martedì 14 novembre 2017

Una Giornata a Macon, Georgia

Progettato a suo tempo, assieme alla fidanzata Francesca, un nuovo viaggio nel Sud degli USA, ci è sembrato logico includere una tappa in Georgia ed in particolare Macon, città che ha dato i natali ad una delle band che più amiamo, la gloriosa Allman Brothers Band.
Visto che già da un po' avevo stabilito dei contatti con Kirk West, lo storico fotografo e tour manager del gruppo (iniziò ad esserlo durante la reunion della band del 1990, in occasione dell'uscita dello splendido “Seven Turns”), abbiamo deciso di fargli visita.
L'appuntamento è fissato presso la sua “Gallery West”, situata vicino alla downtown della incantevole Macon.
Dopo gli abbracci ed i saluti di rito, Kirk e sua moglie, la dolcissima Kirsten, ci mostrano subito la loro gallery, dove sono esposte alcune tra le più celebri foto pubblicate sulle riviste e copertine degli album degli Allman Brothers, di Gregg e non solo, come ad esempio la celebre foto di Bob Marley con i suoi dreadlocks sollevati in aria o la foto che compare sulle copertine dei due live “An Evening With The Allman Brothers Band”.

Kirk ci omaggia del suo libro “Les Brers”, la monumentale opera fotografica sugli Allman, lui è infatti stato il fotografo della band fin dal 1973. “Non ho foto del periodo di Duane, ci dice subito, che ho visto in concerto con la formazione molte volte, ero però un po' troppo per così dire, too high, per poter riuscire a scattare delle foto decenti, così che ho dovuto fare una scelta, o stavo too high o facevo il fotografo; scelsi di fare il fotografo!”
Su un banchetto all'interno della sala ci sono alcuni cd in vendita, soprattutto quelli provenienti dal suo personale ed immenso archivio live della band, cd di cui si occupa anche per la package production. Mi salta subito agli occhi la celebre antologia, da tempo fuori commercio, “One More Try: An Anthology”, doppio cd uscito nel 1997 e dedicata a Gregg Allman; disco magnifico di cui non mi sono mai spiegato il perchè fosse stato messo rapidamente fuori commercio. Visto che l'atmosfera tra di noi si è fatta assolutamente informale, chiedo a Kirk di questo disco, antologia che lui mi dice di tenermi ben stretta, dato che tra poco diventerà un'assoluta rarità.
Il doppio cd, mi dice Kirk, sarebbe dovuto uscire già nel 1995 ma Gregg non ne era convinto; era un periodo quello in cui Gregg, amava arrangiamenti diversi dalle ballate dal respiro roots contenute nell'antologia, prediligeva produzioni più complesse contenenti fiati, un suono pulito e levigato, mentre personalmente amavo, come amo ancora oggi, i suoni più naturali. Ad esempio quando in un brano si sente la rete del rullante che trema o altre, per così dire, imperfezioni che allora non erano così di moda in un disco; per cui dovetti attendere due anni prima del consenso alla pubblicazione, salvo poi un ripensamento di Gregg che decise di farlo frettolosamente ritirare dal mercato. Resto comunque assolutamente convinto della bellezza di quelle registrazioni.”
Un'altra domanda che mi è sorta naturale per Kirk, ma ne avevo un altro milione, sebbene non volevo trasformare la piacevole giornata in una fredda intervista, per cui lasciavo cadere una domanda ogni tanto, riguardava il perchè Johnny Neel, tastierista nell'album della reunion “Seven Turns”, venne allontanato dopo il tour successivo all'uscita del disco. “Johnny è un ottimo tastierista- mi ha risposto Kirk- ed il suo apporto all'album fu molto importante, purtroppo però dal vivo ebbe alcuni problemi con il vecchio materiale della band, a differenza degli altri nuovi entrati Warren Haynes ed Allen Woody, per cui fu scelto di proseguire con una formazione che potesse rispecchiare esattamente quella degli esordi”.
Mentre stiamo chiacchierarando amabilmente arriva il postino che consegna a Kirk un pacchetto contenente la prima copia da visionare del suo nuovo libro fotografico dal titolo “The Blues In Black & White”, un'altra gigantesca opera fotografica in bianco e nero sulle foto da lui scattate ai più grandi nomi del blues. Lo sfogliamo assieme ed è un libro stupendo, della stessa levatura di quello riguardante gli Allman, il formato è lo stesso, le foto in bianco e nero dei più grandi artisti di blues, sia bianchi che neri, sono fantastiche e ne consiglio vivamente l'acquisto non appena il libro sarà in vendita.
Kirk è felice come un bambino quando apre i pacchi sotto l'albero di Natale e ci ringrazia, dicendoci di avergli portato fortuna.

E' giunto il momento di andare a pranzo e dove se non al celebre ristorante soul food “H & H Restaurant” di Mama Louise, locale che ha sfamato un'intera generazione di musicisti southern, Duane, Gregg prima di tutti.
Mama Louise, quando una ancora squattrinata Allman Brothers Band andava a mangiare al suo ristorante ed ordinava un solo piatto per tutti, era solita recarsi in cucina scuotendo la testa tornando poi con un piatto per ciascuno di loro, come ci racconta un divertito Kirk.
Ci raggiunge, avvertito telefonicamente da Kirk, anche Chank Middleton, il miglior amico di sempre di Gregg Allman. Lo avevo incontrato al Pistoia Blues nel 2007 assieme a Gregg, in occasione dell'unica data tenuta dall'artista in Italia.
Chank è un tipo particolare, una persona assolutamente positiva e non fatico a capire come Gregg lo abbia avuto da sempre come amico, probabilmente la sua estrema positività e tranquillità riusciva a bilanciare i numerosi demoni che affollavano la sua mente.
Mama Louise non è più la proprietaria del ristorante, viene però pagata dall'attuale gestione perchè quotidianamente venga a presenziare nel luogo che fu il suo regno. La possiamo infatti vedere seduta su una poltrona a forma di piccolo trono, proprio di fronte alla cucina e controllare con lo sguardo che tutto sia in ordine.
All'interno del locale sembra che tutti si conoscano tra di loro ed i saluti a Kirk e Chank si specano; difatti al momento di pagare il conto, che mi offro di saldare, il titolare arriva dicendoci che il pranzo è stato offerto dalla casa!
Dopo l'immancabile sweet potato pie, tipica specialità del posto, West ci guida con la sua auto a visitare il Rose Hill Cemetery, dove riposano Duane e Gregg Allman e Barry Oakley 
e dove ci mostra la tomba di Elizabeth Jones Reed (In Memory Of Elizabeth Reed) e quella della piccola Martha Ellis, con la statua raffigurante la bambina con una rosa in mano (Little Martha, brano scritto da Duane Allman che raccontava di aver sognato Jimi Hendrix in una stanza di un Holiday Inn, mentre gli suona una nuova canzone impugnando un rubinetto come chitarra; al mattino, una volta sveglio, Duane impugnò la sua chitarra e scrisse questo dolce pezzo), a fianco della quale c'è un posticino assolutamente tranquillo dove, ci confessa Kirk, i ragazzi della band andavano a farsi di LSD.
Dopo il cimitero ci dirigiamo verso la celebre “Big House” e Kirk ci fa da cicerone all'interno di quella che per noi è un po' come un vero e proprio luogo di culto contenente una quantità impressionante di memorabilia riguardante la band. Per un certo periodo la casa è stata pure la residenza di Kirk e Kirsten, i quali ci confessano dell'esistenza di spiriti ancora presenti tra quelle mura. Uno di questi, ci dice Kirsten, è sicuramente quello di una donna visto che, forse per una sorta di gelosia, faceva scherzi proprio alle donne che abitavano in quel luogo. Infatti lei, come la precedente proprietaria, è caduta dalle scale della casa e oltretutto spesso le sparivano i trucchi, salvo poi magicamente riapparite qualche giorno dopo!
Mentre ci dirigiamo con la macchina di Kirk nel tragico percorso che portò alla morte di Duane il 29 ottobre 1971 in Hillcrest Avenue, ed a quello del bassista Berry Oakley, avvenuta a poco più di un anno dalla precedente e a soli tre isolati di distanza in Napier Avenue, rivolgo qualche domanda riguardo a Gregg ed in particolare sulla ultima parte della sua vita. “ Gregg aveva una personalità complessa- ce Kirk- e negli ultimi anni aveva deciso di accettarla e accettarsi,, come aveva invece cercato di fare per lunghi periodi della sua esistenza. Persino il rapporto con Dickey Betts, venuto al suo funerale assieme al figlio Duane, non era più vissuto in maniera conflittuale, riusciva ad accettare il modo di essere del rude chitarrista ed ultimamente gli piaceva suonare anche brani composti da lui. Pure il matrimonio con la giovanissima e dolce Shannon andava in questa direzione, lei lo amava e non cercava assolutamente di cambiarlo, così come faceva ed aveva sempre fatto il suo amico del cuore Chank”.
Dopo aver visitato l'abitazione che fu di Duane, vicina al luogo dell'incidente, Kirk ci racconta che Duane, in quel giorno fatale stava ritornando dalla Big House verso casa sua, poi Kirk ci conduce davanti all'edificio che un tempo fu la sede della prestigiosa Capricorn Record.
Una volta ritornati alla sua gallery, chiedo a Kirk delle band discendenti dall'albero genealogico degli Allman e lui mi risponde che l'eredità degli Allman è in ottime mani, soprattutto grazie alla Tedeschi Trucks Band ed ai Gov't Mule che possono considerarsi gli artisti più accreditati a portare avanti il discorso iniziato nel 1969 dai fratelli Allman.

