giovedì 21 maggio 2015

"FUNKENYA!" Sam Paglia Trio

Ricevuto proprio poche ore fa il pacco contenete il nuovo ultimo lavoro di Sam Paglia, che arriva a ben quattro anni dall'ultimo bel disco "The Last Organ Party" del 2011 appunto.
Sam, oltre che essere un amico, è un personaggio davvero particolare nel panorama musicale nostrano.
Fa parte di quella stirpe di artisti di culto innamorati di un periodo storico che va dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '80 e che comprende quell'adorabile mix di cose un po' ammerrigane e un po' nostane; un medley di Funk, Soul, Hammond, Fender Rhodes, Cedrata Tassoni,  Moplen e Cesenatico.
Ha licenziato a suo nome ed a nome del suo trio ben sette album ed un paio di 7" che un manipolo, non numeroso come meriterebbe il materiale in questione, di fans affezionatissimi me compreso, si tiene ben stretto.
Tutti dischi godibilissimi e notevolissimi, contenenti in alcuni casi delle chicche che se fossero state incise in un decennio meno vuoto di quello attuale, avrebbero avuto sicuramente gli onori che meritano, a livello commerciale intendo. Come non citare, a dimostrazione di quello che sto dicendo, la sua "Continental 70", contenuta nel suo album "Nightclubtropez" del 2000 che se fosse uscita, chessò
, nel 1968, avrebbe potuto tranquillamente essere la sigla finale, quella con i titoli di coda, di un programma in bianco e nero di Antonello Falqui come "Studio Uno" ad esempio.

Dal vivo poi, il nostro è divertentissimo ed il consiglio che vi do è quello di non perdervelo se capita dalle vostre parti; la serata è garantita e vi sembrerà di entrare in quei clubs fumosi degli anni '70, frequentati da una fauna che solo chi ha vissuto quegli anni e quei particolari locali può ricordare, dove la mignotta di turno era seduta al tavolo del malavitoso con gli anelloni d'oro ed il sigaro in bocca e dove fuori c'è parcheggiata la Ford Taunus di Sam appunto.

Il nuovo "Funkenya!" è disco estremamente godibile , tra brani che rispecchiano in pieno il suo stile, come l'iniziale "Brockley Jack", destinato sicuramente a diventare un suo classico live o le covers di "Can You Do Whitout" dei Meters e "VJC" di Clifford Coulter autore di tre albums targati 1970-71 e 80, l'ultimo dei quali prodotto da Bill Withers di cui Sam ci offre una bella versione di "Kissing My Love".
Il brano che da il titolo al disco "Funkenya!" che avevo già avuto modo di ascoltare in versione live, durante un suo concerto dalle mie parti di un po' di tempo fa è un brano totalmente sperimentale, che oserei definire psychofunk, Brano che dal vivo si presta sicuramente ad essere allargato a dismisura, fino a raggiungere durate che erano pensabili solo nei concerti di certe bands che, nei primi anni settanta, riuscivano ad eseguire anche soltanto due-tre brani a concerto, tanto lunga era la durata degli stessi.

"Sorry Baby" cantato dal nuovo membro del trio Francesco Minotti, è il classico brano in cui potrete prendere la vostra pupa e, con uno sguardo alla Clark Gable, se non vi ride in faccia, baciarla ardentemente sotto la luna su una spiaggia.
L'album si conclude con una cover dove, chiunque altro, avrebbe potuto farsi davvero male. Non è facile infatti riproporre brani di quell'autentico talento che fu Donny Hathaway; Sam invece non si fa certo prendere da inutili timori e le sue dita sul suo fido Hammond riescono a farci innamorare anche di questa sua grassa rilettura.

L'artwork della copertina è curata da Sam Paglia stesso, che oltretutto è un ottimo disegnatore.

Il Trio si compone di:
Sam Paglia- Hammond, Clavinet, Minibasso Bustacchio, Fender Rhodes e Wurlitzer Electric
Francesco "Kekko" Minotti- Vocals, Guitar,Harmonica, Electric Bass
Simo Paglia- Drums, Electric Bass, Minibasso Bustacchio, Vocals.

Disco consigliatissimo.





martedì 19 maggio 2015

Il BLUES non morirà mai, oggi però se n'è andata una bella fetta. Addio B.B. King.

Il 14 Maggio 2015 verrà ricordato come il giorno che ci ha lasciato il Re del Blues.
B.B. King è infatti morto a Las Vegas all'età 89 anni.
Negli anni, a partire dal lontano 1980, quando lo vidi per la mia prima volta, concludere la prima edizione del Pistoia Blues Festival, alle 4 del mattino, dopo che prima di lui aveva suonato Muddy Waters, ho avuto occasione di lavorare al suo fianco molte altre volte, sempre al festival toscano.


