro del lavoro, a volte anche sporco, dei vari manager e affaristi del music-business; per noi contava solo la musica e niente ci avrebbe fatto pensare che, molto spesso, dietro a tutto cio' si muovevano importanti interessi economici mossi spesso da gente priva di scrupoli e con un lungo pelo sullo stomaco.

Le contestazioni, nei confronti di chi "vendeva" la musica, in Italia sarebbe arrivata, con slogan tipo "La musica gratis", di li a poco ed avrebbe creato non pochi danni; questa però è un'altra storia.
Tornando alla serie, personaggi reali si avvicendano ad altri di fantasia ma tutto però scorre in maniera molto fluida e gli appassionati non faranno fatica a riconoscere gli artisti che via via appaiono sulla scena.

Un unico appunto, se mi è concesso: hanno fatto impersonare il leggendario Peter Grant, storico manager dei Led Zeppelin, un gigante di circa due metri e 150 chili di peso, all'attore inglese Ian Hart che ha una faccia molto simile a quella del rissoso manager degli Zep ma che ha la corporatura di un uomo poco più che normale.

Ho visto soltanto la prima puntata della prima stagione, mi sento però di consigliarla spassionatamente a tutti gli amanti del rock; dentro troveranno tutto ciò che amano.
Chissà che magari non riscuota un successo stratosferico tanto da far tornare così un po' di voglia di sano rock'n roll anche dalle nostra parti, che non farebbe male ad una generazione che ne avrebbe davvero bisogno.

                       








lunedì 11 gennaio 2016

David Bowie: addio Thin White Duke.

Svegliarsi al mattino e leggere una notizia così è davvero una brutta cosa.
David Bowie...cosa dire su di lui...

Ricordo che andavamo a ballare allo Space Electronic e ci scatenavamo con "Rebel, Rebel" ed aspettavamo i lenti per abbracciare la ragazzina di turno con "Starman"; poi negli anni bui della guerra non dichiarata, quella guerra che ha portato via tante vite, anche di ragazzi conosciuti, la sua "Heroes" fu la colonna sonora perfetta.
Durante i cosiddetti anni del disimpegno, riuscì a centrare il bersaglio con altri brani perfetti per fungere da colonna sonora di quel periodo, come "Let's Dance" o "China Girl" (facendoci, tra l'altro, conoscere uno dei più grandi chitarristi della storia, Stevie Ray Vaughan).


Lo vidi la prima volta dal vivo a Firenze, allo Stadio, nel giugno dell'87 durante il suo "Glass Spider Tour" accompagnato da Peter Frampton alla chitarra.
Per ben due volte ho avuto il privilegio di accompagnarlo sul palco per due suoi concerti: al Pistoia Blues 97 ed alla prima edizione del Neapolis Live Festival a Napoli, sempre nel 1997. Anche in quelle occasioni, che celebravano l'uscita del suo disco "Earthling", riuscì a stupirci per quanto riuscisse sempre ad essere così avanti sui tempi; rock ed elettronica in un mix eccitante la cui riproposizione dal vivo non faceva perdere un'oncia di energia a quello che avevamo ascoltato sul cd.
Praticamente una band di cyberpunk aveva dato sfoggio, su un palco spoglio, con due giganteschi palloni a forma di bulbi oculari, ad un groviglio di suoni incandescenti che mischiavano rock e hard rock a jungle e drum'n'bass.
Indimenticabile!

Ricordo perfettamente che la cosa che mi colpì di lui fu quell'aura di mito che lo avvolgeva; quella specie di sensazione che non molte volte ho provato, io che ne ho accompagnati davvero tanti, ed anche "pesanti", sui vari palchi. Era come se davvero fosse sceso da Marte, come diceva in una sua celebre canzone; tant'è vero che io, che soprattutto in quei tempi, non perdevo occasione di farmi fotografare assieme agli artisti con cui avevo la fortuna di lavorare, non mi azzardai a chiedergli nessuna foto, nemmeno a Napoli quando lui stesso ,dall'interno del suo camerino mi riconobbe (lo avevo accompagnato sul palco pochi giorni prima a Pistoia) e mi salutò con la mano sorridendomi.
Non la chiesi non perchè avessi avuto paura di un suo rifiuto, bensì perchè lui e Iman, sua moglie, mi apparvero come due principi, seduti all'interno di quel camerino completamente bianco; mi sarebbe sembrato come di entrare, io vestito come un guerriero (all'epoca si lavorava con canottiere e pantaloni mimetici), in un ambiente che era come una specie di sogno. Il mio fu solo e puro pudore e adesso maledico quella decisione...o forse no.


