giovedì 8 gennaio 2015

DAL PIPER DI VIAREGGIO ALLO SPACE ELECTRONIC DI FIRENZE

L'Estate del 1972 fu per certi versi un'estate che cambiò la mia vita.
In quell'estate lontana conobbi amici ed ascoltai musiche e suoni che 
sarebbero rimasti in me per sempre.
Da sempre i miei genitori mi portavano in vacanza in Versilia e, fin dai tardi 
anni '60, quel locale situato al termine della lunga passeggiata di Città 
Giardino (il Piper Club) aveva sempre attirato la mia attenzione.

Era un locale ad un solo piano, molto basso, con una pista per ballare scavata 
ed il palco era praticamente sopra due gradini rispetto al pubblico. La 
capienza era piuttosto bassa, diciamo circa 5-600 persone.
Fin dai tardi anni '60 appunto questo locale rappresentava per me una specie 
di “paese dei balocchi”. Grazie ad un cugino più grande di me, che conosceva 
gli allora gestori, riuscivo ad entrare, ed io, ragazzino di 11-12 anni, venivo 
parcheggiato ad un tavolo con una gazosa in mano, mentre lui se ne andava a 
tampinare le ragazzine ye-ye dell'epoca.
Io restavo affascinato dalle cameriere vestite da conigliette di Playboy, 
dalle luci stroboscopiche e dai complessi che si esibivano su quelle strette 
pedane.
Nelle serate che mio cugino aveva altro da fare che non venire al Piper, io me 
ne andavo da solo fuori dal locale e con l'unghia grattavo un po' di vernice 
dalle vetrate esterne, che allora si trovavano sul lato destro della struttura, 
e mi guardavo le band suonare all'interno. Un grande amore insomma.In quella estate del 1972 però quel locale, che nel frattempo aveva cambiato 
nome ed era passato ad un futuristico “Piper 2000”, propose un cartellone 
addirittura fantascientifico; tutti i più grandi nomi della musica pop italiana 
ed internazionale si sarebbero esibiti li.
Vand Der Graaf Generator, Genesis, Amon Duul II, Audience, Brian Auger, Rory 
Gallagher, più praticamente tutti le migliori formazioni del Pop italiano erano 
in cartellone in quella estate pazzesca.
Ricordo che i concerti (spettacoli come venivano chiamati allora) erano due, 
uno al pomeriggio e l'altro alla sera, con me ed i miei amici di allora che 
spesso ce li vedevamo entrambi.
Ricordo che spesso noi abituè del locale davamo una mano ai musicisti stessi a 
trasportare gli strumenti all'interno, quanta fatica, ad esempio, far passare 
l'hammond di Brian Auger dalla stretta porticina laterale del locale.
Ricordo che spesso i musicisti restavano con noi ragazzi a parlare fuori dal 
locale nel tempo che intercorreva tra l'esibizione pomeridiana e quella serale; 
fu così per Rory Gallagher che alla sera quando se ne andò vedemmo 
letteralmente lanciare la sua fida stratocaster, senza custodia e tutta 
scortecciata, sopra  ad una scassatissima due cavalli furgonata, già stacarica 
di strumenti.
Fu così anche con Peter Gabriel, accompagnato da una ragazza stupenda che era 
felicemente stupito del successo che la sua band, i Genesis, aveva nel nostro 
Paese, mentre era ancora pressochè sconosciuto in Patria.
Pensate che il giorno successivo alla loro esibizione piperina ( era una data 
libera per loro), i Genesis al completo, più alcuni loro tecnici, giocarono 
addirittura una partitella di calcio sulla spiaggia contro alcuni ragazzi che 
erano stati al concerto, rimediando peraltro un perentorio 3 a 0!

Ricordo Renate, cantante degli Amon Duul II che, in preda a non si sa quale 
sostanze, cercava di “nuotare” sull'aiuola davanti al locale, con noi che 
guardavamo la scena a bocca aperta.
Io, allora sedicenne, in vacanza con i genitori, alloggiavo in un albergo 
vicino ma “vivevo” praticamente davanti al locale assieme ad altri giovani dai 
capelli lunghi che passavano le giornate, con chitarre, percussioni e flauti, a 
suonare seduti sulle piccole aiuole fiorite.
Terminata l'estate, con gli amici conosciuti al Piper, ci ritrovammo a rmi e 
bagagli in quella che praticamente diventava la “casa invernale”, cioè lo Space 
Electronic di Firenze.
I  luoghi di ritrovo, per i patiti della musica rock a Firenze, erano allora 
prevalentemente due; lo “Space Electronic” appunto ed un negozio di dischi, che 
aveva in anteprima le novità di importazione, il “Sala Disco” di via Zannetti, 
dove passavamo i pomeriggi e dove una gentilissima signora ci faceva 
pazientemente ascoltare le pile di LP che le chiedevamo di farci ascoltare 
chiusi in un'angusta stanzetta. Eravamo però degli ottimi clienti.
I nostri sabati sera e le domeniche pomeriggio di quei primissimi anni 70 li 
trascorrevamo però allo Space Electronic.