Chitarrista unico, elegante, raffinato, in possesso di un inconfondibile vibrato fatto con la sua mano sinistra è stato indubbiamente un vero e proprio caposcuola, importantissimo all'epoca nell'influenzare i numerosi chitarristi inglesi degli anni sessanta che dettero vita alla cosidetta rinascita del Blues, partita proprio dall'Inghilterra.
Uomo dotato di un'umanità, di una educazione e di una gentilezza difficilmente riscontrabili in altri artisti del suo calibro. Di questo ne sono personalmente testimone, tanto che alla notizia della sua morte, purtroppo nell'aria già da alcuni giorni precedenti, non ho difficoltà ad ammettere che mi sono scese spontaneamente le lacrime.

Tralasciando la storia di questo immenso artista, per raccontare una storia del genere non basterebbe un volume intero, racconterò un paio di semplici episodi che mi sono accaduti durante le occasioni che ho avuto di accompagnarlo sul palco e che adesso terrò strette al cuore come ricordi tra i più preziosi di tutta la mia carriera.

Era l'edizione del 1990 e B.B., pur non essendo al meglio della suo forma fisica (era stato ricoverato in ospedale pochi giorni prima a causa dell'aggravarsi della malattia che già da molto lo affliggeva, il diabete), aveva comunque tenuto sul palco di Pistoia un'altra esibizione magistrale, all'epoca la sua quarta al Pistoia Blues (ne conteremo nove alla fine).
Lo stavo accompagnando dal palco verso i camerini.
Chi ha avuto occasione di vederlo dal vivo, sa benissimo che lui, al termine del suo set, era uso regalare al suo pubblico alcuni plettri recanti la sua firma e varie spillette con la forma di "Lucille", la sua fida Gibson, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Mentre ci dirigevamo appunto verso i camerini, lui tutto soddisfatto per la sua esibizione, per ringraziarmi del servizio che gli offrivo nell'accompagnarlo illuminandogli gli scalini con la mia torcia elettrica, si fermò, mi sorrise con quel suo sorriso bonario, si frugò in tasca, ne estrasse una spilla e me la mise in mano ed io, di rimando, gli risposi con un sorriso sincero.
Durante il tragitto, una ragazza che si trovava all'interno del backstage, forse un'addetta al catering, gli si avvicinò e gentilmente, dopo averlo salutato, gli domandò anch'essa una della sue famose spille.
B.B. si frugò nuovamente nelle tasche, tutte, però il suo sorriso si adombrò quando si accorse di non averne più nemmeno una.
A quel punto mi sentii come in dovere di offrire la spilla che l'artista mi aveva regalato pochi attimi prima alla ragazza che l'accettò contentissima.
B.B. apprezzò moltissimo questo mio gesto e mi battè la mano sula spall, esclamando "You're a gentleman...a real gentleman!". Io, ovviamente, mascherai benissimo il mio ovvio dispiacere di essermi privato di un così bel ricordo ma tant'è, avevo fatto in fondo la cosa giusta.

Una consuetudine che B.B. King aveva in quel periodo, era quella di rilassarsi e rifocillarsi per un'oretta e mezza nei camerini, prima di risalire in macchina e ripartire per il suo albergo, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Quando venne il momento, lo accompagnai alla macchina, salutai lui ed il suo autista e mi avviai verso la breve salita che porta al backstage, quando all'improvviso mi sentii chiamare; mi voltai e vidi l'auto appena partita, ferma in fondo alla discesa; corsi immediatamente verso la macchina, pensando a cosa mai poteva essere accaduto.
Arrivato li vidi B.B. King che con un sorriso smagliante stampato sul volto, mi porse una spilletta raffigurante "Lucille" che, evidentemente, aveva ritrovato in macchina!
A circa due ore di distanza si era ricordato di me e del mio gesto nei confronti della ragazza.
Ancora oggi, tutte le volte che ci penso, mi sembra un gesto ed un pensiero davvero incredibile.

