martedì 26 aprile 2022

LEO BONI


 FIRENZE. Improvvisa e inaspettata la scomparsa nel sonno del musicista fiorentino, ma cittadino del mondo Leo Boni, aveva iniziato la sua carriera alla Berklee School Of Music nel 1984, ha lasciato sconvolti i numerosi amici, appassionati e musicofili toscani. Leo non era solo un grande, enorme, chitarrista, ma era un artista che, una volta visto, non potevi certo dimenticare. I suoi lineamenti facevano della sua sagoma una maschera caratteristica inconfondibile, tanto che l'amico di sempre, il sassofonista Cris Pacini, l'altra metà dei Coguari di Cinta, duo che allietava le serate nei club toscani, si divertiva a caricaturizzare in tutte le maniere possibili sulle varie locandine che annunciavano le loro serate. Con quella sua criniera leonina, il suo inconfondibile naso e la sua voce cavernosa, che lo faceva addirittura sembrare un cantante di colore di New Orleans e un carisma da tipico artista d'oltreoceano da dove proveniva, era impossibile che, una volta visto appunto, venisse dimenticato.

Domenica scorsa, la sua famiglia ha organizzato una commemorazione presso il club Combo di Firenze, dove si sono dati appuntamento i numerosi amici e conoscenti del musicista. Il palco ha accolto chiunque volesse suonare, come la Juke Joint Band di Sauro Ravalli, formazione dove Leo suonava la chitarra da una vita; Roberto Uggiosi, che altri non è che il 50% di Cappotto e Cammello (musica di un certo livello) incredibile duo, portato in scena per almeno tre lustri, che aveva in programma una serata proprio il giorno successivo alla notte in cui è scomparso Leo. Roberto, con il cuore gonfio di emozione e con le lacrime agli occhi, si è esibito con la chitarra di Leo.

Cris Pacini appunto, poi Emiliano Degl' Innocenti e via via moltissimi altri musicisti che, con le lacrime agli occhi, hanno suonato il blues tanto caro a Leo. Particolarmente toccanti sono stati gli interventi della sorella Marina e della figlia diciottenne Anita, che lui amava tanto, al punto da cambiare immancabilmente il testo di una canzone di Stevie Wonder, "Isn't She Lovely", da "Life is Aisha" a "Life is Anita"Anita, che con il suo intervento, è riuscita a far commuovere tutti i presenti. Come quando ha raccontato di come Leo le dicesse guarda che babbo che t'è toccato, facendo allusione al suo essere musicista e artista a tutto tondo, in fondo anche un po' zingaro, un gipsy alla Jimi Hendrix in salsa toscana, o meglio come avrebbe sicuramente detto lui, un Jimi Hendrix al lampredotto e lei, tra i singhiozzi, ha detto di essere stata orgogliosa di aver avuto un babbo così. Blues, swing, gypsy jazz, soul, persino manouche, il tutto però condito sempre da una vena scanzonata di fondo erano i suoi territori. Sarà impossibile dimenticare Leo Goodies, mancherà tantissimo la sua arte incredibile, la sua simpatia e il suo carisma. Ci lascia però tre importanti testimonianze discografiche che consiglio vivamente a chiunque di cercare e di ascoltare con attenzione, perché dentro c'è tutto il mondo incredibile di Leo Boni

Crocicchio (Babbeo Records- 2001)

Sogno Toscano (Babbeo Records- 2011)

The Ring (Redcat Music- 2020)


La foto della chitarra di Leo Boni è di Giuliana Monti

Le foto della Juke Joint Band e di Roberto Uggiosi sono dell'autore

martedì 5 aprile 2022

My Best Of 2021


 Non è stato, a mio avviso e per gli ascolti che ho fatto, un anno particolarmente ricco di grandi dischi; molti buoni dischi ma pochi quelli che veramente posso considerare album che resisteranno agli ascolti nel tempo, però tra questi che ho inserito sicuramente alcuni ci sono.

Ho infatti atteso molto per pubblicare questa mia lista, visto che siamo ad Aprile e normalmente ogni anno la pubblico al massimo a Gennaio.