Lo Space era (ed è) situato in Via Palazzuolo ed era uno spazio enorme che in 
precedenza era stato una palestra comunale e successivamente un'officina.
Anche li stessa atmosfera, il posto dove poter ballare ed ascoltare dal vivo 
la “nostra musica”.

Ci ritrovavamo davanti al Bar Deanna di fronte alla Stazione di S.M.Novella e 
percorrevamo i pochi metri che ci portavano a scendere la discesa che ci 
avrebbe condotto all'interno del locale, dove la rassicurante facciona gigante 
in cartapesta, opera di un costruttore di carri per il Carnevale di Viareggio, 
ci avrebbe accolto sorridente.
Fu così che in quell'enorme (per i dettami dell'epoca) spazio ci vedemmo, negli anni, concerti come Canned Heat, Atomic Rooster, Vand Der Graaf Generator, Ian 
Carr con i Nucleus, Audience, Brian Auger, Strawbs, Fields, e molti altri, 
accanto ai nomi del panorama fiorentino e non che tenevano alta la bandiera 
della musica qui da noi.
Ricordo che, assieme agli amici di allora, ci scatenavamo sulla pista al 
ritmo della musica che il disc-jockey, Graziano Miai, passava ed era un tipo di 
musica diversa da quella passata nelle altre discoteche fiorentine.
Si ballava inizialmente, nei primi anni che vanno dal 1969 al 1970-71 con 
musica prevalentemente rock, successivamente fece il suo ingresso nella 
programmazione anche la musica soul ed il rhythm'n blues.

Per capire, anche solo per farsi un'idea, dell'atmosfera che regnava in questo 
locale assolutamente all'avanguardia, basta leggere le note che un depliant, di 
qualche anno successivo all'apertura del locale stesso, recitava: “Entri e ti 
ritrovi in una dimensione diversa, come in una favola puoi sederti tra i petali 
di fiori giganteschi del giardino del re del carnevale che ti accoglierà 
strizzandoti l'occhio col suo faccione bonario e sorridente, unico nel suo 
genere...Al piano superiore vieni accolto dalla musica, lo spazio è grande, le 
luci pulsano, immagini, suoni, tutto ciò che è intorno ti coinvolge e ti invita 
a ballare insieme ad altre persone in uno spazio ideale.” Ritroviamo in queste 
parole tutto l'immaginario di Re Cremisi, Giganti Gentili, terre grigio-rosa 
del periodo che viveva il mondo musicale di allora.

Eravamo insomma nel posto giusto al momento giusto e vivevamo le cose nel 
momento stesso che queste nascevano.
Cito le parole del mio indimenticato amico Ernesto De Pascale che ha diviso 
con me questo fantastico percorso di musica e vita: Fortunatamente siamo stati 
in grado di documentare in una specie di “storia orale” un momento chiave del 
rock, la cosiddetta era dell'eclettismo; il dopo-Woodstock ed il prima...di 
tanto altro.
Una sensazione mai provata prima e che, credo proprio difficilmente proverò ancora in futuro.




(Capitolo da me scritto intitolato "Il Piper di Viareggio, il nostro paese dei balocchi", pubblicato sul libro "RIBELLI NELLO SPAZIO" di Bruno Casini- Editrice Zona. 2013)

domenica 28 dicembre 2014

Chuck Berry 1989, storia di un ritardo.