Quest'altro piccolo aneddoto invece riguarda l'ultima sua esibizione tenuta dal Maestro a Pistoia, durante l'edizione del 2012.
In quell'edizione B.B., non in perfette condizioni di salute ed oramai piuttosto avanti con gli anni, suona tutto il concerto da seduto, intrattenendo però il pubblico come solo lui sa fare.
Durante il suo set, mentre stava eseguendo "You Are My Sunshine", accadde una cosa bellissima: si fermò e chiese al pubblico una specie di gesto d'amore, un bacio che ogni uomo avrebbe dovuto dare alla propria donna.
Li per li quasi nessuno capì quello che l'artista stava chiedendo, tanto che B.B. prese la sua Lucille e la baciò, guardando interrogativamente il pubblico delle prime file ed esclamando di non vedere nessuno baciarsi.
A quel punto, io che mi trovavo davanti al palco a coordinare la sicurezza, richiamai la sua attenzione con un gesto e, visto che Francesca, la mia ragazza, si trovava dalla parte opposta del palco, andai verso di lei e le stampai un bel bacio sulla bocca, sotto gli occhi, che brillavano di entusiasmo, di B.B. King, il quale mi indicò al pubblico con una bella risata esclamando "Give me a yeah for him!!!".
Successivamente, nel tratto che dal palco va alla scala, mi dette la mano ringraziandomi e dicendomi che era stato molto bello il mio gesto d'amore!

Nel mondo c'è sempre un gran bisogno d'amore e B.B. King, oltre che uno dei più grandi ed influenti chitarristi della storia, è stato anche un grande messaggero d'amore.
un uomo buono, un uomo dagli occhi buoni.
Mi mancherà tantissimo.



Si dice sempre che il Blues non morirà mai. Adesso se n'è però andata una bella fetta.

domenica 8 marzo 2015

Quattro Chiacchiere Con DAVE SUMNER (L'irresistibile chitarra inglese dal magico suono)

Pubblicai questa mia intervista su "ANNI 60" Numero 12 del Luglio 1991:


"Sono sempre stato un ammiratore dei PRIMITIVES di Mal, Dave, Jay e Pique; dell'irresistibile complesso inglese dal magico suono.
E' stato quindi con grande entusiasmo che ho accolto l'arrivo a Firenze, per ben due serate, dei MAD DOGS.
Vi chiederete cosa c'entrino questi ultimi con i Primitives; bene, i Mad Dogs sono praticamente un "supergruppo" del periodo Beat targato 1966-67, sono infatti composti da Dave Sumner mitico chitarrista dei Primitives e successivamente di Motowns e dei Camel, Mike Brill ex bassista del gruppo di Thane Russel, George Sims ex chitarrista dei Cyan Three di Patty Pravo e Derek Wilson ex batterista dei Sopworth Camel.


Arrivo al "Tenax", la discoteca dove si svolgerà lo spettacolo con largo anticipo e vedo il gruppo che si aggira per la sala semivuota. Ne approfitto per avvicinare Dave  e mostrargli una vecchia cartolina dei Motowns da lui autografata ed una foto che gli scattai a Pistoia ai primi del '68. Rimane piacevolmente stupito ed è così che incominciamo a parlare cordialmente.

SM- La prima domanda che vorrei farti è una domanda che sicuramente tutti ti faranno: se sei ancora in contatto con gli altri e che fine ha fatto Jay Roberts il bassista biondo platino, ricordo che era molto potente con il suo basso "Rickenbaker" con sole tre corde!
DS- Si, con Mal ci sentiamo spesso, l'ho chiamato proprio la scorsa settimana; abbiamo fatto ancora molte cose assieme, tipo serate all'insegna dei "Revival". Pique è stato molto fortunato; pensa, stava in Inghilterra, assolutamente senza un lavoro; una sera se ne stava appoggiato al banco di un pub a bere, quando gli si avvicina un tipo chiedendo in giro se ci fosse nessuno che sapesse suonare qualche strumento, dato che stava cercando di mettere su un gruppo. Lui rispose che era un batterista momentaneamente disoccupato ed accettò l'offerta. Pensa, il tipo era Mark Knopfler e Pique entrò in pianta stabile nei Dire Straits!

Comunque penso sia stata una cosa giusta, perchè Pique Withers è un batterista davvero bravo.
Per quanto riguarda Jay Roberts, il bassista, lui ha abbandonato completamente la scena musicale, è tornato a vivere in Inghilterra dove ha fatto un po' di soldi facendo l'antiquario. Ho comunque saputo che avrebbe voglia di riabbracciare il suo basso e di ricominciare a suonare. Fisicamente è sempre lo stesso, con gli stessi capelli biondo-platino.


SM- Cosa ricordi di quegli anni, il Piper, il Cantapiper, il Cantagiro?
DS- Erano anni favolosi,Un momento della nostra vita davvero supendo; il bello è che non ce ne rendevamo conto allora!

SM- Una cosa che vorrei chiederti e che all'epoca lasciò me, fervente ammiratore dei Primitives sconcertato, è come mai li lasciasti per entrare nei Motowns?
DS- Me ne andai dal gruppo quando la RCA, visto il successo di Mal come solista, pretendeva che diventassimo "Mal & The Primitives"; io non lo ritenevo giusto, noi eravamo The Primitives e quello dovevamo restare; quindi mi unii a The Motowns.