Siamo alla fine di una giornata stupenda ed è arrivato il momento di salutarci, ci diamo appuntamento in Toscana, terra che hanno già visitato qualche anno fa ed in cui vogliono assolutamente tornare.
Kirk West e signora si sono dimostrati assolutamente gentili e disponibili, tanto che al momento di ringraziarli, Kirk mi risponde “...i just did my best".

...And the road goes on forever.

(Articolo scritto per la rivista "BUSCADERO" N. 404 Ottobre 2017)
foto:
- Gallery West
- An Evening With The Allman Brothers Band (cd cover)
-  Les Brers by Kirk West
- One More Try- An Anthology (cd cover)
- Gregg Allman
- Silvano and Kirk West at The "H & H" Restaurant
- Kirk West, Silvano and Chank Middleton at the "H & H" Restaurant
- Mama Louise with Francesca and Silvano at the "H & H" Restaurant
- Duane Allman and Barry Oakley graves at the "Rose Hill Cemetery"
- Silvano, C, Francesca and Kirk at the Gregg Allman's grave at the "Rose Hill              Cemetery" 
- Silvano and Francesca at The Big House
- The Big House
- Old Capricorn Records building
-










giovedì 15 giugno 2017

GREGG ALLMAN

Ho dovuto aspettare un po' di tempo prima di riuscire a scrivere qualcosa su Gregg Allman.
La scomparsa di quello che, per me, era uno degli ultimi eroi rimasti di un periodo lontano mi ha distrutto.

In quel fantastici anni vennero composte alcune tra le gemme più fulgide che la musica che amiamo ha prodotto e quelle prodotte dalla Allman Brothers Band erano tra quelle che per me brillavano di più.
Sapevamo tutti che le condizioni di Gregory Lenoir Allman, il suo vero nome, non erano delle migliori; stava sopravvivendo a tre tumori, ad un trapianto di fegato, a vari problemi respiratori e ad un'epatite C contratta, pare, nel 2007 a causa di un ago mal sterilizzato di un tatuatore.
All'inizio dell'anno in corso aveva annullato le date per tutto il 2017, però intimamente confidavo che questa vera e propria leggenda sarebbe sopravvissuta anche questa volta e che, magari sarei riuscito a vederla ancora una volta.
Invece quella maledetta sera, mentre eravamo a cena a casa di amici musicisti, alcuni messaggi mi avevano avvisato della scomparsa di quello che era, come quelli che mi conoscono sapevano benissimo, uno dei miei ultimi veri eroi rimasti.
A stento sono riuscito a trattenere le lacrime tanto che la mia ragazza, che mi conosce bene, mi è immediatamente venuta vicino per confortarmi.
Non starò certo a fare qui la storia di questo immenso musicista, di questa vera e propria leggenda che, assieme al fratello dal purissimo talento chitarristico, aveva fondato alla fine degli anni 60 quella che è rimasta fino a pochi anni fa un'autentica macchina da guerra, la Allman Brothers Band.
Troppe cose ci sarebbero da scrivere e tante ne sono già state appunto scritte.
Mi limiterò a raccontare di quell'unica volta, risalente oramai a dieci anni fa, in cui lo incontrai ed assistetti ad un suo concerto, in qualità di responsabile della security del Pistoia Blues Festival che ospitò quella che poi è rimasta la sua unica data nel nostro Paese, il 14 luglio 2007.