Il Pistoia Blues 1989 stava volgendo al temine, era l'ultima serata di quel 2 Luglio e ci apprestavamo ad accogliere l'ultimo artista in programma del cartellone, ricchissimo, di quell'anno.
Era già piuttosto tardi ed il cambio di palco, che si stava prolungando un po' troppo, stava iniziando a spazientire il numeroso pubblico che riempiva la piazza piena di pubblico che attendeva con impazienza l'arrivo di uno dei veri e propri Re del rock'n roll: Chuck Berry.
Come spesso accade, anche quando non dovrebbe, un po' di pioggerella aveva iniziato a cadere.
Attendevamo l'arrivo di Chuck Berry che, come sempre faceva e tuttora fa, pretendeva di avere a sua completa disposizione una Mercedes ultimo modello, in quel caso trattavasi di un modello 500 SLE.  Non fu un'impresa semplice  per l'organizzazione noleggiarla, visto che quel modello di auto veniva difficilmente noleggiato.
Fu comunque trovata e fu affidata all'artista che, anche questa consuetudine, pretese rigorosamente di guidarla lui stesso.


Berry ed il suo staff alloggiavano allora in un albergo della vicina Montecatini Terme, che dista da Pistoia una ventina di minuti, con una guida tranquilla.
Avrebbero dovuti esser li da una quarantina di minuti, però di loro non c'era ancora nessuna traccia.
Ricordo benissimo il suo tour manager di allora che passeggiava nervosamente, affacciandosi ogni poco in via Ripa Del Sale, la strada dove solitamente arrivavano gli artisti a quel tempo.

Un'ora abbondante di ritardo; pioggia, pubblico che inesorabilmente si stava spazientendo ma di Chuck Berry nemmeno l'ombra.
Dovete pensare che in un epoca in cui non c'erano telefoni cellulari, la comunicazione tra lo staff di un artista che partiva da una località per raggiungere il luogo del concerto, non era poi così semplice.
Fu chiamata la reception dell'albergo di Montecatini, dalla quale confermarono che l'auto, con alla guida Mr.Berry, era partita da circa un'oretta abbondante.
Preoccupazione a mille, sguardi interrogativi, misti a sguardi minacciosi, tra noi dell'organizzazione ed il povero tour manager che appariva sgomento, però niente da fare; Chuck Berry non arrivava.

Improvvisamente dal fondo della stretta strada vedemmo spuntare il muso di una imponente Mercedes, con alla guida Berry stesso che, parcheggiato l'auto in mezzo alla stretta stradina, ne scese con già l'abito di scena indosso, abito di scena che consisteva in una camicia rossa con sgargianti disegni multicolori e, lanciando le chiavi della macchina ad un sempre più sgomento tour manager, si precipitò cavallerescamente ad aprire lo sportello del passeggero seduto accanto alla guida.
Ne scese una signora bionda sulla quarantina abbondante, truccata in maniera abbastanza vistosa e con indosso un abito dall'ampio scollo che metteva ampiamente in mostra un notevole, anche se non più giovanissimo, seno.
La signora in questione sembrava un po' disorientata da tutto quel via vai di persone che si stavano dando un gran daffare (avevano infatti oltre un'ora di ritardo sull'orario stabilito), dal suono degli strumenti che si stavano accordando e dal pubblico che oramai non rumoreggiava soltanto, ma stava gridando e fischiando a più non posso.
Berry cercava con lo sguardo attorno a se; capii che era il momento di presentarmi a lui come il responsabile della sicurezza, cosa che feci con tutta la calma possibile e guardandolo direttamente ed in maniera ferma negli occhi, per trasmettergli quella fiducia che necessitano certi subitanei approcci.
Lui infatti mi sembrò sollevato ed i muscoli tiratissimi del suo viso si rilassarono un attimo.
Nel guardarlo negli occhi capii però immediatamente che costui era un tipo con cui non ci sarebbe stato assolutamente da scherzare, come sapeva benissimo anche Keith Richards che, durante un concerto di un po' di anni prima, pensò bene di fargli una sorpresa, salendo a sua insaputa sul palco, alle sue spalle, per unirsi a suonare con lui. Non l'avesse mai fatto; Berry sentita una presenza dietro di se si era voltato ed aveva centrato il malcapitato Richards con un diretto in pieno volto!

Quella sera però, capito istintivamente che di me poteva fidarsi, Berry mi affidò personalmente quella che in quel momento pareva essere la persona a cui teneva di più, vale a dire la vistosa signora bionda.
Si raccomandò che avesse una sistemazione comoda dietro agli amplificatori direttamente sul palco e, una volta da me rassicurato su tutto questo, andò di filato nei camerini a prendere la sua fida Gibson per salire on stage.
Rimasto solo con la signora in questione le chiesi di seguirmi per farla sistemare sul palco, come da Berry richiestomi.
Lei mi trattenne per un braccio e, guardandomi in maniera interrogativa, mi disse: “Mi scusi, posso farle una domanda?”, alla mia risposta affermativa mi domandò: “...ma chi diavolo è costui???”, al che aprì il palmo della mano destra mostrandomi un rotolo di banconote da centomila lire arrotolate con un elastico e disse “Mi ha dato tutti questi soldi e mi ha detto, tu vieni con me!”...Rock'n Roll!!