SM- La chitarra che appare negli albums "Sua Eccellenza Mal Dei Primitives" e nel successivo "Mal Dei Primitives", nei brani attribuiti al gruppo, come " Dear Mr. Fantasy" dei Traffic, "Song Of A Baker", "Is It True", "Race With The Devil" ed "Il Paradiso", è effettivamente la tua oppure no?
DS- Può darsi che in alcuni brani sia effettivamente io a suonare ma vedi, in quel periodo i Primitives non esistevano praticamente più come gruppo, erano soltanto dei musicisti che accompagnavano Mal e venivano spesso cambiati. C'è stato un momento in cui non c'era più nemmeno uno dei membri originali a parte Mal ovviamente.
Se devo essere sincero non ricordo davvero se ho suonato in qualcuno di questi brani; vedi, ho suonato in tanti di quei dischi ed accompagnato in studio tanti di quei cantanti che mi riesce davvero difficile ricordarli tutti.


SM- Sul retro del singolo "Non dimenticarti di me", appare un pezzo, "Love, Peace, Music" attribuito a te e Mal come autori e tratto da un fantomatico LP "Mal, Dave & Mike"; cosa puoi dirmi di quel brano e del LP?
DS- Si effettivamente è una song composta da me e da Mal.
Ti racconto una curiosità su questo pezzo; hai sentito che all'inizio cantiamo con delle voci molto basse e via, via che si sviluppa il brano la tonalità si alza? Ecco, il difficile era raggiungere quelle tonalità così basse, dopo molti tentativi abbiamo capito che, se volevamo ottenerle, dovevamo incidere al mattino appena svegli, così le voci erano proprio come le volevamo e come le puoi ascoltare sul disco.
Questa canzone doveva effettivamente fare parte di un 33 giri che noi abbiamo effettivamente registrato ma che la RCA non ha mai pubblicato.

A questo punto ho tirato fuori la mia copia di "Blow Up", lo stupendo ed unico album dei The Primitives e Dave mi ci ha fatto sopra una dedica.
Pensare che mi ha detto di non possederne neppure una copia: Gli ho chiesto se sapeva che la "Contempo Records" di Firenze ne aveva fatto una ristampa e mi ha risposto che si, aveva sentito qualcosa al riguardo.

Gli altri lo chiamano; è il momento di salire sul palco per un'ennesima serata.
Un'incredibile sequenza di brani di quegli anni sparata a raffica sulle teste dei ragazzi di oggi che mostrano di gradire.
"Back In The U.S.S.R." dei Beatles, "You Really Got Me" dei Kinks e poi "Kansas City", "Light My Fire", "Roundhouse Blues", "Someone Else", "Jailhouse Rock", mischiate a brani dei '70 e più recenti come " Cocaine", "After Midnight", "Sharp Dressed Man" ed è incredibile l'entusiasmo di questi ragazzi di 40 anni e più, che ancora si divertono veramente a suonare.
Dave Sumner si, sei ancora l'irresistibile chitarra inglese dal magico suono."

PS: Purtroppo il bassista Jay Roberts, ancora vivo al tempo di questa mia intervista con Dave, non avrebbe mai ricominciato a suonare il suo basso.
Morì infatti il 21 Settembre 1995.




giovedì 8 gennaio 2015

DAL PIPER DI VIAREGGIO ALLO SPACE ELECTRONIC DI FIRENZE

L'Estate del 1972 fu per certi versi un'estate che cambiò la mia vita.
In quell'estate lontana conobbi amici ed ascoltai musiche e suoni che 
sarebbero rimasti in me per sempre.
Da sempre i miei genitori mi portavano in vacanza in Versilia e, fin dai tardi 
anni '60, quel locale situato al termine della lunga passeggiata di Città 
Giardino (il Piper Club) aveva sempre attirato la mia attenzione.