Comunque questi sono, a mio personale gusto, i dischi che ho preferito dell'anno trascorso, ovviamente non in ordine di preferenza:


THE J. & F. BAND- Me And The Devil

CHRISTONE "KINGFISH" INGRAM- 662

CURTIS SALGADO- Damage Control

TEDESCHI TRUCKS BAND- Layla Revisited

LOVESICK DUO- All Over Again

JASON ISBELL & 400 UNIT- Georgia Blue

GOV'T MULE- Heavy Load Blues

THE BROTHERS- March 10, 2020 Madison Square Garden

CEDRIC BURNSIDE- I Be Trying

THE BLACK KEYS- Delta Kream

LUCINDA WILLIAMS- Lu's Juke Box Serie

SILK SONIC- An Evening with Silk Sonic

THE ALLMAN BROTHERS BAND- Down In Texas '71

MUDDY WATERS- The Montreaux Years

JAMES McMURTY- The Horses And The Hounds

THE BLACK PUMAS- Capitol Cuts (Live From Studio A)

SELVYN BIRCHWOOD- Living In A Burning House

CHRIS CAIN- Raisin' Cain

JOHN PAUL KEITH- The Rhythm Of The City

mercoledì 9 marzo 2022

Muddy Waters- Electric Mud (1968)

"Electric Mud" fu il quinto album inciso da Mississippi Muddy Waters. registrato nel Maggio del 1968 e pubblicato nell'Ottobre dello stesso anno, fu il tentativo a mio avviso riuscitissimo, di unire il Blues alla Psichedelia che tanto andava in quegli anni pieni di cambiamenti, sociali e musicali.

Anche il cinema in quell'anno proponeva cose che rompevano un po gli schemi fino ad allora vigenti, tanto che persino un attore come Steve McQueen interpretò il ruolo di un detective, Frank Bullitt, nel film "Bullitt" di Peter Yates, detective piuttosto anticonformista che si muoveva all'interno di fumosi locali jazz in una San Francisco che recepiva quei cambiamenti storici in maniera perfetta.

Marshall Chess, fondatore dell'etichetta "Chess Records", label per cui incideva Muddy, ebbe l'idea di avvicinare il musicista ai più giovani, giusto per fargli guadagnare qualche soldo in più, visto che il Blues a quell'epoca non è che rendesse molto in termini economici.
In precedenza Chess aveva fondato un'etichetta satellite, che aveva chiamato "Cadet Concept Records", il cui primo album pubblicato era stato l'omonimo album di debutto dei Rotary Connection , una band psichedelica, il secondo fu appunto "Electric Mud"; per pura curiosità il terzo album pubblicato dall'etichetta fu l'album di debutto degli Status Quo "Picturesque Machtstickable Messages".
Per incidere l'album di Muddy, Marshall Chess radunò i più fighi musicisti "Jazz-Rock" sulla piazza in quel momento a Chicago : Gene Barge , Pete Cosey , Roland Faulkner, Morris Jennings , Louis Satterfield , Charles Stepney e Phil Upchurch.
Inserì pedali wha-wha e fuzzbox ed arricchì il suono di organo elettrico e sax.
Non era assolutamente un tentativo di fare di Muddy Waters un artista psichedelico, bensì quello di costruire una specie di concept album, per fargli guadagnare popolarità verso i più giovani ed, appunto, qualche soldo in più.


Anche la cover di "Let's Spend The Night Together", incisa l'anno precedente dai Rolling Stones, fece spalancare la bocca agli integralisti del genere, visto che la versione di Waters, cantata in stile Gospel/Soul, risentiva molto delle influenze di band, come i Cream o la Jimi Hendrix Experience ad esempio, che andavano per la maggiore in quel momento.
Addirittura l'ipnotico, ossessivo, quasi un sabba "She's Alright", contiene al termine di un delirio psichedelico, un accenno, che parte dal giro di basso seguito dalla chitarra, a quella "My Girl", incredibile successo dei Temptations di tre anni prima.