Il concerto di Chuck Berry fu una lezione di rock'n roll; i suoi brani, uno dietro l'altro, furono una vera e propria lezione di storia del genere; da “Roll Over Beethoven” a “Sweet Little Sixteen”, a “Maybellene”, all'immancabile “Johnny B. Goode”, “No Particulare Place To Go”, “You Never Can Tell”, insomma tutto quello che ci si sarebbe aspettato da lui, compreso anche il suo celebre “duck walk”, caratteristica camminata fatta saltellando su di una gamba, mentre suona la chitarra, mossa che tra l'altro ha ripreso anche Angus Young degli Ac/Dc.


Terminata la sua esibizione, recuperò armi e bagagli (signora bionda compresa), risalì sulla enorme Mercedes e, sgommando, si dileguò nella notte toscana.

(la foto di Chuck Berry sul palco del Pistoia Blues 1989 è di Michele Lotta)

lunedì 21 luglio 2014

My Name Is Ernesto

Un concerto, immaginario, di Tom Waits al Mandela Forum di Firenze; un ragazzo, immaginario, arriva in treno per il concerto; Matteo L., ascoltatore assiduo di Rai Stereonotte dagli anni 80 e la sua voglia incredibile di conoscere la sua voce preferita di quel programma, quella di Ernesto De Pascale.
Il corollario di amici, collaboratori, musicisti e addetti ai lavori di Ernesto, incontrati durante la giornata trascorsa da Matteo nella Firenze di questi giorni.


Ognuno di questi personaggi, tra i quali ci sono anche io, Silvano, amico di Ernesto dal lontano 1972, nel ruolo di me stesso, dato che mi occupo del servizio d'ordine al concerto di Tom Waits, racconta qualcosa; un aneddoto, un ricordo, il modo in cui l'ha conosciuto, una giornata trascorsa assieme, giornate lavorative passate assieme a lui; insomma un insieme di racconti che daranno a Matteo la sensazione di saperne più su di lui di quante sarebbe riuscito a saperne direttamente dalla sua bocca.
Un'intera giornata passata ad inseguire Ernesto nei suoi luoghi abituali della "Firenze musicale", fino alle poltroncine del Mandela sulle quali Ernesto abitualmente siede per assistere ai numerosi concerti.
Un avvincente romanzo che consiglio caldamente di leggere a tutti quanti; quelli che conoscevano Ernesto De Pascale ed anche a quelli che ne hanno soltanto sentito parlare o ascoltato la sua voce dai microfoni.
So Long Ernesto...So long...

Ascolto consigliato durante la lettura del libro: "Blue Valentine"- Tom Waits

venerdì 16 maggio 2014

"SOGNI DI GLORIA" un film in due episodi di John Snellinberg

Ieri sera al Cinema Odeon di Firenze si è svolta la premiere del film “Sogni Di Gloria” del Collettivo John Snellinberg, un gruppo di giovani ragazzi toscani, di Prato per la precisione, con già alle spalle alcuni progetti degni di nota, come ad esempio il film precedente “La Banda Del Brasiliano”, pellicola che non si poteva neppure definire a basso costo, visto che per la realizzazione del film stesso, le spese erano ammontate a soli duemila euro.

Per questa nuova opera le spese sono lievitate non di molto, visto che di euro ne sono stati spesi pochi di più, circa venticinquemila che sono veramente niente nel panorama cinematografico, visto che si inizia a parlare di films a basso costo di opere che abbiano a disposizione circa cinquecentomila euro di budget.

Cinema strapieno in ogni ordine di posti, con gente purtroppo rimasta fuori, applausi prima dell'inizio del film a tutto lo staff presente alla proiezione e dopo, al termine, applausi a spellarsi le mani dal termine dell'ultima struggente scena fino alla fine dei titoli di coda, oltre a molti, tanti occhi lucidi.


Il film, che tra l'altro ha vinto come Miglior Film al RIFF- Rome Indipendent Film e addirittura come Miglior Film e Miglior Montaggio al Worldfest Houston International Film negli Stati Uniti, è un piccolo gioiellino indipendente.