Era un locale ad un solo piano, molto basso, con una pista per ballare scavata 
ed il palco era praticamente sopra due gradini rispetto al pubblico. La 
capienza era piuttosto bassa, diciamo circa 5-600 persone.
Fin dai tardi anni '60 appunto questo locale rappresentava per me una specie 
di “paese dei balocchi”. Grazie ad un cugino più grande di me, che conosceva 
gli allora gestori, riuscivo ad entrare, ed io, ragazzino di 11-12 anni, venivo 
parcheggiato ad un tavolo con una gazosa in mano, mentre lui se ne andava a 
tampinare le ragazzine ye-ye dell'epoca.
Io restavo affascinato dalle cameriere vestite da conigliette di Playboy, 
dalle luci stroboscopiche e dai complessi che si esibivano su quelle strette 
pedane.
Nelle serate che mio cugino aveva altro da fare che non venire al Piper, io me 
ne andavo da solo fuori dal locale e con l'unghia grattavo un po' di vernice 
dalle vetrate esterne, che allora si trovavano sul lato destro della struttura, 
e mi guardavo le band suonare all'interno. Un grande amore insomma.In quella estate del 1972 però quel locale, che nel frattempo aveva cambiato 
nome ed era passato ad un futuristico “Piper 2000”, propose un cartellone 
addirittura fantascientifico; tutti i più grandi nomi della musica pop italiana 
ed internazionale si sarebbero esibiti li.
Vand Der Graaf Generator, Genesis, Amon Duul II, Audience, Brian Auger, Rory 
Gallagher, più praticamente tutti le migliori formazioni del Pop italiano erano 
in cartellone in quella estate pazzesca.
Ricordo che i concerti (spettacoli come venivano chiamati allora) erano due, 
uno al pomeriggio e l'altro alla sera, con me ed i miei amici di allora che 
spesso ce li vedevamo entrambi.
Ricordo che spesso noi abituè del locale davamo una mano ai musicisti stessi a 
trasportare gli strumenti all'interno, quanta fatica, ad esempio, far passare 
l'hammond di Brian Auger dalla stretta porticina laterale del locale.
Ricordo che spesso i musicisti restavano con noi ragazzi a parlare fuori dal 
locale nel tempo che intercorreva tra l'esibizione pomeridiana e quella serale; 
fu così per Rory Gallagher che alla sera quando se ne andò vedemmo 
letteralmente lanciare la sua fida stratocaster, senza custodia e tutta 
scortecciata, sopra  ad una scassatissima due cavalli furgonata, già stacarica 
di strumenti.
Fu così anche con Peter Gabriel, accompagnato da una ragazza stupenda che era 
felicemente stupito del successo che la sua band, i Genesis, aveva nel nostro 
Paese, mentre era ancora pressochè sconosciuto in Patria.
Pensate che il giorno successivo alla loro esibizione piperina ( era una data 
libera per loro), i Genesis al completo, più alcuni loro tecnici, giocarono 
addirittura una partitella di calcio sulla spiaggia contro alcuni ragazzi che 
erano stati al concerto, rimediando peraltro un perentorio 3 a 0!

Ricordo Renate, cantante degli Amon Duul II che, in preda a non si sa quale 
sostanze, cercava di “nuotare” sull'aiuola davanti al locale, con noi che 
guardavamo la scena a bocca aperta.
Io, allora sedicenne, in vacanza con i genitori, alloggiavo in un albergo 
vicino ma “vivevo” praticamente davanti al locale assieme ad altri giovani dai 
capelli lunghi che passavano le giornate, con chitarre, percussioni e flauti, a 
suonare seduti sulle piccole aiuole fiorite.
Terminata l'estate, con gli amici conosciuti al Piper, ci ritrovammo a rmi e 
bagagli in quella che praticamente diventava la “casa invernale”, cioè lo Space 
Electronic di Firenze.
I  luoghi di ritrovo, per i patiti della musica rock a Firenze, erano allora 
prevalentemente due; lo “Space Electronic” appunto ed un negozio di dischi, che 
aveva in anteprima le novità di importazione, il “Sala Disco” di via Zannetti, 
dove passavamo i pomeriggi e dove una gentilissima signora ci faceva 
pazientemente ascoltare le pile di LP che le chiedevamo di farci ascoltare 
chiusi in un'angusta stanzetta. Eravamo però degli ottimi clienti.
I nostri sabati sera e le domeniche pomeriggio di quei primissimi anni 70 li 
trascorrevamo però allo Space Electronic.

Lo Space era (ed è) situato in Via Palazzuolo ed era uno spazio enorme che in 
precedenza era stato una palestra comunale e successivamente un'officina.
Anche li stessa atmosfera, il posto dove poter ballare ed ascoltare dal vivo 
la “nostra musica”.

Ci ritrovavamo davanti al Bar Deanna di fronte alla Stazione di S.M.Novella e 
percorrevamo i pochi metri che ci portavano a scendere la discesa che ci 
avrebbe condotto all'interno del locale, dove la rassicurante facciona gigante 
in cartapesta, opera di un costruttore di carri per il Carnevale di Viareggio, 
ci avrebbe accolto sorridente.
Fu così che in quell'enorme (per i dettami dell'epoca) spazio ci vedemmo, negli anni, concerti come Canned Heat, Atomic Rooster, Vand Der Graaf Generator, Ian 
Carr con i Nucleus, Audience, Brian Auger, Strawbs, Fields, e molti altri, 
accanto ai nomi del panorama fiorentino e non che tenevano alta la bandiera 
della musica qui da noi.
Ricordo che, assieme agli amici di allora, ci scatenavamo sulla pista al 
ritmo della musica che il disc-jockey, Graziano Miai, passava ed era un tipo di 
musica diversa da quella passata nelle altre discoteche fiorentine.
Si ballava inizialmente, nei primi anni che vanno dal 1969 al 1970-71 con 
musica prevalentemente rock, successivamente fece il suo ingresso nella 
programmazione anche la musica soul ed il rhythm'n blues.