Già dal pomeriggio, momento in cui si tenne la sua conferenza stampa, tutti erano stati allertati di non far domande a Gregg riguardanti suo fratello, per evitare di turbare l'artista.
Invece lui stupì tutti, iniziando a parlare proprio del rapporto che lo legava a Duane e di quello che quel meraviglioso musicista gli aveva lasciato.
In pantaloni neri e t-shirt rossa aveva poi gironzolato nella Piazza che avrebbe ospitato il concerto, concedendosi a foto ed autografi.
La sera poi, ricordo che sul palco stava esibendosi il giovanissimo Eric Steckel, che avrebbe preceduto il set di John Mayall, fino ad arrivare a quello, da me attesissimo, di Gregg, venni allertato del fatto che il leader della Allman Brother Band stava arrivando.
Mi avviai verso Via Ripa della Comunità, dove c'è la stretta porticina che da l'accesso ai camerini per andare a scortarlo verso, appunto, i camerini stessi.
Ricordo che vicino a me c'era una mia amica dotata di pass all areas; una bellissima ragazza che, in quell'occasione indossava un vestito leggero e piuttosto attillato, che metteva abbastanza in evidenza le sue forme.
Al momento in cui Gregg scese dall'auto lo salutai e lui mi dette immediatamente l'impressione di essere molto rilassato e gentile, dato che rispose al mio saluto poggiandomi la mano sulla spalla e, dietro ad un bel sorriso, mi disse "Thank you man, thank you".
La mia amica era appoggiata al muro vicino alla porticina e lui la guardò mentre entrava. Vidi sul viso di lei un certo stupore misto ad imbarazzo e, quando lui fu entrato, le chiesi cosa fosse successo; lei mi disse che lo sguardo che le aveva rivolto le aveva fatto quasi provare la sensazione di averci fatto in qualche modo addirittura l'amore; "mi sono sentita come posseduta dai suoi occhi" furono le sue parole esatte.
Il vecchio Gregg non si smentiva mai insomma, il leone riusciva a ruggire ancora e, con il solo peso di uno sguardo, riusciva a far vibrare una giovane e bellissima ragazza.
Prima del suo set si intrattenne un po' con tutti nel backstage, accompagnato dal suo amico di sempre Chank Middleton, l'uomo di colore un po' rasta ed un po' blues, con lui praticamente da sempre, che fungeva da tour manager, amico, accompagnatore e molto altro.
In un momento in cui lo vidi libero mi avvicinai con svariate copie di albums della Allman Brothers Band e suoi dischi solisti, chiedendogli di autografarmeli, cosa che lui fece con molta tranquillità ringraziandomi e dicendomi qualcosa circa ogni disco che gli porgevo.
Una gentilezza che andò oltre ogni aspettativa, confermata anche al momento in cui gli chiesi l'ovvia foto assieme, per me davvero un onore immenso. Mi misi accanto a lui e lui dette la macchina fotografica a Chank poi, mentre eravamo in posa pronti a farci immortalare, scosse la testa e disse che secondo lui in quel punto la luce non era giusta per la buona riuscita della foto, si spostò in due, tre posti diversi, chiedendo a Chank se secondo lui il posto era ok e, quando finalmente trovò il punto che per lui era giusto  mi chiamo ed io, sbigottito, mi misi accanto a lui per scattare quelle due foto che adesso tengo come due delle cose più preziose che ho della mia, oramai lunghissima, carriera.

Il suo set quella sera fu qualcosa di meraviglioso; a luci ancora spente, sulle note di un brano di Robert Cray, salirono sul palco e lui si posizionò dietro al suo Hammond, con Leslie dietro, posizionato in posizione più alta rispetto al resto della Band ed iniziarono le danze con "I'm No Angel" e "Just Before The Bullets Fly".
Ricordo che il mio, mai dimenticato, amico Ernesto De Pascale che era sotto al palco a scattare delle foto e con il quale avevo condiviso migliaia di concerti a partire dal 1972, dopo un po' che mi osservava esclamò che era da un pezzo che non vedeva una tale eccitazione in me durante un concerto.
Il successivo brano, "House Of Blues" riuscì quasi a commuovermi con quel sax e quella voce sul finale.
Concerto meraviglioso insomma.

Ricordo che quando scesero dalla scaletta e si infilarono nel Palazzo Comunale, che durante il Festival, da sempre, funge da backstage, io li accompagnai e chiusi il grande portone dietro di me, rimanendo con loro in attesa che risalissero sul palco. Gregg si tolse la camicia scura che aveva, oramai intrisa di sudore, restando a torso nudo (era ancora piuttosto in forma all'epoca), mostrando tutti i tatuaggi che lo ricoprivano, mischiati ad alcune cicatrici. Si asciugò il sudore e mi guardò sorridendo soddisfatto, mentre indossava una strana t-shirt nera con un grande serpente disegnato davanti.
Mentre lo guardavo pensai che quell'uomo era come circondato da un alone di magia, si muoveva come un vero divo, con quei lunghi capelli biondi che oscillavano ad ogni suo movimento; era senza alcun dubbio il "Midnight Rider" per eccellenza e la sua lunga ed avventurosa vita stavano li a dimostrarlo.

Nel Novembre dello stesso anno, ebbi occasione di assistere ad un concerto a Pisa, al "Borderline" di suo figlio Devon, assieme ai suoi Honeytribe.
Prima del suo set, mostrai a Devon le foto che mi ritraevano assieme a suo padre e lui mi disse che Gregg gli aveva parlato molto della sua data italiana, che era rimasto sbalordito dalla bellezza della location dove si era esibito (Piazza del Duomo a Pistoia) e dal calore e dalla simpatia del pubblico italiano, aveva inoltre detto a Devon che gli sarebbe piaciuto moltissimo tornare ad esibirsi li, in quella Piazza, con gli altri della Allman Brothers Band questa volta.

Purtroppo oggi questo suo desiderio, che era anche il mio e quello di molti appassionati della Band dei Fratelli Allman, resterà appunto un sogno...Dreams...

Adesso purtroppo anche lui se n'è andato, chiudendo quasi un cerchio, quello delle cosiddette Jam Band di cui, assieme a suo fratello, ne fu l'inventore e primo artefice.
Nei giorni successivi alla sua scomparsa, non ho vergogna a dirlo, ho pianto ascoltando i suoi dischi, ho pianto proprio come se se ne fosse andata una persona a me vicina e cara, come forse, in fondo, Gregg lo era davvero.




martedì 31 gennaio 2017

Jimi Hendrix 26 Maggio 1968, un'occasione perduta.

A volte accade che non diamo importanza a fatti che, al momento che accadono sono, non dico la normalità ma fanno però parte del vivere quotidiano e che, al momento, non ci paiono così importanti come invece poi lo diventeranno negli anni a venire.
Il fatto che vi racconterò, accaduto un secolo fa, è altamente rappresentativo della cosa che ho appena scritto.

Era il 1968 ed io non avevo ancora compiuto 12 anni ma già, da un annetto circa, mi ero appassionato alla musica rock ed ogni occasione era buona per farmi regalare qualche 45 giri di quelli che a quell'epoca erano i miei complessi preferiti.
Per lo più ascoltavo quello che veniva chiamata musica Beat e che in larga parte era proposta da complessi italiani, però, nella mia piccola collezione, già avevo dischi di gruppi e artisti stranieri, tipo Yardbirds (adoravo Jeff Beck), Animals, The Who, Bob Dylan ed altri.

Da un po' di settimane era arrivato nel juke box del barrettino che frequentavo, vicino l'attività lavorativa dei miei Genitori, un singolo con due brani che non finivo mai di ascoltare; si chiamava “Hey Joe/ Stone Free” ed erano eseguiti da un chitarrista di cui mi ero prontamente informato tramite le riviste dell'epoca, Jimi Hendrix.
Già dall'aspetto, visto da alcune foto, mi sembrava quasi un marziano, nero, magro e altissimo o almeno così lo immaginavo, sempre vestito con colori sgargianti, foulard colorati, stivaletti con tacchi altissimi per l'epoca e numerosi monili al collo ed alle dita. Mi aveva insomma, con la sola forza di una canzone e di alcune foto, già conquistato.
Immediatamente acquistai anche il secondo 45 giri che trovai sul mercato, la cui copertina mi rapì immediatamente, con tre ceffi vestiti in maniera impensabile per il nostro Paese a quei tempi, di cui uno in particolare aveva un ghigno sul viso che me lo faceva assomigliare ad un teppista, per cui la mia simpatia per lui fu immediata (si trattava di Mitch Mitchell ed il singolo in questione era "Purple Haze/ 51st Anniversary").