Film in due episodi, alla maniera delle pellicole italiane dei sessanta. Un film dove, oltre alle irresistibili scene di una comicità tipica della terra Toscana, vengono toccati argomenti attualissimi e scottanti, come quello della Religione, senza dare alcun giudizio in merito ma riuscendo in maniera straordinaria a far riflettere; temi come la disoccupazione, l'integrazione razziale, la disillusione di un certo modo di fare politica del passato, memorabile ad esempio la battuta dell'Avvocato, uno straordinario Giorgio Colangeli perfettamente nella parte, “Non dimentichiamoci che ho fatto il '68”, e questo detto dal personaggio più scorretto e sgradevole della pellicola. 

Volti e caratterizzazioni azzeccatissime, come ad esempio il becchino che altri non è che il celebre e leggendario punk toscano Dome La Muerte, come le terribili Sposine, coppia di giocatrici di carte, assieme dal 65 e dalla lingua tagliente, capaci di farti letteralmente piangere dalle risate, come Niccio il batterista/fabbro  interpretato da Luke Tahiti che sta a John Snellinberg come Kurt Russel stava a John Carpenter o come Michael Madsen sta a Quentin Tarantino;  l'incredibile  "il Disumano"  interpretato dal bravissimo Luca Spanò, uno dei volti più interessanti del nuovo cinema italiano.

Tra l'altro ultima prova dell'indimenticabile Carlo Monni, uno dei migliori attori che la nostra regione abbia mai partorito ed anche forse uno dei più sottovalutati. La sua caratterizzazione del personaggio di Maurino, un vecchio giocatore di carte, è magistrale; una vena comica e assieme melanconica caratterizza questa stupenda recitazione.
Spero vivamente che questa bella prova riesca a rendergli, in termini di pubblica riconoscenza, quei riconoscimenti che gli sono stati negati quando era ancora tra noi.
Soundtrack, splendida, ad opera dei Calibro 35.
Si ride (molto), si pensa ed infine ci si commuove.

Film girato con una classe ed uno stile invidiabili, lo avvicinerei ad uno splendido blues nelle sue parti più malinconiche, acceso ogni tanto da qualche splendido assolo, che sono i non rari momenti comici. Ovviamente da vedere e rivedere; consigliatissimo.
Complimenti davvero a questi ragazzi che intelligentemente riescono in un'impresa davvero difficile di questi tempi.
PS. Sono tra l'altro orgogliosissimo di aver dato il mio piccolissimo contributo in una scena del film.


lunedì 31 marzo 2014

La Musica per i giovani di oggi e le differenze tra loro ed i giovani degli anni passati.

Gli anni '60-'70;  i "veterani" di un'epoca musicale forse irripetibile; i giovani di oggi ed il loro modo di fruire musica rispetto ai tempi dei loro fratelli maggiori (in certi casi anche padri), ma soprattutto il rapporto, a volte difficile, tra gli uni e gli altri..
Io ho vissuto quell'epoca e posso garantirvi che per noi amanti di un certo tipo di musica, quella che bene o male, derivati e non, viene ascoltata da molti miei lettori, non era così semplice. L'italia non era certo un Paese all'avanguardia come l'Inghilterra e trovare i dischi non era impresa da poco. C'era tra noi un passaparola continuo e chi aveva già "Lizard" dei King Crimson o il "III" dei Led Zeppelin in edizione originale (con la ruota che gira mostrando le facce dei 4 Zep sulla front cover) era guardato con un misto di invidia ed ammirazione.

Noi da Firenze dovevamo andare a Bologna dove c'era un negozio (Nannucci) che importava i dischi dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti almeno un mese prima che arrivassero da noi.
Ogni album acquistato era dunque una piccola conquista e, spesso, ci riunivamo a casa di uno e dell'altro per ascoltare gli ultimi acquisti e le novità e per valutarle assieme.
Frequenti erano le registrazioni dei dischi su cassetta, per aiutare in un certo modo, quelli che non avevano le possibilità economiche per acquistare tutto quello che di buono usciva in quei lontani giorni.
Le trasmissioni radio erano pochissime e ad orari scandalosi.
La principale rivista del settore era "Ciao 2001" dove Manuel Insolera e Enzo Caffarelli trattavano prevalentemente Prog Inglese ed italiano, facendoci perdere l'interesse per quasi tutto quello che veniva dalla West Coast e dal Sud degli Stati Uniti, però noi non ci disperavamo e con le armi che disponevamo (registratori a cassetta, viaggi all'estero con ritorni carichi di vinili, ecc.ecc.)  alimentavamo quella passione che era spaventosa.