I puristi del Blues storsero il naso ma loro lo storcono immediatamente, non appena si esce dai consueti canoni e Muddy stesso, in seguito, lo ripudiò ma il risultato fu sorprendente.
Il problema fu che Muddy Waters aveva suonato l'album in studio con una band che non era la sua, per cui risultava praticamente impossibile riprodurre quelle sonorità psichedeliche dal vivo, a meno che non avesse sostituito completamente i sui musicisti con quelli che avevano inciso l'album.
Il disco fu all'epoca uno dei dischi più venduti di Muddy Waters ma l'accoglienza fu decisamente migliore in Inghilterra, molto più aperti nei confronti delle contaminazioni, che in USA.
Ovviamente guardato con gli occhi di un purista, soprattutto all'epoca, il disco poteva apparire addirittura blasfemo ma, visto ed ascoltato senza pregiudizi, il disco è bellissimo e addirittura seminale, tanto che influenze dello stesso si possono benissimo ritrovare negli anni a seguire nei Rolling Stones, nei Led Zeppelin, fino ai giorni nostri, in band come i Black Keys.

giovedì 9 dicembre 2021

SWEET HOME PISTOIA- Il Pistoia Blues Festival celebra i suoi 40 anni

 


Quarant'anni per un Festival Blues sono una bella età ed in Europa non c'è nessuno che ancora c'è arrivato, a parte il glorioso Pistoia Blues Festival, nato nel 1980 e, purtroppo, in standby dal 2019 a causa delle note vicende riguardanti la terribile pandemia che ha colpito il mondo intero.

Ieri sera al Teatro Manzoni di Pistoia, pieno in ogni ordine di posti, si è svolta una meravigliosa serata per celebrare questa importante ricorrenza con la presentazione di un libro "Sweet Home Pistoia" ed una serie di artisti che si sono esibiti per tributare questo importante compleanno.

l libro è un racconto dettagliato di tutte le quaranta edizioni che si sono svolte, con tutti ma proprio tutti gli artisti che si sono esibiti su quel palco, dal 1980 al 2019.

A mio avviso è concepito per essere letto in maniera molto scorrevole, con varie finestre che riportano articoli dell'epoca dei vari quotidiani, foto inedite ed alcuni racconti di chi vi ha partecipato, da musicisti a giornalisti, da addetti ai lavori e pubblico.


Ho ovviamente scritto anch'io una dozzina di racconti dal backstage, di alcune situazioni particolari che mi sono accadute a contatto con alcuni dei molti artisti che ho avuto la fortuna di accompagnare sul palco in 36 anni come responsabile della security di questo Festival, autentico fiore all'occhiello della mia lunga carriera. Ho anche ovviamente e con grande orgoglio partecipato alla serata, salendo persino sul palco, a raccontare un aneddoto occorsomi nel 1993 con il grande Robet Plant, aneddoto che si trova anche nel libro, addirittura seduto accanto a Giovanni Tafuro, organizzatore della manifestazione fin dal 1985 ed al Sindaco della città Alessandro Tomasi.

E' stato meraviglioso ritrovarsi nel backstage con i molti amici e raccontarsi nuovamente le mille storie on the road che, questo fantastico mondo che ruota attorno alla musica, fa capitare ad ognuno di noi. Come ricordare e farsi raccontare delle 10 volte che il mio "Blues Brothers- Puma di Lambrate" Fabio Treves ha visto Jimi Hendrix, o di quando, a Lignano Sabbiadoro nel 1988, prima di aprire per Stevie Ray Vaughan, si è messo a raccontare allo stesso Stevie Ray i concerti di Jimi che aveva visto, con Stevie Ray che lo ascoltava a bocca spalancata, visto che lui aveva visto il suo mito assoluto una sola volta ed all'età di 13 anni, portato li da suo fratello Jimmie, per cui si ricordava pochissimo di quel concerto. 