C'è ovviamente da pensare all'Italia di allora, indietro anni luce rispetto alla vicina Inghilterra, ed anche alla mente ed agli occhi di un ragazzino non ancora dodicenne della provincia italiana.
Il massimo della trasgressione erano stati, fino a quel momento, i Beatles ed i più avvicinabili The Primitives, The Rokes, The Motowns ed insomma tutti quei complessi dai capelli lunghi che, con un italiano stentato ci facevano sentire di appartenere quasi ad una tribù fatta di giovani ribelli.

Quando, un po' di tempo dopo, su “Ciao Big”, che era una rivista musicale dell'epoca, vidi che veniva annunciato un breve tour in Italia di Jimi Hendrix appunto e che una delle date previste sarebbe stata nella non troppo lontana Bologna, mi misi subito in azione per convincere i miei Genitori a portarmici.
La data cadeva per l'appunto di domenica ed era il 26 Maggio di quell'anno.
Purtroppo all'epoca mio Babbo gestiva un'attività lavorativa che lo teneva impegnato anche al mattino della domenica ed a malincuore dovettero dirmi di no; mia Mamma era sempre stata infatti appassionata di musica ed in larga parte la mia passione musicale la devo a lei. In casa sono infatti cresciuto con nelle orecchie le canzoni  di Elvis Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Frank Sinatra, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, e dei vari cantanti italiani dell'epoca.
Il mio primo concerto infatti era stato alcuni anni prima quando, poco più che bambino, i miei mi portarono a vedere al Teatro Lux di Pistoia, il doppio spettacolo con Adriano Celentano e i Ribelli e Rita Pavone; era il 1965. In seguito avrei visto molti altri concerti, spesso pomeridiani, che transitavano nel Teatro della mia città.
Purtroppo dunque vedevo l'occasione sfumare, quando ebbi un lampo di genio; avevo un cugino più grande di me, ne ho già parlato nei miei racconti sul Piper di Viareggio, locale che lui frequentava e che, grazie alle conoscenze che aveva con i gestori, riusciva a farmi entrare e, dopo avermi parcheggiato ad un tavolo con una bibita in mano, mi lasciava a vedermi i complessi che si esibivano su quelle pedane e lui se ne andava a corteggiare le ragazzine più carine.
Bene, pensai che lui avrebbe fatto al mio caso e che sicuramente non si sarebbe fatto pregare per venire ad accompagnarmi a Bologna al concerto di Jimi Hendrix, visto che piaceva anche a lui e che proprio lui stesso mi aveva regalato il 45 giri di “Hey Joe”.
Detto fatto, come glielo chiesi mi rispose subito che non ci sarebbero stati problemi, saremmo andati con la sua fiammante 500, ovviamente dopo il si dei miei Genitori; si che arrivò senza alcun problema, visto che mio cugino era un bravissimo ragazzo di 22 anni, in cui i miei avevano piena fiducia.
Nei giorni che si avvicinavano al concerto sentivo l'eccitazione salirmi, cavolo sarebbe stata la mia prima trasferta ed ero eccitatissimo dalla cosa, al pari del fatto di poter vedere un chitarrista straniero e di colore per di più. Tenete infatti presente che anche questa era una cosa che all'epoca rappresentava qualcosa di quasi esotico per noi ragazzini dell'epoca; avevo si già visto Rocky Roberts con i suoi Airedales ma questo che mi apprestavo a vedere prometteva sicuramente di essere qualcosa di molto più sconvolgente.

Un paio di giorni prima telefonai a mio cugino per avere la conferma e ricordo la mia delusione quando mi disse che proprio alcuni giorni prima aveva conosciuto una ragazza molto carina e che per il giorno del concerto, che in tutta sincerità mi confessò aver dimenticato, le aveva promesso di portarla a fare una gita al mare.
Restai deluso ma non più di tanto, in fondo pensavo che ci sarebbero state mille altre occasioni in seguito per vedere Jimi Hendrix e capii benissimo mio cugino, che spesso mi aveva accompagnato a vedere cose che mi interessavano, per cui non gli portai alcun rancore per questo fatto.
La cosa dunque finì li.

Purtroppo, come tutti tristemente sappiamo, non ci fu per noi italiani altra occasione, oltre quegli oramai storici cinque giorni di quel lontano Maggio, per vedere il più grande genio chitarristico della storia del rock e tutti quelli che hanno assistito ad uno di quei memorabili concerti, lo portano ancora oggi nel cuore come uno degli eventi che hanno segnato la loro vita.

Molti anni dopo, siamo nei primi anni '90, possedevo una stupenda Jeep Renegade e, nel mio paese non erano molti i meccanici in grado di metterci sopra le mani senza dover spendere cifre che rasentavano la follia.
Ricordo che ebbi un problema alla scatola dello sterzo e, preoccupato, chiesi ad alcuni amici se conoscessero qualche buon meccanico in grado di riparare il danno e, soprattutto, di trattarmi bene con il prezzo.
Uno di questi amici si offrì di accompagnarmi da un meccanico che conosceva e che, sicuramente, mi sarebbe venuto incontro con la spesa.

Arrivammo all'officina e mi presentò al meccanico in questione, un ometto magro, tra i quaranta ed i cinquanta, con le mani sporche di olio, la barba trascurata, un cappellino da baseball sudicio calato sulla fronte ed una sigaretta nell'angolo più lontano nella piega amara della bocca.
Quando il mio amico mi presentò gli disse: “ Mi raccomando Mario, trattalo bene il mio amico, sai lui fa pure la sicurezza ai concerti, così magari se un giorno vuoi andare a vederti qualcosa, lui sicuramente cercherà di farti passare senza pagare il biglietto”, cose che ovviamente vengono dette così, tanto per cercare un approccio amichevole. Lui mi guardo con fare dubbioso, poi si voltò verso il mio amico ed esplose con una frase che mi lasciò di ghiaccio: “...concerti??? Vaìa, vaìa (tipico intercalare fiorentino), rammento ancora quando tanti anni fa, dei miei amici mi portarono a Bologna al Palasport per vedere un concerto, c'era un negro con un cesto di capellacci che faceva un casino! Suonava addirittura la chitarra coi denti! Venimmo via dopo tre o quattro canzoni! Da allora di concerti io ne no ho più voluto sapere nulla”.
io gli chiesi se il musicista in questione si chiamasse per caso Jimi Hendrix e lui mi rispose che si, gli sembrava che si chiamasse proprio in quel modo!
Insomma, aveva visto il mito in persona e non gli era piaciuto al punto di andarsene prima del termine del concerto, non ricordandosi poi nemmeno di averlo visto.
Lui aveva avuto questa incredibile opportunità e ne conservava un pessimo ricordo, mentre io avevo visto sfumarmi la possibilità tra le dita e ne avrei invece sicuramente portato un ricordo meraviglioso per tutta la mia vita; davvero paradossale!


C'è un detto delle nostre parti che dice: è proprio vero, chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha il pane!

venerdì 20 gennaio 2017

Il giorno che gli Area aprirono ai Les Rockets. Bussoladomani 23 Luglio 1978.