Chiaramente vivere quella passione in quel preciso periodo storico era fantastico perchè vivevi le cose nel momento che "accadevano",ti trovavi così a veder nascere la Premiata e il Banco, ad assistere alle prime calate sul nostro suolo di Artisti come Canned Heat, Rory Gallagher, King Crimson, Genesis (quelli veri con Peter Gabriel), Deep Purple  (anche loro quelli VERI!), Grand Funk con Humble Pie di spalla; insomma vivevi  la cosa nel momento che accadeva ed era splendido.

Gli Amici che mi son rimasti vicino da quegli anni sanno a cosa mi riferisco, come me hanno visto grandi gruppi sciupare il loro stile, vendersi al Dio denaro o solo semplicemente perdersi per strada per poi magari ritrovarsi; tutto questo ha fatto parte di una storia arrivata fino ai nostri giorni ed anche noi arriviamo ai nostri giorni...

Ho la fortuna di condividere la mia passione più grande, quella per la musica appunto, con la mia ragazza che appartiene a questa generazione, essendo molto più giovane di me ed essendo però, oltre che appassionata, anche musicista.
Spesso mi ha visto strabuzzare gli occhi leggendo alcune cose scritte sia su facebook sia su altri social network da presunti pseudointenditori dell'ultim'ora ed è così che ho deciso di fare un attimo di chiarezza.


Tempo fa le feci un esempio di quello che penso riguardo a quello che accade, in molti casi, ad un ragazzo che inizia ad approcciarsi al mondo musicale:
prendete un ristorante dove sapete che il cibo è ottimo, vi sedete e,  dopo un ottimo antipasto, ordinate un buon primo, un secondo con uno stuzzicante contorno, innaffiate il tutto con un vino di una particolare annata, casomai un dessert, un caffè ed un liquorino per digerire il tutto e, se nel frattempo il fegato non vi ha salutato per andarsene ad un concerto di Bruce Springsteen, chiedete il conto e ve ne andate.
Prendete invece lo stesso ristorante e provate a pensare se tutte le cose che avete ordinato, vi fossero invece portate in un'unica zuppiera!
Mangereste tutto assieme!
Questo è un po' quello che può succedere ad un ragazzo di magari diciotto anni che inizia a seguire la musica oggi.
Alcuni più fortunati, iniziano magari ascoltando Heavy Metal, spinti magari da amici già appassionati a quel particolare genere e poi, incuriositi e vogliosi di capire da dove viene quella musica per loro così affascinante e contenente quello spirito di ribellione che non hanno le musiche ascoltate dai coetanei in discoteca, iniziano un percorso a ritroso, che li porterà prima a scoprire i precursori degli anni '70 delle bands che ascoltano, tipo Led Zeppelin, Black Sabbath, Grand Funk, eccetera e poi arriveranno piano, piano a scoprire i padri fondatori del Blues, fino addirittura a Robert Johnson, in un percorso che arricchirà la loro cultura. Altri invece, incameranno una tale quantità di Musica di anni, epoche, periodi storici diversi che inevitabilmente  e non per colpa loro, produrrà della confusione.
Se poi uno dei ragazzi in questione ha pure la presunzione di essere un "intenditore" e dar lezione di "sapere" agli altri, nascerà il vero problema. La confusione aumenterà ancora di più.


Altro piccolo ed illuminante esempio: un ragazzo legge da qualche parte di un grande chitarrista inglese degli anni '60, tale Jeff Beck (così tanto per fare un nome), e pensa di cercare qualcosa.
apre wikipedia, e vede che è un chitarrista blues inglese, legge un paio di recensioni, apre youtube e si trova davanti qualcosa come centinaia di pezzi.
Quale scegliere? clicca a caso.
Apre itunes o Spotify o un qualsiasi altro portale dove si può comodamente ascoltare tonnellate di musica gratis e ascolta una canzone che magari è una delle più brutte che ha fatto.
chiude itunes (senza nemmeno finire la canzone) e decide che Jeff Beck non gli piace.
Stop. Fine.
Ma non solo. A quel punto parlerà con i suoi amici di Jeff Beck, dicendo loro che è un chitarrista ipertecnico (?!?) stile satriani (?!?) che però non è veloce e ipertecnico come i chitarristi del G3 (?!?)