Abbracciarsi con Alex "Kid" Gariazzo e farsi raccontare di quando venne a Pistoia nel 1989 a vedere Roy Rogers e che, in seguito, proprio con il chitarrista californiano, sarebbe nata una collaborazione che li avrebbe portati a registrare assieme. Incrociare sulla porta del camerino Roberto Luti che, indicandomi, dice alla sua compagna che lui è praticamente cresciuto vedendo me dietro le transenne del Pistoia Blues. Raccontare a Franz Di Cioccio delle prime volte che vidi la Premiata Forneria Marconi nel 1972 al "Piper 2000 di Viareggio", nel 1973 al Teatro Astoria di Firenze ed al Teatro Verdi di Sesto Fiorentino, quella volta in coppia con gli Acqua Fragile e delle almeno altre 20 volte che li ho visti suonare, come quella volta alla RAI in Via Asiago a Roma, in occasione della reunion per l'album "Ulisse", con Franz che mi racconta di avere ancora custodita in casa la mastodontica batteria con la scritta "PFM" in rosso-giallo. arancione fatta da lui stesso con pennelli e vernice.


Dopo la parte in cui veniamo intervistati io, l'organizzazione, il Sindaco, i musicisti, Claudio Fucci, editore del libro uscito per la "Vololibero Edizioni" ed Enzo Gentile, che ha dato un filo logico ai suoi ricordi personali ed agli innumerevoli racconti che noi addetti ai lavori gli abbiamo fatto, rendendo il tutto estremamente scorrevole, è partita la musica.

Il primo è un bel set di roots blues ad opera di Andy J. Forest, da New Orleans,  che era presente sul palco dell'indimenticabile prima edizione e che in seguito per alcune annate ne è stato pure il presentatore, assieme al bravissimo Roberto Luti da Livorno.


A seguire un'autentica leggenda del blues italiano, colui che ha pubblicato ufficialmente il primo disco di blues di un artista italiano nel nostro Paese nel lontano 1976, Fabio Treves. Accompagnato dal fido Alex "Kid" Gariazzo, ci ha deliziato con un set denso di groove, infiammando letteralmente la platea. 

Subito dopo è stato il turno del figlio del Pistoia Blues, l'orgoglio chitarristico di tutti i pistoiesi e non solo, Nick Becattini, chitarrista praticamente nato, come lui stesso ha confermato dal palco, con il primo Festival Blues, al quale assistette estasiato. Una "My Mouse", sua composizione, piazzata subito all'inizio, tanto per mettere le cose in chiaro e poi, a seguire, un concerto che fa dell'intensità, a tratti quasi commovente, il suo punto di forza,. Chiusura con una sentitissima "I've Got Dreams To Remember" di Otis Redding.

A chiudere la bella serata gli Slow Feet, guidati dai due PFM Franz Di Cioccio e Lucio "Violino" Fabbri, più il chitarrista Paolo Bonfanti. Il loro è un esperimento che ho apprezzato; quello cioè di prendere dei classici della musica e riappropriarseli, farseli propri, con arrangiamenti completamente diversi dagli originali. Ovviamente lo spazio all'improvvisazione non manca ed in questo i due PFM sono maestri, tant'è vero che il loro set mi ha, un alcuni momenti, riportato ai concerti dei primi anni '70, quando cui le band allungavano i brani stravolgendoli  e dilatandoli.

Gran bella serata che lascia ben sperare per il futuro della manifestazione. Si è percepita chiaramente una gran voglia di musica e di musica di qualità. Aspettiamo quindi la ripartenza del Pistoia Blues Festival con la sua 41esima edizione.

Foto: 

Locandina evento

Interno del Teatro Manzoni

Libro "Sweet Home Pistoia"

 Io e Fabio Treves

Sul Palco assieme a Giovanni Tafuro ed Alessandro Tomasi, foto di Gabriele Acerboni

Io sul palco del Teatro manzoni

Andy J. Forest e Roberto Luti

 Nick Becattini Band

 Fabio Treves e Alex "Kid" Gariazzo

 The Slow Feet




mercoledì 27 ottobre 2021

Un Fender Jazz Bass del 1972 e mille ricordi

 Come forse in non molti sanno ed è decisamente normale che non lo sappiano, visto che il segno che ho lasciato nel mondo della musica suonata è praticamente zero, in un lontanissimo passato anche io sono stato un musicista, più precisamente un batterista.

