venerdì 14 agosto 2015

ROXY MUSIC Live in Modena at "Bob Club 2000", April 24, 1973

Era il 24 aprile del 1973, avevo 17 anni e, badate bene, i 17 anni del 1973 non erano assolutamente paragonabili ai 17 anni di un ragazzo di oggi; i tempi erano diversi e le abitudini dei genitori anche.
La mia vera fortuna infatti è stata quella di avere due genitori fantastici, in più amanti della musica, soprattutto mia Mamma, per cui potevo avere liberamente il permesso di andare a vedermi i concerti dei miei artisti preferiti, anche se questi si tenevano il località non proprio vicinissime a casa; eh si, perché anche le distanze all'epoca erano diverse e Modena, ad esempio, appariva molto più lontana da Firenze allora che non al giorno d'oggi.

I Roxy Music erano, in quel momento, la novità più sconvolgente ed allo stesso modo eccitante del panorama musicale mondiale; qualcosa che ci appariva veramente nuovo, sia dal punto di vista musicale che da quello puramente estetico.
L'anno precedente era uscito quel disco meraviglioso che era il loro primo album,assieme a “Virginia Plain”, singolo che veniva passato anche nei locali dove, prima dei concerti, si ballava, cosa abbastanza consueta all'epoca.
Il concerto si teneva appunto a Modena, in un locale come quello che ho appena descritto, una discoteca, che si chiamava “Bob Club 2000”.
Era il loro primo tour nel nostro paese a non potevo certo perdermeli.

Assieme a Sandro, una altro di quegli appassionati fiorentini che non si perdevano mai un concerto, prendemmo il treno alla stazione di Firenze e ci recammo a Modena.
Il “Bob Club 2000” era un locale abbastanza moderno, una discoteca all'avanguardia per i dettami dell'epoca e per entrare bisognava salire una lunga scala esterna alla struttura.
Entrammo e ci sistemammo a sedere a terra, visto che non esisteva un vero e proprio palco e la strumentazione della band era sistemata praticamente sul pavimento del locale, solo un gradino la poneva pochi centimetri più in alto di noi.
Ricordo che, come sempre facevo, mi misi ad osservare la fauna locale, il pubblico, cosa che mi faceva sentire parte di una vera e propria tribù. E' difficile far capire ad un giovane di oggi quanto fosse forte il senso di appartenenza, a quella specie di tribù appunto, che eravamo noi che ascoltavamo la musica rock a quei tempi. Il rock era ribellione, ribellione vera e questo ci faceva sentire diversi dai benpensanti che all'epoca erano la maggioranza nel nostro paese che in quegli anni, è bene ricordarlo, era piuttosto arretrato rispetto a quelli che erano i paesi guida di questo tipo di musica.

Dopo un'attesa di un'oretta partì una musica ipnotica (si trattava di “The Pride And The Pain”, retro del singolo “Pyjamarama” uscito appena un mese prima) che ebbe la funzione di introduzione all'ingresso dei musicisti sulla scena.
Eccoli! L'impatto visivo fu incredibile, erano vestiti esattamente come all'interno della copertina del loro primo album; ricordo che non avevo mai visto niente di simile prima di allora.
Brian Ferry, con il suo ciuffo impomatato mi apparve come un Elvis Presley del 1973 e le sue movenze imitavano appunto “The King”. Brian Eno, che si sistemò dietro alle sue tastiere ed ai suoi mille aggeggi, era una presenza quasi di un altro mondo, truccatissimo e con i lunghi capelli che gli partivano praticamente da metà cranio, una presenza androgina, carismatica, ipnotica.
Paul Thompson, il batterista, in canottiera dietro ai suoi tamburi era un picchiatore infaticabile.
Andy McKay, anche lui con un ciuffo incredibile si piazzò a gambe larghe, imbracciando il suo sax, proprio davanti a me.
Avevano delle scarpe con tacchi e zeppe altissime e coloratissime, come i dettami della moda glam insegnavano, però loro avevano un qualcosa in più degli altri gruppi glam, erano delle creature del passato proiettate nello spazio, proiettate in un party che aveva tra gli invitati anche Alex DeLarge e i suoi Drughi, Amanda Lear, all'epoca modella di Salvador Dalì e tutti i personaggi più all'avanguardia del momento.