Molte volte poi bisognerebbe tener conto appunto dei periodi storici in cui è stato concepito un album.
Un piccolo esempio, a tale proposito, riguarda una Band arciconosciuta: i Deep Purple. "Perfect Strangers" dei Deep Purple appunto, è un grandissimo album ma non avrà mai la forza dirompente che ebbe nel mondo del Rock un disco come "In Rock" del 1970 che coglieva la Band nel suo momento creativo migliore e soprattutto nuovo. Ecco quindi che la distanza temporale tra i due dischi risulta enorme per chi li ascolta per la prima volta uno dietro l'altro ma il valore storico di "In Rock" può essere percepito maggiormente da chi ha  vissuto l'uscita del disco in prima persona.


A non aiutare un giovane nella sua crescita di una propria cultura musicale ha aiutato anche il terribile ventennio che abbiamo passato, che purtroppo sembra ancora ben lontano dall'essersi concluso.
Sotto il profilo culturale in generale, questo ventennio, è stato terribile. Le televisioni, con i loro reality show e con i loro programmi insulsi, non hanno certamente aiutato questa generazione a farsi una cultura musicale anche di base.
Nel passato, neppure troppo lontano, esistevano ad esempio programmi musicali, addirittura quotidiani come "DOC" di Renzo Arbore, a cui collaborava anche il mio indimenticato amico e compagno di mille avventure musicali,  Ernesto De Pascale, che presentavano il meglio del panorama musicale del periodo, rigorosamente dal vivo.
Oggi? Oggi i giovani sono ridotti a tifare per ragazzi come loro, ragazzi mandati allo sbaraglio da un'industria discografica priva di scrupoli, che li sbatte davanti alle telecamere in un reality, a cantare canzoni sicuramente non scelte da loro stessi bensì da persone che "studiano" appositamente per loro il personaggio da cucirgli addosso per poter piacere ad altri ragazzi;  fino al prossimo reality, dove saranno prontamente dimenticati in favore della nuova ondata. Praticamente masticati e sputati.


Come uscire da tutto ciò? Non è semplice; i social network possono essere una via. Chi ha vissuto periodi migliori metta a disposizione le proprie esperienze per aiutare gli altri a conoscere cose di cui si rischerebbe di perderne la memoria, cercando anche di restare attuali, perchè il fossilizzarsi sul passato, ancorchè splendido, può essere un pericolo ancora maggiore.
Musica bella c'è stata nel passato ma c'è anche oggi e ce n'è davvero tanta; basta avere la voglia di cercarla e scoprirla.




domenica 30 marzo 2014

DEVON ALLMAN Live at "Borderline" (Pisa) 15 November 2007

L'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Dopo aver avuto modo di vedere il Grande Gregg Allman con la sua Band personale (Gregg Allman & Friends appunto), la scorsa estate e dopo aver visto in azione il fenomenale chitarrista degli Allman,  Derek Trucks, soltanto poche settimane fa; non potevo lasciarmi sfuggire il figlio trentatreenne del biondo leader di una delle mie band preferite di sempre; anche perchè, sinceramente, il suo disco  "Torch"  mi era piaciuto non poco.

Arriviamo al locale con una buona oretta di anticipo sull'inizio del concerto.
Il "Borderline" è un delizioso locale (molto piccolo) nel centro storico di Pisa.


E'un locale in stile americano, molto Tex-Mex style, di questi tipici bar americani con attaccato alle pareti di tutto, dalle targhe automobilistiche, alle copertine di dischi,a poster di vecchi concerti autografati fino addirittura al muso di una vecchia Cadillac (Tarantino potrebbe tranquillamente girarci qualche scena di un suo film).
Il palco è piccolo e la sala, che ha una capienza si e no di duecento persone, ha i tavolini proprio a ridosso del piccolo palco.


Quando arriviamo il locale è praticamente vuoto, ci saranno sette otto persone intente a bersi le loro brave birre.
Di lato al piccolo palco si aggira il biondissimo chitarrista; mi presento subito dicendogli che la scorsa estate ho avuto modo di lavorare ad un Festival dove il suo grande papà suonava e stabilisco così un immediato feeling con lui.
Il ragazzo è molto disponibile, con un contagioso e sincero sorriso, mi dice che la sera prima aveva suonato a Roma davanti a circa 150 persone ed era molto soddisfatto di cio' (!), dato che  (testuali parole),  nei posti troppo affollati la gente parla troppo e presta poca attenzione alla musica!