Era il 1972 e, completamente rapito dall'eccezionale momento musicale che il mondo stava vivendo, oltre che dai concerti visti in quella indimenticabile estate al Piper 2000 di Viareggio e da quelli, altrettanto indimenticabili, visti al rientro dalle ferie allo Space Electronic di Firenze decisi, assieme ad uno dei miei compagni di avventure Maurizio Maggi, di metter su un gruppo, cosa abbastanza comune in quegli anni tra i ragazzi dell'epoca.

Reclutammo altri due giovani musicisti e, piano piano, iniziammo a tirare giù un repertorio. Maurizio nel frattempo aveva acquistato un fantascientifico Fender Jazz Bass nuovo di zecca, strumento questo che era praticamente il top di gamma all'epoca e non erano in molti, tra vari musicisti locali, che potevano permetterselo e che era particolarmente bello per il suo color legno naturale.

Io nel frattempo avevo acquistato una batteria Hollywood- Meazzi modello Jolly, tutta tigrata.

Gli altri due musicisti reclutati furono Lorenzo Villoresi, figlio dei proprietari della omonima Villa Villoresi a Sesto Fiorentino, location scelta per fungere da sala prove, alla chitarra solista e voce e Marco Scacciati alla seconda chitarra e cori. Il nome scelto per la band fu SIZY RUB, un nome che non significava praticamente nulla ma che noi interpretavamo tipo come "voluminoso stropicciamento" o roba simile da quanto ricordi ma che, in realtà, ci sembrava suonasse bene e ci ricordava anche nomi di band decisamente più celebri come Roxy Music, di cui Maurizio era fervente ammiratore.

(Villa Villoresi)

Il repertorio era costituito principalmente da covers di band già molto celebri in quel momento, che oggi sarebbero definite "Classic Rock", come Deep Purple (Smoke On The Water, Space Truckin', Into The Fire, Child In Time), Free (Alright Now), Beatles (Something), New Trolls, un vero pallino di Lorenzo il chitarrista, in grado tra l'altro di arrivare alle tonalità della voce di Nico Di Palo, senza sforzo alcuno (Il Sole Nascerà, Vorrei Comprare Una Strada), più alcune cose nostre, come un lungo Blues e molta, molta improvvisazione, come i dettami dell'epoca indicavano.

(Lorenzo Villoresi)

Ricordo che, per un periodo nell'inverno del 1973, suonammo in una minuscola cantina, chiamata "Fire Club" nel centro di Firenze, proprio in un vicolo di fronte a Palazzo Pitti. Era una cantina dove i ragazzi ballavano al suono dei brani rock e soul dell'epoca e, a metà della domenica pomeriggio, si fermavano per ascoltarci suonare. Durante Into The Fire dei Purple ricordo che facevo un lungo assolo di batteria, assolo durante il quale mi toglievo la maglietta rimanendo a torso nudo, con una sacca piena di bacchette legate alla cintura. Maurizio invece suonava spesso rivolto verso di me e volgendo, per buona parete del set, tre quarti di spalle al pubblico.

(Fire Club- oggi)

Una sera di tarda primavera, che precedeva un'estate che reputavamo fondamentale per la nostra futura carriera musicale, ci capitò un'occasione che ritenemmo fantastica.

A Sesto Fiorentino un locale negozio di dischi e strumenti musicali aveva intenzione di organizzare un concerto in città, città che aveva un notevole sottobosco di piccoli gruppi, o complessi come venivano definiti all'epoca e che, proprio l'anno precedente aveva visto esibirsi, sulle assi del Cinema-Teatro Verdi, due tra i gruppi più celebri del panorama musicale italiano, vale a dire la Premiata Forneria Marconi e gli Acqua Fragile. Nelle intenzioni del titolare del negozio ci sarebbe appunto stata quella di cercare di proseguire e possibilmente di far crescere un certo movimento di musica dal vivo, per creare un indotto musicale teso a far proliferare i vari gruppi o complessi, che ovviamente avrebbero aumentato anche il volume di affari del suo negozio. Fu così che mi contattò per avere un'idea in merito. Il lampo di genio fu quello di proporgli Tony Sidney, l'allora chitarrista dei Perigeo, favolosa band di Jazz-Rock, allora si diceva così, italiana e di proporre me stesso e Maurizio per accompagnarlo.