C'è stato un periodo, nel nostro paese, in cui i grandi tours degli artisti più importanti del panorama musicale mondiale, passavano accuratamente lontano dall'Italia.
Troppi gravi problemi avvenivano ogni qualvolta arrivava un artista straniero significativo. I terribili fatti che avevano riguardato alcuni di loro nei periodi allora più recenti (Santana e Lou Reed ad esempio) avevano fatto propendere i tour managers degli artisti di rilievo del rock a fare una specie di embargo nei confronti del nostro Paese.
Fu un quinquennio piuttosto triste, quello che andò dal 1975 al 1979, per tutti gli appassionati italiani che si dovettero accontentare di assistere alle esibizioni dei soli artisti di casa nostra, anche se cose buone ce n'erano anche da noi in verità, più alcuni esponenti di generi tipo Disco Music e derivati, che non venivano minimamente toccati da questioni riguardanti gli autoriduttori.

Nella vicina, per me, Versilia, avevamo la fortuna di avere un posto dove poter assistere a concerti anche piuttosto importanti; questo posto si chiamava “Bussoladomani” ed era praticamente un tendone da circo, o tensostruttura che dir si voglia, adibito a concerti, una specie di Teatro Tenda ante litteram.
L'aveva creato quel grande imprenditore che rispondeva al nome di Sergio Bernardini, fodatore e patron della mitica “Bussola”delle Focette, luogo che aveva visto transitare sul suo palco artisti di fama internazionale (Ray Charles, Ella Fitzgerald, Shirley Bassey, Tom Jones, Wilson Pickett, Chet Baker, la nostra Mina e moltissimi altri) ma che, da un po' di anni aveva iniziato a perdere smalto.

Sul palco di “Bussoladomani” avevo già visto svariati concerti nei due anni che precedevano quell'estate del 1978, tipo: Barry White, Gloria Gaynor, Premiata Forneria Marconi, Boney M, Renato Zero, Roberta Kelly, Donna Summer, Patty Pravo e Tina Turner, però quell'appuntamento del 23 di Luglio del 1978 mi pareva piuttosto azzardato, come accoppiamento, per non andarmelo a vedere.
Si teneva infatti un doppio concerto, concerto di due gruppi che più distanti tra loro non potevano essere: i grandi, grandissimi Area di Demetrio Stratos, gruppo che avevo già visto un'infinità di volte ma che aveva da poco pubblicato un album che mi era davvero piaciuto molto “1978: Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano” ed un gruppo che era un po' l'ultimo grido della musica che veniva ballata in discoteca e che parevano usciti da Marte con i loro travestimenti scenici, i francesi Les Rockets.
Non avevo idea di quale fosse il gruppo che avrebbe aperto la serata ma, non appena arrivai all'interno del tendone, capii immediatamente, dalla strumentazione posizionata sulla destra, proprio sul bordo del palco, che ad aprire sarebbero stati gli Area.
Mi salì immediatamente un po' di rabbia; non ritenevo giusto infatti che una band storica come loro si trovasse costretta ad aprire per un gruppo che aveva si e no un paio di hits in classifica, uno dei quali tra l'altro era il rifacimento in chiave “space rock” (?) del celebre successo dei Canned Heat di un decennio prima, la famosissima “On The Road Again”.

Pochi preamboli e gli Area attaccarono subito, senza dire una parola, con “L'Elefante Bianco”, seguito da “Interno Con Figure e Luci”.
La formazione era quella celebre a quattro, con Demetrio al Fender Rhodes e voce, Ares Tavolazzi al basso, Patrizio Fariselli alle tastiere e Giulio Capiozzo alla batteria.
Breve introduzione di Demetrio per il brano successivo, “Il Bandito Del Deserto” che dichiarò essere ispirato alla poesia araba “Il Bandito” di Shanfara.
Brano tiratissimo che strappò persino qualche applauso al numeroso pubblico accorso alla serata più che altro per vedere i Rockets.
“Acrostico In Memoria Di Laio” che fu così introdotto: “ Laio era il padre di Edipo, che fu quello che andò con la mamma, questo è dedicato al padre, che dopo molti anni paga ed il testo è di un signore che si chiama Lacan...Acrostico In Memoria Di Laio...”
Dopo aver ringraziato Demetrio presentò il brano successivo dicendo: “...questo è un pezzo del '73, si chiama Areazione”. Bellissima e lunga versione del brano apparso sul loro album “Are(A)zione”, uscito nel 1975.
Demetrio introdusse così il brano che seguì: “Prossimo brano si chiama “Return From Workuta” che non è il titolo di un film western; Workuta è il nome di un campo da tennis vicino Stalingrado”.
Rammento che mi chiesi immediatamente cosa sarebbe arrivato di tutto questo al pubblico che stava guardando il set di questa storica band, di cui non sapeva sicuramente quasi nulla,  a bocca aperta e continuavo a chiedermi quale mente contorta poteva aver concepito un abbinamento come quello ma tant'era, gli Area stavano tenendo un ottimo concerto e forse, chissà, qualcuno dei ragazzi presenti, si sarebbe magari appassionato anche a questa strana musica; gli applausi che si prese Demetrio durante l'introduzione vocale del brano (era davvero mostruoso dal vivo) mi confortarono non poco.
Ultimo brano in programma fu “Vodka- Cola”, presentato come “un cocktail”.
Brano stupendo e perfetto, con quei coretti finali in stile anni 50, per concludere il loro set.
Circa quarantacinque minuti di set furono dunque ciò che gli Area concessero al pubblico quella sera. C'è da dire però che i concerti in quegli anni raramente superavano l'ora di durata.

Tralascio il racconto del concerto dei Rockets che furono si divertenti, con esplosioni mai viste prima, raggi laser e costumi incredibili ma che, visti dalla mia posizione appoggiato al palco, non potevano nascondere ai miei già esperti occhi di fare un largo, larghissimo uso di basi preregistrate.

martedì 20 dicembre 2016

My Best Of 2016



Quello appena trascorso è stato un anno davvero terribile per molti eroi della musica che amiamo, sono stati moltissimi quelli che, per cause diverse, ci hanno lasciato.
E' stato però anche un anno molto ricco dal punto di vista delle pubblicazioni, sia per le novità che per le riproposizioni dal vivo che per le pubblicazioni di dischi rimasti nel cassetto.
Questi di seguito sono, non in ordine qualitativo, i dischi, tra quelli ascoltati, che più mi sono piaciuti nell'anno appena trascorso:


TEDESCHI TRUCKS BAND: “Let Me Get By”
LUCINDA WILLIAMS: “The Ghost Of Highway 20”
MUDCRUTCH- “2”
ELI “PAPERBOY” REED- “My Way Home”
SIMO: “Let Love Show The Way”
MIKE CULLISON: “Front Porch Philosophy”
THE MARCUS KING BAND: “The Marcus King Band”
JEFF BECK: “Loud Hailer”
DAVID BOWIE: “Blackstar”
CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD: “ Anyway You Love Me Know How You Feel”
CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD: “If You Lived Her, You Would Be Home By”
CHARLIE DANIELS- “Night Hawk”
ROLLING STONES: “Blue And Lonesome”
TERRY DOLAN: “Terry Dolan”
VAN MORRISON: “Keep Me Singin'”
VAN ZANT: “Red White And Blue” (live)
GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS: “Dirty Boulevard”
GREGG ALLMAN BAND- “Live In San Francisco '87”
GOV'T MULE: “The Tel Star Sessions”
WILCO- “Schmilco”
ERIC CLAPTON- “I Still Do”
KING CRIMSON: “Radical Action To Unset The Hold Of Monkey Mind” (live)
NATHANIEL RATELIFF & THE NIGHT SWEATS: “A Little Someting More From”
ST. PAUL AND THE BROKEN BONES. “Sea Of Noise”
JIMMY RAGAZZON: “SongBag”
BLACKBERRY SMOKE- Like An Arrow
DRIVE BY TRUCKERS- “American Band”