Successivamente lo vidi una quarta volta, al Summer festival di Lucca del 2002.
Cosa dire...che la sua perdita è davvero una grande perdita per chi, come noi, ama la Musica, la VERA Musica.
Adesso, come giustamente gli spetta, David entrerà nel MITO...avremmo preferito però aspettare ancora un po, era ancora troppo presto.

Rest In Peace Thin White Duke.




(Le foto postate si riferiscono ai concerti di David a Firenze, Stadio il 9 giugno 1987 ed al Pistoia Blues 1997, il 2 luglio di quell'anno
La foto con sua moglie Iman fu scattata da Lorenzo Gori in Piazza Duomo a Pistoia).






venerdì 14 agosto 2015

ROXY MUSIC Live in Modena at "Bob Club 2000", April 24, 1973

Era il 24 aprile del 1973, avevo 17 anni e, badate bene, i 17 anni del 1973 non erano assolutamente paragonabili ai 17 anni di un ragazzo di oggi; i tempi erano diversi e le abitudini dei genitori anche.
La mia vera fortuna infatti è stata quella di avere due genitori fantastici, in più amanti della musica, soprattutto mia Mamma, per cui potevo avere liberamente il permesso di andare a vedermi i concerti dei miei artisti preferiti, anche se questi si tenevano il località non proprio vicinissime a casa; eh si, perché anche le distanze all'epoca erano diverse e Modena, ad esempio, appariva molto più lontana da Firenze allora che non al giorno d'oggi.

I Roxy Music erano, in quel momento, la novità più sconvolgente ed allo stesso modo eccitante del panorama musicale mondiale; qualcosa che ci appariva veramente nuovo, sia dal punto di vista musicale che da quello puramente estetico.
L'anno precedente era uscito quel disco meraviglioso che era il loro primo album,assieme a “Virginia Plain”, singolo che veniva passato anche nei locali dove, prima dei concerti, si ballava, cosa abbastanza consueta all'epoca.
Il concerto si teneva appunto a Modena, in un locale come quello che ho appena descritto, una discoteca, che si chiamava “Bob Club 2000”.
Era il loro primo tour nel nostro paese a non potevo certo perdermeli.