Fu così che il 14 Giugno del 1974, dopo un solo pomeriggio di prove, io e Maurizio, rispettivamente batterista e bassista dei Sizy Rub, salimmo sul palco del "Dancing La Lucciola" di Sesto Fiorentino assieme al chitarrista americano, per un concerto che, anni dopo, la penna del celebre e compianto giornalista Ernesto De Pascale, presente al concerto, avrebbe descritto così:

"Negli anni dell'eclettismo era ancora possibile che un giovane chitarrista professionista come il naturalizzato fiorentino Tony Sidney potesse essere contagiato dalla voglia e buone intenzioni e l'entusiasmo di due giovani talenti ancora non diciottenni- Silvano Martini alla batteria e Maurizio Maggi al basso- e dividere con loro un palcoscenico. Era e fu per chi era su quel palco come per coloro i quali furono presenti alla bella serata, che ricordo elettrica e frizzante, una vera educazione sentimentale alla vita on the road.

(Tony Sidney nel 1973)

Dalla frenesia del fai da te, alla produzione affezionata del biglietto, dalle prove pomeridiane ma anche all'insegnamento di Tony di lasciarsi andare all'improvvisazione, non poteva esserci miglior modo per imparare l'arte del rock e della musica "d'insieme". Fu una grande serata; lanciò un segnale che rimettiamo in circolo oggi nel 2010, sperando che i giovani colgano il senso della musica per la musica. Come, per altro benissimo, ci riuscì quella sera di tarda primavera il trio in questione, in cui vigeva la democrazia dell'improvvisazione che oggi pare desueta ma che tanto servirebbe per guardarsi negli occhi e per imparare ad ascoltarsi l'un l'altro. Un dovere oltre che una necessità per quel trio che propose riff micidiali e assoli al fulmicotone. (Ernesto De Pascale) "

Sembrava l'inizio di una fulgida carriera, con gli amici che assieme a persone sconosciute presenti alla serata, che si congratulavano e ci chiedevano dei nostri futuri progetti; noi avevamo l'adrenalina che ci faceva letteralmente camminare sollevati da terra ed invece...invece fu l'ultima volta che suonammo in un contesto importante.

Facemmo ancora alcune prove ed un ultimo concerto ad una festa privata, però in trio come Villoresi, Maggi & Martini, dando ancora fondo a tutto il furore delle nostre covers dilatate all'inverosimile dalle improvvisazioni e poi la finimmo li. Era il 1974.

(Dancing La Lucciola- oggi)

Giorni fa. con una inaspettata telefonata, Maurizio il mio indimenticato bassista, chiedeva a Francesca la mia giovane compagna, musicista molto più brava di quanto non lo fossimo noi all'epoca,  se fosse stata interessata all'acquisto del suo vecchio basso, quel meraviglioso Fender Jazz Bass del '72, che da quel giorno lontano era rimasto praticamente dentro la sua custodia. Per lui, diceva Maurizio, l'acquisto da parte di Francesca sarebbe stato come se il suo vecchio strumento fosse rimasto "in famiglia", in fondo le diceva sarebbe stato come se fosse rimasto tra di noi.

(Silvano e Maurizio con il Fender Jazz Bass del '72)

Ovviamente l'acquisto si è concretizzato e tutto ciò, è inutile negarlo, ha riacceso mille ricordi e mille sensazioni. 

Mi sono rivisto alle prove in Villa, ho rivisto la "500" giallo ocra di mia Mamma che ci accompagnava, Fender compreso, alla cantina in Piazza Pitti, mi sono rivisto sul palco de "La Lucciola" con Tony Sidney ed ho risentito la voce di Maurizio che, negli anni immediatamente successivi mi chiedeva ripetutamente di ricominciare a suonare, anche se io oramai avevo chiuso quella porta. Tutte cose queste, come ci siamo detti io e Maurizio, che fanno decisamente bene all'anima. 

Sono inoltre certo che ogni volta che vedrò Francesca salire su di un palco, impugnando quel meraviglioso oggetto proveniente da epoche e suoni lontani, sarà per me un po' come rivedere on stage una parte di quei Sizy Rub, promessa mancata ma perfetti e fantastici beautiful losers.