Per capire, anche solo per farsi un'idea, dell'atmosfera che regnava in questo 
locale assolutamente all'avanguardia, basta leggere le note che un depliant, di 
qualche anno successivo all'apertura del locale stesso, recitava: “Entri e ti 
ritrovi in una dimensione diversa, come in una favola puoi sederti tra i petali 
di fiori giganteschi del giardino del re del carnevale che ti accoglierà 
strizzandoti l'occhio col suo faccione bonario e sorridente, unico nel suo 
genere...Al piano superiore vieni accolto dalla musica, lo spazio è grande, le 
luci pulsano, immagini, suoni, tutto ciò che è intorno ti coinvolge e ti invita 
a ballare insieme ad altre persone in uno spazio ideale.” Ritroviamo in queste 
parole tutto l'immaginario di Re Cremisi, Giganti Gentili, terre grigio-rosa 
del periodo che viveva il mondo musicale di allora.

Eravamo insomma nel posto giusto al momento giusto e vivevamo le cose nel 
momento stesso che queste nascevano.
Cito le parole del mio indimenticato amico Ernesto De Pascale che ha diviso 
con me questo fantastico percorso di musica e vita: Fortunatamente siamo stati 
in grado di documentare in una specie di “storia orale” un momento chiave del 
rock, la cosiddetta era dell'eclettismo; il dopo-Woodstock ed il prima...di 
tanto altro.
Una sensazione mai provata prima e che, credo proprio difficilmente proverò ancora in futuro.




(Capitolo da me scritto intitolato "Il Piper di Viareggio, il nostro paese dei balocchi", pubblicato sul libro "RIBELLI NELLO SPAZIO" di Bruno Casini- Editrice Zona. 2013)

domenica 28 dicembre 2014

Chuck Berry 1989, storia di un ritardo.

Il Pistoia Blues 1989 stava volgendo al temine, era l'ultima serata di quel 2 Luglio e ci apprestavamo ad accogliere l'ultimo artista in programma del cartellone, ricchissimo, di quell'anno.
Era già piuttosto tardi ed il cambio di palco, che si stava prolungando un po' troppo, stava iniziando a spazientire il numeroso pubblico che riempiva la piazza piena di pubblico che attendeva con impazienza l'arrivo di uno dei veri e propri Re del rock'n roll: Chuck Berry.
Come spesso accade, anche quando non dovrebbe, un po' di pioggerella aveva iniziato a cadere.
Attendevamo l'arrivo di Chuck Berry che, come sempre faceva e tuttora fa, pretendeva di avere a sua completa disposizione una Mercedes ultimo modello, in quel caso trattavasi di un modello 500 SLE.  Non fu un'impresa semplice  per l'organizzazione noleggiarla, visto che quel modello di auto veniva difficilmente noleggiato.
Fu comunque trovata e fu affidata all'artista che, anche questa consuetudine, pretese rigorosamente di guidarla lui stesso.


Berry ed il suo staff alloggiavano allora in un albergo della vicina Montecatini Terme, che dista da Pistoia una ventina di minuti, con una guida tranquilla.
Avrebbero dovuti esser li da una quarantina di minuti, però di loro non c'era ancora nessuna traccia.
Ricordo benissimo il suo tour manager di allora che passeggiava nervosamente, affacciandosi ogni poco in via Ripa Del Sale, la strada dove solitamente arrivavano gli artisti a quel tempo.

Un'ora abbondante di ritardo; pioggia, pubblico che inesorabilmente si stava spazientendo ma di Chuck Berry nemmeno l'ombra.
Dovete pensare che in un epoca in cui non c'erano telefoni cellulari, la comunicazione tra lo staff di un artista che partiva da una località per raggiungere il luogo del concerto, non era poi così semplice.
Fu chiamata la reception dell'albergo di Montecatini, dalla quale confermarono che l'auto, con alla guida Mr.Berry, era partita da circa un'oretta abbondante.
Preoccupazione a mille, sguardi interrogativi, misti a sguardi minacciosi, tra noi dell'organizzazione ed il povero tour manager che appariva sgomento, però niente da fare; Chuck Berry non arrivava.