Assieme a Sandro, una altro di quegli appassionati fiorentini che non si perdevano mai un concerto, prendemmo il treno alla stazione di Firenze e ci recammo a Modena.
Il “Bob Club 2000” era un locale abbastanza moderno, una discoteca all'avanguardia per i dettami dell'epoca e per entrare bisognava salire una lunga scala esterna alla struttura.
Entrammo e ci sistemammo a sedere a terra, visto che non esisteva un vero e proprio palco e la strumentazione della band era sistemata praticamente sul pavimento del locale, solo un gradino la poneva pochi centimetri più in alto di noi.
Ricordo che, come sempre facevo, mi misi ad osservare la fauna locale, il pubblico, cosa che mi faceva sentire parte di una vera e propria tribù. E' difficile far capire ad un giovane di oggi quanto fosse forte il senso di appartenenza, a quella specie di tribù appunto, che eravamo noi che ascoltavamo la musica rock a quei tempi. Il rock era ribellione, ribellione vera e questo ci faceva sentire diversi dai benpensanti che all'epoca erano la maggioranza nel nostro paese che in quegli anni, è bene ricordarlo, era piuttosto arretrato rispetto a quelli che erano i paesi guida di questo tipo di musica.
L'apertura della serata fu affidata ad un certo Lloyd Watson, un chitarrista che in solitaria ci intrattenne per una venticinquina di minuti. In seguito questo chitarrista comparirà negli albums solisti di brian Eno "Here Come The Warm Jets" e di Andy McKay "In Search Of Eddie Riff".
La sua esibizione mi lasciò comunque quasi totalmente indifferente.
Dopo una breve attesa partì una musica ipnotica (si trattava di “The Pride And The Pain”, retro del singolo “Pyjamarama” uscito appena un mese prima) che ebbe la funzione di introduzione all'ingresso dei musicisti sulla scena.
Eccoli! L'impatto visivo fu incredibile, erano vestiti esattamente come all'interno della copertina del loro primo album; ricordo che non avevo mai visto niente di simile prima di allora.
Brian Ferry, con il suo ciuffo impomatato mi apparve come un Elvis Presley del 1973 e le sue movenze imitavano appunto “The King”. Brian Eno, che si sistemò dietro alle sue tastiere ed ai suoi mille aggeggi, era una presenza quasi di un altro mondo, truccatissimo e con i lunghi capelli che gli partivano praticamente da metà cranio, una presenza androgina, carismatica, ipnotica.
Paul Thompson, il batterista, in canottiera dietro ai suoi tamburi era un picchiatore infaticabile.
Andy McKay, anche lui con un ciuffo incredibile si piazzò a gambe larghe, imbracciando il suo sax, proprio davanti a me.
Avevano delle scarpe con tacchi e zeppe altissime e coloratissime, come i dettami della moda glam insegnavano, però loro avevano un qualcosa in più degli altri gruppi glam, erano delle creature del passato proiettate nello spazio, proiettate in un party che aveva tra gli invitati anche Alex DeLarge e i suoi Drughi, Amanda Lear, all'epoca modella di Salvador Dalì e tutti i personaggi più all'avanguardia del momento.

Non lasciarono nemmeno sfumare quella fantastica, ipnotica introduzione e fu subito “Do The Strand”, dal loro secondo album “For Your Pleasure”, uscito appena due mesi prima, che vedeva sulla propria copertina proprio quell'Amanda Lear con una pantera al guinzaglio.
Seguirono “Grey Lagoons”, “Beauty Queen” e la martellante “The Bogus Man”, tutte suonate in maniera piuttosto fedele agli originali sui dischi ma con un volume impressionante.
Per ascoltare qualcosa dal primo disco dovemmo aspettare il quinto brano ma la sequenza tratti da quel disco fu impressionante: “Ladytron”, con una coda in cui improvvisarono un finale pazzesco, con Eno che fece quasi scoppiare i suoi synth; “In Every Dream Home a Hearache”, brano quasi commovente ed a seguire “If There Is Something”.
Questo fu il momento in cui Brian Ferry pronunciò le prime parole tra un brano e l'altro, fino a quel momento avevano sparato i brani l'uno dietro l'altro ed annunciò un brano dal loro nuovo album; fu la volta infatti di una ”Edition Of You” tiratissima con Eno e McKay scatenati. Poi eseguirono il brano che più amavo di loro in quel periodo, annunciato da un “are you ready for rock'n roll?” ecco “Re-Make/ Re-Model” che era il travolgente inizio del loro primo album e che loro, in quell'occasione, riproposero in maniera trascinante e con il prolungamento dei famosi stacchi strumentali al termine dalla canzone.
Il bis fu ovviamente il loro hit più grande, vale a dire il singolo “Virginia Plain”.

Tornammo a casa e, come accadeva sempre quando vedevo un concerto che in qualche modo mi segnava, mettevo sul piatto a ripetizione i due albums e i due singoli della band appena vista ed andavo a rileggermi gli articoli di “Ciao 2001”, l'unica vera Bibbia per noi appassionati dell'epoca, che parlavano di loro, mangiandomi con gli occhi le loro foto, visto che altri sistemi per vederli, oltre ad andare al concerto, in quei tempi non ce n'erano.

Ovviamente mi registrai tutto il concerto su una cassetta C-90, cassetta che ho ancora oggi e che mi ha aiutato nei ricordi e nel racconto di quella lontana serata.