Qui sotto un brano, "Blues Improvvisations", tratto da quel mitico concerto con Tony Sidney:






sabato 2 gennaio 2021

Luther "Snake Boy" Johnson

 Da sempre amo i personaggi più underground del panorama musicale ed il mondo del blues ne offre moltissimi e molti dei quali estremamente dotati dal punto di vista artistico e affascinanti per quanto riguarda il loro percorso di vita

Il chitarrista di cui parlerò è stato, a mio avviso, uno dei migliori e meno conosciuti chitarristi della storia del blues.

Luther Johnson, in seguito conosciuto sia come "Snake Boy", che come "Georgia Boy" in riferimento alla sua città natale di Davisboro, in Georgia appunto, nacque come Lucious Brinson e per molto tempo non abbiamo saputo se il suo anno di nascita fosse il 1930 oppure il 1941. Può sembrare buffo che sulla sua data di nascita ci sia un margine di errore di ben 11 anni ma cose di questo genere erano abbastanza all'ordine del giorno per i musicisti afroamericani di quegli anni; anche se in anni recenti la figlia ha confermato il 30 Agosto del 1941 come effettiva data di nascita del padre.

Il piccolo Lucious iniziò comunque a suonare la chitarra quando aveva appena iniziato la scuola.

Dopo essersi congedato dal servizio di leva nell'esercito, finì nel Milwaukee a suonare per un gruppo locale di gospel chiamato The Supreme Angels ma ben presto tutto ciò iniziò ad andargli stretto, Lucious fu folgorato dal blues e mise su una band propria, prendendo il nome di Luther Johnson, soprannominato appunto "Snake Boy".

Verso la fine degli anni '50 si stabilì a Chicago, dove andò in tour con Elmore James e con Otis Spann, con il quale incise tre albums, " The Blues Is Where It's At" (1966), "The Bottom Of The Blues" (1967) e " Cryin' Time" (1968).

In precedenza aveva preso parte alla registrazione del celebratissimo album di John Lee Hooker "Live at Cafè Au Go-Go" (1966), disco dove tra l'altro suonava anche Muddy Waters.

Nel 1967 entrò in pianta stabile proprio nella band di Muddy Waters, con il quale nel 1969 incise due albums, "Come On Home" e "The Muddy Waters Blues Band".

Quando nel 1970 lasciò la band del grande Mississippi Muddy Waters per mettersi in proprio, ad aumentare la confusione che regna sulle informazioni di Snake Boy, contribuì il fatto che Muddy Waters scelse come suo sostituto un chitarrista che si chiamava Luther "Guitar Junior" Johnson e, sempre per accrescere la confusione è bene ricordare che esiste un altro Luther Johnson, stavolta denominato Luther "Houserocker" Johnson, che intraprese una carriera ad Atlanta, Georgia, suonando blues nello stile di Jimmy Reed.

Dopo aver lasciato Muddy Waters si trasferì a Boston nel Massachussetts, continuando a suonare nel circuito dei college degli Stati Uniti e nei vari clubs, dove suonava il suo blues anche per sei sere a settimana. La sua interpretazione del classico di Muddy "Long Distance Call" era tra le più apprezzate dal pubblico di quei clubs e Snake Boy non mancava di stupirli con qualche gesto teatrale, come quello di uscire da una porta laterale, mentre la band stava continuando a suonare sul palco e rientrare dalla porta principale, per recitare così il dramma dell'uomo che torna improvvisamente a casa e scopre che "another mule is kickin' in my stall".


 In seguito iniziò a fare tours in Europa, dove stranamente veniva apprezzato forse in maniera maggiore che non in USA.

Incise il suo primo, bellissimo, album nel Novembre del 1972 a Bienne in Svizzera, dal titolo "Born In Georgia", disco che fu pubblicato per l'etichetta francese "Black And Blue".