CONCERTI:

MARK LANEGAN- Prato “Teatro Metastasio” 23/05/16
VAN MORRISON & TOM JONES- Lucca (Summer Festival) 09/07/16
DAMIEN RICE- Pistoia (Pistoia Blues) 16/07/16
LUCINDA WILLIAMS- Pusiano (Buscadero Day) 19/07/16
KING CRIMSON- Firenze “Teatro Verdi” 08/11/16

giovedì 24 novembre 2016

Rossington "Take It On Faith" (2016)

Gary Rossington, l'unico superstite della formazione originale dei Lynyrd Skynyrd, è da poco uscito con il suo nuovo disco, registrato in compagnia della moglie Dale Krantz Rossington. L'album si chiama “Take It On Faith” , registrato per l'etichetta indipendente "Loud And Proud Records" e, dico subito, a scanso di equivoci, che l'album mi è piaciuto molto.

Dopo i due albums, anch'essi molto belli, della Rossington Collins Band, all'indomani del tragico incidente aereo in cui persero la vita Ronnie Van Zant, Steve Gaines, Cassie Gaines e Dean Kilpatrick, oltre ai due piloti dell'aereo, incidente che, di fatto, chiuse la prima parte della storia dei Lynyrd Skynyrd, che in seguito si sarebbero riformati, schierando il fratellino di Ronnie, Johnny Van Zant e che, ancora oggi, girano in tour e registrano nuovi albums; Gary incise due dischi solisti.
I due dischi in questione, “Return To The Scene Of The Crime” del 1986, attribuito appunto a Rossington e “Love You Man” del 1988, questa volta attribuito alla Rossington Band, che però risentivano troppo delle famigerate sonorità di quel periodo e non erano sicuramente albums entusiasmanti.

Al terzo disco Gary Rossington centra decisamente il bersaglio.
Tra le pieghe di questo cd ci sono gli umori ed i sapori del Sud, con i suoni che si respirano appunto in quella zona, meravigliosa, degli Stati Uniti.
Il disco si apre con “Highway Of Love”, il cui giro iniziale ricorda in maniera incredibile la “Midnight Rider” nella versione di Gregg Allman solista, poi il brano si apre e ti conquista subito, merito anche della particolarissima voce di Dale Rossington che, con il tempo, ha acquisito una ruvidità ed una forza dirompente.Il brano è uno di quelli che ti si incollano subito in testa, ideale per aprire i concerti dal vivo.
Con il secondo brano “I Should Have Know”, il blues si fa presente. C'è molto ma molto blues, tipicamente sudista in questo disco che ne è intriso in tutte le pieghe.
Il terzo brano è il brano che da il titolo all'album e che è stato scelto per fungere da lancio promozionale, visto che ne esiste anche un bel video. La canzone è una ballata ma non di quelle epiche ed un po' pompate a cui ci hanno abituato gli ultimi Lynyrd; qui tutto è molto misurato, c'è del gusto, del gusto vero e la slide di Gary punteggia la bella voce di Dale in un brano molto profondo.

“Dance While You're Cooking” è un soul che pare uscito da Memphis, Tennessee e Dale ci da ancora una dimostrazione di quanto la sua voce sia assolutamente a suo agio in questo genere.
Ancora un blues di quelli seri con “Shame On me”, con il piano di Bruce McCabe che punteggia la splendida voce di Dale e la chitarra di Gary che graffia trasudando la tipica sofferenza del blues del South.
Molto bella ed anche “Good Side Of Good”, scritta da Billy Gibbons, brano dalla presa immediata, con un incedere che ti si incolla subito addosso.
Ancora blues con “Something Fishy” in cui la voce di Dale assomiglia sempre di più a quella di una interprete di colore. Immagino la resa dal vivo di questa cantante che, nei Lynyrd, interpreta il ruolo di corista; già dai tempi della Rossington- Collins Band mi piaceva molto ma oggi il suo timbro è decisamente migliorato con gli anni.
Uno slow blues è “Too Many Rainy Days”, in cui Bruce McCabe al piano da dimostrazione di saperci fare.
Il disco si conclude con “Where Did Love Go” una ballata, forse un po' troppo sdolcinata, in cui si fa sentire un bell'organo suonato da Reese Winans (Steve Ray Vaughan Double Trouble) e con la tosta“Two Very Different Things”.
Tra i vari musicisti presenti alle registrazioni, troviamo anche il texano Delbert McClinton all'armonica.

Davvero un bel disco, intriso di blues del Sud, molto distante dalle prove dell'ultima incarnazione dei Lynyrd Skynyrd, oramai più dediti ad un muscoloso, anche se piacevolissimo, suono AOR.

Bel disco davvero, che mi sento di consigliare a tutti gli amanti dei suoni confederati ed anche ai numerosi fedeli del blues.

sabato 12 novembre 2016

Willy DeVille and me.