Improvvisamente dal fondo della stretta strada vedemmo spuntare il muso di una imponente Mercedes, con alla guida Berry stesso che, parcheggiato l'auto in mezzo alla stretta stradina, ne scese con già l'abito di scena indosso, abito di scena che consisteva in una camicia rossa con sgargianti disegni multicolori e, lanciando le chiavi della macchina ad un sempre più sgomento tour manager, si precipitò cavallerescamente ad aprire lo sportello del passeggero seduto accanto alla guida.
Ne scese una signora bionda sulla quarantina abbondante, truccata in maniera abbastanza vistosa e con indosso un abito dall'ampio scollo che metteva ampiamente in mostra un notevole, anche se non più giovanissimo, seno.
La signora in questione sembrava un po' disorientata da tutto quel via vai di persone che si stavano dando un gran daffare (avevano infatti oltre un'ora di ritardo sull'orario stabilito), dal suono degli strumenti che si stavano accordando e dal pubblico che oramai non rumoreggiava soltanto, ma stava gridando e fischiando a più non posso.
Berry cercava con lo sguardo attorno a se; capii che era il momento di presentarmi a lui come il responsabile della sicurezza, cosa che feci con tutta la calma possibile e guardandolo direttamente ed in maniera ferma negli occhi, per trasmettergli quella fiducia che necessitano certi subitanei approcci.
Lui infatti mi sembrò sollevato ed i muscoli tiratissimi del suo viso si rilassarono un attimo.
Nel guardarlo negli occhi capii però immediatamente che costui era un tipo con cui non ci sarebbe stato assolutamente da scherzare, come sapeva benissimo anche Keith Richards che, durante un concerto di un po' di anni prima, pensò bene di fargli una sorpresa, salendo a sua insaputa sul palco, alle sue spalle, per unirsi a suonare con lui. Non l'avesse mai fatto; Berry sentita una presenza dietro di se si era voltato ed aveva centrato il malcapitato Richards con un diretto in pieno volto!

Quella sera però, capito istintivamente che di me poteva fidarsi, Berry mi affidò personalmente quella che in quel momento pareva essere la persona a cui teneva di più, vale a dire la vistosa signora bionda.
Si raccomandò che avesse una sistemazione comoda dietro agli amplificatori direttamente sul palco e, una volta da me rassicurato su tutto questo, andò di filato nei camerini a prendere la sua fida Gibson per salire on stage.
Rimasto solo con la signora in questione le chiesi di seguirmi per farla sistemare sul palco, come da Berry richiestomi.
Lei mi trattenne per un braccio e, guardandomi in maniera interrogativa, mi disse: “Mi scusi, posso farle una domanda?”, alla mia risposta affermativa mi domandò: “...ma chi diavolo è costui???”, al che aprì il palmo della mano destra mostrandomi un rotolo di banconote da centomila lire arrotolate con un elastico e disse “Mi ha dato tutti questi soldi e mi ha detto, tu vieni con me!”...Rock'n Roll!!


Il concerto di Chuck Berry fu una lezione di rock'n roll; i suoi brani, uno dietro l'altro, furono una vera e propria lezione di storia del genere; da “Roll Over Beethoven” a “Sweet Little Sixteen”, a “Maybellene”, all'immancabile “Johnny B. Goode”, “No Particulare Place To Go”, “You Never Can Tell”, insomma tutto quello che ci si sarebbe aspettato da lui, compreso anche il suo celebre “duck walk”, caratteristica camminata fatta saltellando su di una gamba, mentre suona la chitarra, mossa che tra l'altro ha ripreso anche Angus Young degli Ac/Dc.


Terminata la sua esibizione, recuperò armi e bagagli (signora bionda compresa), risalì sulla enorme Mercedes e, sgommando, si dileguò nella notte toscana.

(la foto di Chuck Berry sul palco del Pistoia Blues 1989 è di Michele Lotta)

lunedì 21 luglio 2014

My Name Is Ernesto

Un concerto, immaginario, di Tom Waits al Mandela Forum di Firenze; un ragazzo, immaginario, arriva in treno per il concerto; Matteo L., ascoltatore assiduo di Rai Stereonotte dagli anni 80 e la sua voglia incredibile di conoscere la sua voce preferita di quel programma, quella di Ernesto De Pascale.
Il corollario di amici, collaboratori, musicisti e addetti ai lavori di Ernesto, incontrati durante la giornata trascorsa da Matteo nella Firenze di questi giorni.