Non lasciarono nemmeno sfumare quella fantastica, ipnotica introduzione e fu subito “Do The Strand”, dal loro secondo album “For Your Pleasure”, uscito appena due mesi prima, che vedeva sulla propria copertina proprio quell'Amanda Lear con una pantera al guinzaglio.
Seguirono “Grey Lagoons”, “Beauty Queen” e la martellante “The Bogus Man”, tutte suonate in maniera piuttosto fedele agli originali sui dischi ma con un volume impressionante.
Per ascoltare qualcosa dal primo disco dovemmo aspettare il quinto brano ma la sequenza tratti da quel disco fu impressionante: “Ladytron”, con una coda in cui improvvisarono un finale pazzesco, con Eno che fece quasi scoppiare i suoi synth; “In Every Dream Home a Hearache”, brano quasi commovente ed a seguire “If There Is Something”.
Questo fu il momento in cui Brian Ferry pronunciò le prime parole tra un brano e l'altro, fino a quel momento avevano sparato i brani l'uno dietro l'altro ed annunciò un brano dal loro nuovo album; fu la volta infatti di una ”Edition Of You” tiratissima con Eno e McKay scatenati. Poi eseguirono il brano che più amavo di loro in quel periodo, annunciato da un “are you ready for rock'n roll?” ecco “Re-Make/ Re-Model” che era il travolgente inizio del loro primo album e che loro, in quell'occasione, riproposero in maniera trascinante e con il prolungamento dei famosi stacchi strumentali al termine dalla canzone.
Il bis fu ovviamente il loro hit più grande, vale a dire il singolo “Virginia Plain”.

Tornammo a casa e, come accadeva sempre quando vedevo un concerto che in qualche modo mi segnava, mettevo sul piatto a ripetizione i due albums e i due singoli della band appena vista ed andavo a rileggermi gli articoli di “Ciao 2001”, l'unica vera Bibbia per noi appassionati dell'epoca, che parlavano di loro, mangiandomi con gli occhi le loro foto, visto che altri sistemi per vederli, oltre ad andare al concerto, in quei tempi non ce n'erano.

Ovviamente mi registrai tutto il concerto su una cassetta C-90, cassetta che ho ancora oggi e che mi ha aiutato nei ricordi e nel racconto di quella lontana serata.



lunedì 10 agosto 2015

USA (California, Arizona, Nevada, Utah) 2014, una meravigliosa vacanza on the road.

Mi decido soltanto adesso, a circa un anno di distanza da quel meraviglioso viaggio, a pubblicare il diario di quei giorni fantastici attraverso quattro stati degli USA, convinto che , magari, potra' servire a chi volesse intraprendere lo stesso viaggio che io e Francesca facemmo e che, ancora adesso ci portiamo nel cuore.
Enjoy!


Quando stamani mattina a Los Angeles ho ritirato la Chevy che abbiamo noleggiato, appena accesa la radio, la prima canzone che abbiamo sentito e' stata "Free Falling" di Tom Petty, quasi un segno del destino.
L.A. È una città che può farti perdere la testa. C'è tutto, ma proprio tutto quello che amiamo, dalla musica al cinema alle spiagge meravigliose.
Nel pomeriggio, mentre percorrevamo le strade della citta' degli angeli, all'improvviso ci siamo ritrovati in Sunset Streep.
Per farvi capire; sulla destra c'e' il Whiskey A Go-Go, dove i Doors hanno iniziato la loro carriera,piu' avanti il Roxy e poco prima, sulla sinistra, c'e' il Viper, dove stasera andremo a vederci Marc Ford in concerto per soli 10 dollari...c'e' del Rock in citta'!

Il "Viper Room", locale che, fino al 2004 vedeva tra i suoi proprietari Johnny Depp e che vide, putroppo, la morte per overdose di River Phoenix nel 1993, proprio al suo interno, è un piccolo club appunto in Sunset Streep.
Si entra da una piccola porticina laterale e si sale una stretta scala buia sulla destra.

L'interno del locale è molto oscuro, con un piccolo palco sulla destra.
Marc Ford ed Elijah Ford, suo figlio, ci offrono un buon set ed il pubblico presente, invero non numeroso, gradisce molto.
Francesca purtroppo accusa il fuso orario e si vedrà il concerto praticamente sonnecchiando in piedi.