Ho sempre considerato Willy DeVille uno dei più grandi esponenti del Blues mai esistiti.
Il suo era un blues che veniva dalla sofferenza vera, una sofferenza interiore che lo portò più volte a scappare dalla sua terra natia, quella Stamford nel Connecticut, per cercare quel qualcosa che non riusciva a trovare, come un vero e proprio randagio.
A volte ci è riuscito e  la sua musica sta a dimostrarlo.
Era stato conquistato dal Blues attraverso un disco, “So Many Roads” di John Hammond jr. (1965), dopo l'ascolto di quel disco, niente sarà più lo stesso per il giovane William Paul Borsey jr che sposerà la causa del Blues trasformandolo in qualcosa di unico; diventerà infatti Willy DeVille attorno alla metà dei '70, passando attraverso la denominazione della sua band, vale a dire Mink DeVille.
Ho avuto occasione di incrociare la mia strada con quella di Willy ben sei volte; la prima risalente al lontano 1984, quando ancora appunto, si facevano chiamare Mink DeVille, in un caldo, caldissimo giorno di metà Giugno.
L'interno della discoteca “Tenax” di Firenze dove si esibiva, era addirittura incandescente ed il fumo delle sigarette, quando il pubblico poteva ancora fumare all'interno dei locali, si sarebbe tagliato soltanto con una scimitarra.
L'album con cui girava in quel tour era “Where Angels fear To Tread” e la sala era davvero stracolma di gente, complice anche il fatto che l'emittente televisiva di allora, “Videomusic”, passava molto spesso il video di “Each Word's a Beat Of My heart” e la ballata in salsa rock “Demasiado Corazon” riscuoteva un discreto successo qui da noi.
L'inizio fu quasi cinematografico, con una stupenda “Harlem nocturne”, il celebre brano di Earle Hagen e Dick Rogers.
L'apparire in scena di questa specie di Capitan Uncino, con orecchini, anelli e denti d'oro, vestito come un principe decaduto, fu quasi uno shock per tutti i presenti.
La sua band, con Luois Cortellezzi al sax e Kenny Margolis alle tastiere e fisarmonica e Rick Borgia alle chitarre, era qualcosa di spettacolare.
“Cadillac Walk”, “Spanish Stroll”, oltre a quasi tutto l'ultimo album, più alcune covers “Save The Last Dance For Me” su tutte, fecero di quel mio primo concerto di quella band, un qualcosa di assolutamente indimenticabile.
Appena pochi giorni dopo, trovandomi in Versilia, decisi di andare a vedere una manifestazione che si teneva al famoso tendone di Sergio Bernardini, sul lungomare che divide Lido di Camaiore da Forte Dei Marmi, che si chiamava “Bussoladomani”, incuriosito da un cartellone che vedeva la presenza dei più disparati artisti, che sarebbero stati presentati da Gianni Minà.
Questo spettacolo, denominato “Rockstar 84”, veniva ripreso dalle telecamere RAI e sarebbe poi andato in onda nell'inverno successivo.
In cartellone c'erano appunto i nomi più disparati, da Mink DeVille appunto, a John Mayall, a Edoardo Bennato, Gianna Nannini, i Krisma, Jimmy Cliff, Tullio De Piscopo, fino a meteore di quegli stravaganti anni '80, come Garbo, Joe Squillo, i Berlin, i Re-Flex ed un certo Marilyn, una specie di transessuale con una lunga chioma biondissima.
Programma quantomeno sconclusionato ma, per me, interessante, vista soprattutto la presenza di John Mayall e Mink DeVille appunto.
Ovviamente la delusione fu grande quando mi accorsi che quasi tutti gli artisti si esibivano in playback, ad uso delle telecamere, come era prassi quasi costante in quell'epoca.
Ricordo uno scontrosissimo John Mayall che, peraltro, fu uno dei pochi ad esibirsi da vivo, anche se in un solo brano, come del resto Willy, che però cantò dal vivo (Demasiado Corazon) ,ma su basi registrate.
Dovetti aspettare ben cinque anni prima di incrociare il mio cammino con quello di questo artista che tanto amavo, però questa volta lo avrei fatto da addetto ai lavori; ero infatti, già da alcuni anni, il responsabile della security del Pistoia Blues Festival che, nell'edizione del 1989 propose in cartellone Willy DeVille.
Willy si presentò a Pistoia nel corso di un breve tour nel nostro Paese, tour che, in sole tre date, toccò Milano, Roma ed appunto il Festival Blues di Pistoia, che sarebbe stata l'ultima delle tre.
Fu quello però un tour estremamente sfortunato per il musicista, che ne frattempo si era trasferito a New Orleans, sposando appieno gli umori ed i sapori di quella città dall'atmosfera unica e magica.
A Milano aveva suonato gratuitamente i Piazza Duomo ma un violento acquazzone aveva fermato il concerto a poco più di venti minuti dall'inizio.
A Roma invece il concerto fu fermato dai Carabinieri per “schiamazzi notturni” ed anche a Pistoia, come vedremo, non andò benissimo.
Willy si presentò con una formazione priva dei fiati e con un giovane promettente chitarrista che all'epoca aveva già suonato con Ray Charles, Joe Cocker e Rickie Lee Jones, vale a dire Jeff Pevar, che sostituiva Ricky Borgia.
Nei camerini era sempre accompagnato dalla bionda moglie Lisa Leggett che, in seguito nel 2001 si sarebbe tolta la vita impiccandosi.
Dovete tenere presente che in quegli anni, il pubblico dei festival Blues, ed in particolare quello di Pistoia, era molto esigente e difficilmente era portato a transigere per quanto riguardava i generi proposti su quel palco che dovevano essere obbligatoriamente molto vicini al Blues più ortodosso; non erano tollerate contaminazioni insomma. Molti artisti, anche in precedenza, ne avevano fatto dolorosamente le spese, uno su tutti l'anno precedente, il grande Curtis Mayfiled che era stato persino fischiato per aver proposto il suo magnifico soul , che il pubblico non aveva assolutamente apprezzato, considerando la sua esibizione quasi un tradimento nei confronti del genere che dava il nome alla manifestazione. Meno male che le cose con gli anni sono cambiate,mi vien da dire, anche se qui si aprirebbe una parentesi che porterebbe ad una divagazione dal tema troppo ampia.
Il povero Willy non si sottrasse, purtroppo, a questa stupida e provincialissima regola, stupida ed ingiusta soprattutto in questo caso, visto che Willy DeVille rappresentava una delle visioni più personalizzate del Blues stesso.
La sua vita spesso lo aveva portato ad affrontare situazioni al limite, la sua cultura, la sua genialità facevano pensare ad una visione del Blues con un approccio diverso e molto eclettico della tradizione stessa.

DeVille apparteneva a quella stirpe di musicisti estremamente geniali, penso ad esempio a Screaming Jay Hawkins, che avevano il Blues nell'anima e nelle corde, senza per altro essere legati ai dettami della tradizione delle dodici battute.
Il suo show sul palco di Pistoia, in quel lontano 30 Giugno 1989 si aprì con una spettacolare introduzione di un classico degli anni '50, “Sleepwalk” di Santo & Johnny.
Durante il set lasciò ampio spazio ai brani tratti dai suoi primi albums e belle riproposizioni come “Mixed up Shook Up Girl” e “Little Girl Broke That Promise”.
Purtroppo il pubblico, piuttosto insofferente, soprattutto quello delle prime file, iniziò addirittura a fischiare durante i brani un po' meno tirati, quelli per intendersi dove si sentiva un po' meno la slide tagliente e Willy, in tutta risposta, scaraventò il mazzo di rose rosse che teneva in mano verso la platea e se ne andò nei camerino parecchio contrariato e pure un bel po' incacchiato, dopo poco meno di un'ora.

Dopo la burrascosa data del 1989, il Festival toscano ingaggiò nuovamente Willy DeVille nell'edizione del 1992, includendolo in una serata, bellissima, dedicata ai suoni e gli umori di New Orleans.
Il cartellone di quella magica serata vedeva infatti alternarsi sul palco artisti come Dr.John, Johnny Adams, The New Island Social &b Pleasure Club, Zachary Richards, i pittoreschi Wild Magnolias e, appunto, Willy DeVille.
Personalmente, in quella occasione, trovai Willy in una forma fisica decisamente migliore di tre anni prima, i suoi oramai purtroppo noti problemi con le droghe pesanti parevano superati, anche se un racconto fattomi negli anni successivi, da un caro amico, Elio Capecchi, un musicista che si trovava in quell'occasione nel backstage, su un episodio accadutogli in quel frangente, me l'aveva detta  lunga sul carattere personaggio in questione. Elio incrociò Willy nel corridoio del palazzo comunale che funge da backstage per gli artisti che si esibiscono al festival, quando questi aveva richiamato la sua attenzione, chiedendogli senza tanti preamboli :” Hey you, my friend...have you a joint?” ed allo sconsolato diniego di Elio che aveva risposto allargando le braccia e scuotendo la testa, il buon Willy si allontanò tuonando un “Fuck you!!!!!” che aveva fatto tremare le enormi pareti del palazzo.
Quello fu l'anno del disco “Backstreet Of desire”, che sarebbe stato pubblicato solo pochi mesi dopo, in Ottobre; pensate che negli Stati Uniti, suo Paese natale, questo disco fu stampato soltanto nel 1994 dalla “Rhino”, questo per far capire la considerzione che Willy godeva in Europa, a differenza di quella su cui poteva contare in Usa. In quei giorni però girava già nelle radio la sua bellissima versione mariachi dello standard “Hey Joe”, portata al successo da Jimi Hendrix.