La sua voce roca ed il suo fraseggio alla chitarra particolarissimo ed inconfondibile, unito ad un groove incredibile, erano già una specie di marchio di fabbrica

Nel mese successivo, Dicembre 1972, registrò un altro disco che però fu pubblicato nel 1975, stavolta lo registrò in solitaria, solo chitarra e voce, disco di un'intensità incredibile dal titolo "On The Road Again", anche questo uscito per l'etichetta francese "Black And Blue".


Nel 1975, sempre per la stessa etichetta francese, inciderà quello che resterà il suo ultimo album pubblicato con il musicista ancora in vita. Il disco contiene quello che reputo uno dei blues che più amo, il brano cioè che da il titolo ad un album superbo, "Lonesome In My Bedroom", un devastante blues lento che ha il potere di commuovermi ogni volta che lo ascolto.

Nel disco in questione Snake Boy riesce a metter su praticamente una "All Stars Band" che comprende, oltre a lui alla chitarra e voce, Lonnie Brooks e Hubert Sumlin alle chitarre, Dave Myers al basso, Fred Below alla batteria e Little Mac Simmons all'armonica.

Purtroppo il 18 Marzo del 1976 un cancro si porterà via, ancora giovanissimo, questo grande musicista, che sicuramente avrebbe avuto ancora tantissimo da dire.



La sua discografia è, come vediamo, piuttosto ridotta e di non facile reperibilità, oltre ad essere piuttosto incasinata, a causa delle numerose ristampe dal titolo diverso dall'originale, che contribuiranno a rendere difficile il districarsi tra i vari titoli, ma il suo mix di blues lento e shuffle merita sicuramente un'attenta ricerca ed una riscoperta da parte di tutti gli amanti e gli appassionati della cosiddetta musica del diavolo.




sabato 19 dicembre 2020

My Best Of 2020



Come tutti sappiamo questo 2020 che sta per concludersi è stato una anno molto difficile; per noi amanti della musica è stato un anno caratterizzato dalla quasi totale mancanza di concerti. Mancanza che ha reso l'anno sicuramente più povero di emozioni, di occasioni di incontro e, per me in particolare, anche di occasioni lavorative, visto che i concerti per me sono fonti di piacere ma anche di lavoro.

La clausura in cui siamo stati costretti per molti mesi dell'anno trascorso ha però fatto si che, dal chiuso delle nostre case, abbiamo avuto maggiori occasioni di ascoltare nuovi dischi e, sicuramente, quello appena trascorso è stato un anno caratterizzato da buone uscite, in alcuni casi decisamente ottime uscite.

Questi che seguono sono, tra quelli che ho ascoltato, i miei preferiti.

l'ordine come sempre è casuale e non è un ordine qualitativo.


MARCUS KING- El Dorado

SWAMP DOGG- Sorry You Could't Make It

BOB DYLAN- Rough And Rowdy Ways

ALLMAN BETTS BAND- Bless Your Heart

BRUCE SPRINGSTEEN- Letter To You

COLTER WALL- Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs

CHRIS STAPLETON- Starting Over

ALBERT CUMMINGS- Believe

THE OUTLAWS- Dixie Highway

VARIOUS ARTISTS- Buscadero Americana

ALLMAN BROTHERS BAND- Warner Theatre, Erie, PA 7-19-05 (Live)

LOUDON WAINWRIGHT III- I'd Rather Lead a Band

TENNESSEE JET- The Country

JOHN ANDERSON- Years

FANTASTIC NEGRITO- Have You Lost Your Mind Yet?

NICK BECATTINI- Life Time Blues

DAVID BROMBERG- Big Road

LUCINDA WILLIAMS- Good Souls Better Angels

JASON ISBELL AND THE 400 UNITY- Reunions

THE PRETENDERS- Hate For Sale

MARGO PRICE- That's How Rumors Get Started

SUPERDOWNHOME- Blues Case Scenario

SHAMEKIA COPELAND- Uncivil War 

RAY LAMONTAGNE- Monovision

DAN PENN- Living On Mercy

TESKEY BROTHERS- Live At The Forum

CHRIS FORSYTH WITH GARCIA PEOPLE- People Motel Band

DON BRYANT- You Make Me Feel

KEVIN BURT- Stone Crazy

PAUL WELLER- On Sunset