Lasciata la fantastica Los Angeles, con la sua Sunset Strip, dove in 500 metri c'e' praticamente una bella fetta di storia del rock, Venice Beach, con i suoi personaggi incredibili, i suoi negozi che mischiano culturismo e cultura hippy, la palestra sulla spiaggia e musica e musica e musica; Melrose Avenue con i suoi mille negozi di abbigliamento vintage, dove Francesca mi ha fatto ampiamente ripagare le mie tre ore passate a frugare tra i tesori in vinile e cd di Amoeba Music dove, incredibile, la gente va a fare la spesa di vinili e cd con il paniere, proprio come al supermercato, cosa questa che ovviamente ho voluto provare anch'io.

 Le fantastiche spiagge di Malibu, dove al secondo giorno abbiamo incontrato Mark Boone jr., ossia il Bobby “Elvis” Munson della nostra serie televisiva preferita, vale a dire “Sons Of Anarchy”; Santa Monica, Long Beach e Laguna Beach; la imperdibile Hollywood, meta di chiunque ami il cinema, le mille e piu' cose che abbiamo visto e vissuto e quelle che inevitabilmente ci siamo persi...ed oggi partiamo alla scoperta di San Diego.

San Diego, posto delizioso, completamente diverso da LA.
Dove un clima perfetto per ogni gusto, direi simile ad una nostra primavera inoltrata di un tempo, dico così perchè da noi non esiste praticamente più quel fantastico periodo che precedeva il grande caldo ma che ti permetteva di viaggiare in camicia o maglietta a maniche corte, ti permette di vivere serenamente sia le bellissime spiagge che ci sono, sia la deliziosa città.
Abbiamo qui avuto occasione di incontrare due persone stupende che qui vivono e che, per quanto riguarda lui, non vedevo dai tempi in cui suonava nel Banco Del Mutuo Soccorso, dove ne era il chitarrista: Marcello Todaro e la sua dolcissima signira Monica, con cui abbiamo trascorso due serate indimenticabili. Non fatico davvero a capire la loro scelta di trasferirsi in questo piccolo Paradiso e di cui sento gia' una forte nostalgia.
Oggi tutto il giorno on the road attraverso un territorio che ti mozza davvero il fiato; ore ed ore nel nulla, in compagnia dei caratteristici trucks.
Abbiamo visitato Calico, una "ghost town", pensate che è diventata disabitata nel 2001, quando ad abitare questa piccola citta' dove si estraeva dalle miniere l'argento, erano rimaste soltanto otto persone!
Siamo riusciti a fare pure un bel tratto sulla mitica Route 66.

Purtroppo e' chiusa per molte miglia, visto che, almeno nel tratto californiano, e' quasi in stato di totale abbandono, i motels e le gas stations abbandonati pero' hanno il potere di lasciarti a bocca aperta! Sembra davvero di essere sul set di uno di quei films di frontiera che tanto amo.
Percorrerla poi, come abbiamo fatto noi, con la compagnia del doppio cd “Music By Ry Cooder” da a questi panorami un sapore ed un gusto ancora più leggendario.
Adesso siamo in un motel a Needles, piccola cittadina proprio su un tratto della Route 66.
La cittadina al nostro arrivo (sera inoltrata) appare quasi spettrale, piccola, con pochi locali aperti, abbiamo mangiato infatti, in una specie di pizzeria dove parevano conoscersi tutti tra loro e dove si sono sbalorditi ad una mia richiesta di un po' di pane da mangiare con l'insalata ordinata; pane che mi hanno poi portato riscaldato e cosparso di abbondante burro!
Anche il motel dove dormiremo non pare molto rassicurante, gestito da una coppia di messicani di cui lui, il marito, pare uscito da un film di Quentin Tarantino, ruolo ovviamente di cattivo, coperto com'è da tatuaggi che paiono essere stati fatti in un carcere e di grosse cicatrici, persino sul volto, segni che sono sicuramente stati lasciati da una vita un po'...oltre i limiti della legalità; speriamo bene, qui dovrò dormire con un occhio aperto e l'altro chiuso mi sa!