Visto che il suo album e' un bel concentrato di stili, mi viene da chiedergli quali siano le sue influenze e, sorprendentemete  (ma non troppo)  mi cita immediatamente due Artisti che ama molto: Marvin Gaye e Al Green, oltre ovviamente la Band di famiglia, cosa che chiaramente emergerà dalle ben quattro covers che proporrà in seguito, durante il suo set, tratte dagli albums della Allman Brothers Band.
Mi dice anche che a livello chitarristico ama molto Stevie Ray Vaughan e, colgo così l'occasione per mostrargli, dal telefonino, la foto che mi ritrae assieme al grande ed indimenticato chitarrista texano, cosa questa che suscita in lui molta ammirazione nei miei confronti, dato che mi confessa di non aver mai avuto occasione di vederlo dal vivo.
Ama molto anche Billy Gibbons, con cui ha avuto l'occasione di suonare una One Way Out durante un concerto a Las Vegas un po' di tempo fa.

E' il momento di salire su, il locale si e' riempito (?!) di una quarantina di persone.
Devon ed i suoi Honey tribe, dove spiccano il batterista (potentissimo) Mark Oyarzar ed il bassista (altrettanto potente) George Potsos, suonano praticamente tutto il loro nuovo disco, dall'iniziale "Torch", alla latineggiante e santaneggiante "Mahalo", alla splendida e molto seventees "When I Call Home" (a mio avviso una delle più belle canzoni del disco), alla dura e ritmata "Mercy Mercy".
Nel mezzo c'è posto anche per un paio di covers; immancabile l'omaggio al padre, con una acclamatissima dall'esigua platea, "Midnight Rider" ed una sentita "Purple Rain" dal repertorio di Prince.


Devon, che imbraccia una Gibson Les Paul DeLuxe, autografata da Mr.Les Paul in persona (To Devon), non si risparmia, dimostrando una grande comunicativa con tutti noi ed una voglia di suonare che traspare da ogni sua nota.
Alla fine sono due i bis: una struggente "Melissa" ed una straripante ed acclamatissima "One Way Out".

Dopo il concerto i saluti di rito e la promessa, da parte sua di rivederci presto dalle nostre parti.
Peccato per chi non c'era, ottimo e robusto set di un artista che sicuramente ci riserverà non poche sorprese in futuro.
Chi non l'avesse ancora fatto si procuri il suo album "Torch".


POPA CHUBBY Live at "Auditorium Flog" (Firenze) 1 December 2007

L'"Auditorium Flog" a Firenze è gremito di gente e ciò non mi stupisce, anche in un periodo di profonda crisi per i concerti nei clubs, lui qui a Firenze ha sempre richiamato un buon pubblico; pubblico di bluesmen e rokkettari, pubblico che ama divertirsi con del buon blues suonato con feeling e magari con una buona birra in mano.
Appena arrivato vado subito nel backstage e, come mi vede si alza in piedi ed esclama "aah Silvano, i'm very glad to see you!" e, con la sua zampona, mi stampa una megapacca sulla spalla dove il pomeriggio stesso ho fatto un nuovo grosso tatuaggio!….alla mia smorfia di dolore e alle successive spiegazioni…giù grosse risate!

L'atmosfera è, come sempre molto rilassata ed amichevole e, per una buona mezz'ora stiamo assieme a parlare.

Gli dico che ho ordinato il suo nuovo cd dal suo sito circa un mese fa e che ancora non l'ho ricevuto; lui, senza neppure farmi finire, prende una copia del nuovo disco da un borsone a terra, mi fa sopra una dedica col pennarello e me lo porge!

E' il momento di salire su; "ok Ted, i'll see you after the show…Keep on Blues'!" e via!

Si parte con "Theme From The Godfather" (il tema del Padrino) e via via brani e covers tratti dalla sua steminata discografia: "Stoop Down Baby", "Let The Music Set You Free", "Foxey Lady", "Isabella", "Sally Likes To Run", a versione da brivido di "Red House". Popa è un fiume in piena, degnamente accompagnato da A.J.Pappas al basso e da Chris Reddan (dal look simil-punk che contrasta tantissimo con quello del leader) precisi e potenti, praticamente lo stesso combo della scorsa estate (già un piccolo record per lui che cambia continuamente i musicisti che lo accompagnano.)



Nel frattempo mi ha raggiunto anche Fruz al suo primo appuntamento col mastodontico chitarrista del Bronx.

Dopo un finale incandescente dove Popa si siede alla batteria per un set a due col batterista, tutti nei camerini per i saluti di rito e l'appuntamento alla prossima visita del nostro caro Amico Ted in arte Popa Chubby.