Ognuno di questi personaggi, tra i quali ci sono anche io, Silvano, amico di Ernesto dal lontano 1972, nel ruolo di me stesso, dato che mi occupo del servizio d'ordine al concerto di Tom Waits, racconta qualcosa; un aneddoto, un ricordo, il modo in cui l'ha conosciuto, una giornata trascorsa assieme, giornate lavorative passate assieme a lui; insomma un insieme di racconti che daranno a Matteo la sensazione di saperne più su di lui di quante sarebbe riuscito a saperne direttamente dalla sua bocca.
Un'intera giornata passata ad inseguire Ernesto nei suoi luoghi abituali della "Firenze musicale", fino alle poltroncine del Mandela sulle quali Ernesto abitualmente siede per assistere ai numerosi concerti.
Un avvincente romanzo che consiglio caldamente di leggere a tutti quanti; quelli che conoscevano Ernesto De Pascale ed anche a quelli che ne hanno soltanto sentito parlare o ascoltato la sua voce dai microfoni.
So Long Ernesto...So long...

Ascolto consigliato durante la lettura del libro: "Blue Valentine"- Tom Waits

venerdì 16 maggio 2014

"SOGNI DI GLORIA" un film in due episodi di John Snellinberg

Ieri sera al Cinema Odeon di Firenze si è svolta la premiere del film “Sogni Di Gloria” del Collettivo John Snellinberg, un gruppo di giovani ragazzi toscani, di Prato per la precisione, con già alle spalle alcuni progetti degni di nota, come ad esempio il film precedente “La Banda Del Brasiliano”, pellicola che non si poteva neppure definire a basso costo, visto che per la realizzazione del film stesso, le spese erano ammontate a soli duemila euro.

Per questa nuova opera le spese sono lievitate non di molto, visto che di euro ne sono stati spesi pochi di più, circa venticinquemila che sono veramente niente nel panorama cinematografico, visto che si inizia a parlare di films a basso costo di opere che abbiano a disposizione circa cinquecentomila euro di budget.

Cinema strapieno in ogni ordine di posti, con gente purtroppo rimasta fuori, applausi prima dell'inizio del film a tutto lo staff presente alla proiezione e dopo, al termine, applausi a spellarsi le mani dal termine dell'ultima struggente scena fino alla fine dei titoli di coda, oltre a molti, tanti occhi lucidi.


Il film, che tra l'altro ha vinto come Miglior Film al RIFF- Rome Indipendent Film e addirittura come Miglior Film e Miglior Montaggio al Worldfest Houston International Film negli Stati Uniti, è un piccolo gioiellino indipendente.

Film in due episodi, alla maniera delle pellicole italiane dei sessanta. Un film dove, oltre alle irresistibili scene di una comicità tipica della terra Toscana, vengono toccati argomenti attualissimi e scottanti, come quello della Religione, senza dare alcun giudizio in merito ma riuscendo in maniera straordinaria a far riflettere; temi come la disoccupazione, l'integrazione razziale, la disillusione di un certo modo di fare politica del passato, memorabile ad esempio la battuta dell'Avvocato, uno straordinario Giorgio Colangeli perfettamente nella parte, “Non dimentichiamoci che ho fatto il '68”, e questo detto dal personaggio più scorretto e sgradevole della pellicola. 

Volti e caratterizzazioni azzeccatissime, come ad esempio il becchino che altri non è che il celebre e leggendario punk toscano Dome La Muerte, come le terribili Sposine, coppia di giocatrici di carte, assieme dal 65 e dalla lingua tagliente, capaci di farti letteralmente piangere dalle risate, come Niccio il batterista/fabbro  interpretato da Luke Tahiti che sta a John Snellinberg come Kurt Russel stava a John Carpenter o come Michael Madsen sta a Quentin Tarantino;  l'incredibile  "il Disumano"  interpretato dal bravissimo Luca Spanò, uno dei volti più interessanti del nuovo cinema italiano.

Tra l'altro ultima prova dell'indimenticabile Carlo Monni, uno dei migliori attori che la nostra regione abbia mai partorito ed anche forse uno dei più sottovalutati. La sua caratterizzazione del personaggio di Maurino, un vecchio giocatore di carte, è magistrale; una vena comica e assieme melanconica caratterizza questa stupenda recitazione.
Spero vivamente che questa bella prova riesca a rendergli, in termini di pubblica riconoscenza, quei riconoscimenti che gli sono stati negati quando era ancora tra noi.
Soundtrack, splendida, ad opera dei Calibro 35.
Si ride (molto), si pensa ed infine ci si commuove.

Film girato con una classe ed uno stile invidiabili, lo avvicinerei ad uno splendido blues nelle sue parti più malinconiche, acceso ogni tanto da qualche splendido assolo, che sono i non rari momenti comici. Ovviamente da vedere e rivedere; consigliatissimo.
Complimenti davvero a questi ragazzi che intelligentemente riescono in un'impresa davvero difficile di questi tempi.
PS. Sono tra l'altro orgogliosissimo di aver dato il mio piccolissimo contributo in una scena del film.