Un album quello, che avrebbe fatto trasparire in maniera netta il suo amore per New Orleans, città dove era andato a vivere e che lo aveva decisamente reso un uomo molto più tranquillo ed a parte le vampate del suo carattere, come nel caso riguardante la richiesta fatta al mio amico, la sua forma fisica era decisamente migliore delle volte precedenti in cui lo avevo visto.
A conferma di questa sua tranquillità, ricordo un aneddoto di quella serata.
In quegli anni ero felice proprietario di un grosso cane di razza bulldog inglese, una razza particolare che mi aveva conquistato al punto di aver fatto stampare un mio biglietto da visita recante un disegno caricaturale, da me eseguito, di un bulldog appunto.
Avevo letto da qualche parte che anche Willy e sua moglie Lisa erano dei grandi appassionati di questa splendida ed unica razza canina, colsi così l'occasione per avvicinarlo e parlare con lui.
Fu stranamente un argomento che lo interessò moltissimo, ai sui occhi non apparivo insomma come il fan che fa domande sulla sua attività musicale e sulla sua produzione discografica, o un giornalista alla ricerca di scoop sui suoi problemi legati alla passata tossicodipendenza ma soltanto un addetto ai lavori che condivideva la sua passione per una razza canina.
Parlando gli mostrai il biglietto da visita recante impresso il mio disegno e Willy ne fu sbalordito, chiamando immediatamente Lisa per mostrarglielo entusiasta. Me ne chiese addirittura altri ed io gli consegnai tutti quelli, una quindicina, che avevo nel portafogli e, quando più tardi lo vidi, dalla porta semichiusa, da solo all'interno della sua stanza, notai che ne stava sbirciando uno rigirandoselo tra le mani, gli era davvero piaciuto insomma.
Willy, in un elegantissimo completo rosa, durante il suo set chiamò sul palco persino il presentatore della manifestazione, l'armonicista Andy J.Forest e, seduti uno accanto all'altro, suonarono una bellissima “Wake Up This Morning”, Willy alla slide e con la sua inconfondibile e bellissima voce e Andy all'armonica.

Passarono ben otto anni prima che avessi ancora l'opportunità di lavorare per lui e fu ancora al Festival di Pistoia, nell'edizione del 2000.
Anche in questa occasione Willy mi apparve in forma, addirittura un po' più in carne, cosa che su di lui era addirittura impensabile in passato.
Elegantissimo con una giacca corta marrone scamosciata, con bordi in pelle, i capelli lunghissimi, il solito baffetto e mosca sul mento ed i numerosi monili d'oro alle dita e al collo. Un cinturone a fibbia tonda portato a mo' di pirata sopra i pantaloni completava il suo solito aspetto che mischiava il pirata al gitano. Bellissimo, Willy era un personaggio fantastico ed un po' inquietante; uno che ti potevi aspettare che da un momento all'altro tirasse fuori uno stiletto dai suoi stivali e te lo puntasse alla gola, infastidito dalla tua presenza!
Accompagnato da un contrabbassista, un chitarrista, un percussionista e due coriste di colore,tutti rigorosamente seduti su sgabelli, come lui stesso che, appena arrivato sul palco, mentre la band iniziava una ipnotica “Loup Garou”, si battè la mano sul petto per salutare il numeroso pubblico, si sedette e si accese la sua immancabile sigaretta che consumò con ampie e voluttuose boccate durante lo svolgimento del brano.
Concerto bellissimo ancora una volta.

L'ultima volta che ho visto Willy DeVille è stato ancora una volta al Pistoia Blues, durante l'edizione del 2005.
Quella, a differenza delle ultime due occasioni, fu la volta in cui lo vidi davvero ridotto davvero male.
Lo andai a prendere quando arrivò con la macchina che lo accompagnava e, quando ne discese, fui colpito dalla sua magrezza.
Si era tagliato anche il famoso pizzetto ed il suo volto appariva bianchissimo ed emaciato.
Non mostrava assolutamente voglia di interferire con nessuno e l'unico interesse che aveva pareva quello di andare ad infilarsi nel suo camerino.
Dopo poco, da parte dell'organizzazione iniziarono a circolare voci sul fatto che pareva non essere in grado di salire sul palco in preda, si diceva, a astinenza da eroina.
Fortunatamente, non so assolutamente in quale modo, la situazione si ristabilì e lui salì sul palco, riuscendo anche in quella drammatica occasione a portare a termine una bellissima esibizione, ricordo ad esempio una “Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud” che mi fece drizzare anche i peli sulle braccia.

Purtroppo da li a soli quattro anni, il 6 Agosto del 2009, il grande Willy DeVille sarebbe venuto a mancare per un maledetto tumore al pancreas.
Gli abusi della sua vita sregolata avevano infine vinto sul fisico di questo pirata, di questo romantico fuorilegge, lasciando tutti noi amanti di grande musica ed in particolare di quella prodotta da personaggi borderline, artisti fuori dagli schemi, un po' più soli e Willy, in questo caso, era davvero uno dei nostri favoriti.


Lo scorso anno, durante un viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, sono passato anche da New Orleans, andando persino nei quartieri francesi a visitare l'abitazione dove aveva vissuto durante uno dei suoi momenti artistici migliori; abitazione che si trova in St,Peter Street 1015. Sono però davvero rimasto stupito, quando parlando con alcuni musicisti della zona, mi sono reso purtroppo conto che, laggiù, quasi nessuno si ricorda di lui ed anche quando ho provato a cercare qualcosa nei numerosi negozi di dischi, giusto per rendermi conto se almeno discograficamente fosse ricordato, beh non ho trovato che una misera raccolta a bassissimo prezzo, persa tra le offerte che nessuno guardava.
Per quanto mi riguarda i suoi dischi continuano e continueranno imperterriti a girare sul piatto del mio stereo e mi ritengo davvero un fortunato per averlo potuto conoscere.
(Le foto dell'articolo:
- "Coup De Grace" (1981)
-"Where Angels Fear To tread" (1983)
- Mink DeVille "Bussoladomani", Viareggio, 16 Giugno 1984
- Willy De Ville Pistoia Blues 1989, 30 Giugno 1989
- Willy De Ville con me al Pistoia Blues '92, 4 Luglio 1992
- Willy DeVille conferenza stampa al Pistoia Blues 2000, 15 luglio 2000
- Willy DeVille con me al Pistoia Blues 2005, 8 Luglio 2005
- Abitazione di Willy a New Orleans in St. Peter Street, 1015)