Eccomi qua, col racconto di una giornata devastante dal punto di vista della fatica ma, allo stesso tempo, uno dei giorni che ricordero' con maggior trasporto di questa vacanza e, in seguito, vi spieghero' il perche'.
Dunque, usciti vivi dal quel motel tarantiniano che vi abbiamo descritto ieri, dopo una nottata caldissima, asfissiante e lasciato Needles alle nostre spalle, ci siamo avviati di buon mattino verso la prima tappa della giornata, percorrendo ancora un lungo tratto delle Route 66.
Eccoci all'improvviso, dopo una curva, a Oatman, una citta', come dicono loro, che si rifiuta di diventare fantasma.

Tipica cittadina western, praticamente tutta lungo una via principale, dove abbiamo avuto modo persino di vedere una buffissima dimostrazione di una tipica scenetta tra cowboys.
Questa cittadina ha una buffa particolarita': ci sono muli (burro) a giro per la strada principale, che vagano liberi da ogni parte, non disdegnando le carezze dei visitatori.
Indubbiamente un luogo capace di catturarti e da cui non ti staccheresti molto volentieri, che ovviamente consiglio a tutti di visitare se vi trovate a passare da queste parti; pero' le cose da vedere ed i chilometri da fare sono molti, per cui...
Abbiamo poi percorso un' altra cinquantina di chilometri sulla Route 66, in mezzo ad un panorama che ti lascia a bocca aperta nel vero senso della parola, fino a Kingsman e di li.....l'attimo di pazzia che ti sconvolge la giornata rendendotela indubbiamente migliore.
Dovevamo andare direttamente a Flagstaff che distava circa un paio d'ore da dove ci trovavamo, quando ci siamo guardati e Francesca ha immediatamente capito: decisione presa!
Dovete sapere ( e chi mi conosce lo sa bene) che io, da amante del cinema e da inguaribile romantico, amo alla follia un film, che non fatico a definire il mio film preferito, vale a dire "L'Ultimo Buscadero" (Junior Bonner) di Sam Peckinpah, con Steve McQueen; bene, le riprese di questo film del 1972 furono fatte a Prescott, Arizona, che pero' era distante oltre cento chilometri ma...dalla parte opposta!

Partiti e, con una grande emozione, abbiamo mangiato nello stesso Saloon dove vennero girate alcune scene importanti del film (The Palace) e dove troneggia, al suo interno, un gigantesco murales del film stesso e molte altre foto autografate dallo stesso McQueen e degli altri interpreti.
Abbiamo visitato la stazione ferroviaria della cittadina, stazione che adesso non esiste piu', sostituita da una strada che attraversa il centro della citta, ma dove pero' e' stata mantenuta proprio la pensilina dove McQueen/Junior Bonner e Robert Preston/Ace Bonner, suo padre nel film, si sedettero per dar vita ad un toccante dialogo, luogo questo dove, non lo nascondo, mi sono quesi commosso.
Siamo poi persino riusciti a trovare una casetta all'interno della quale sono state girate altre scene.
Ho davvero toccato il cielo con un dito, felice come un ragazzino, anche e soprattutto per il fatto di avere accanto a me una ragazza che capisce e condivide con me certe sensazioni.
Adesso siamo a Flagstaff che dicono essere meravigliosa e che domani visiteremo.

Lasciata Flagstaff (deliziosa) ci siamo imbarcati in quella che definisco la "parte turistica" del viaggio.
Non amo moltissimo fare il turista, chi mi conosce lo sa bene, essendo io un amante dell'avventura e dell'imprevisto, non per nulla sono da sempre un motociclista, pero' quando si viaggia in compagnia di qualcuno (ed anche parecchio importante), e' bene accontentare anche l'altro.
I luoghi visitati valevano pero' la pena di essere visti, sto parlando infatti del Grand Canyon e della Monument Valley.
Per quanto riguarda il Grand Canyon, ho pure cercato di renderlo un po'piu' piccante scendendo, da solo e senza assolutamente un abbigliamento adatto, giù nel canyon.

Purtroppo Francesca, di cui sentivo la vocina sempre piu' lontana che mi chiamava, non aveva assolutamente l'abbigliamento, le scarpe soprattutto, adatto, per cui a malincuore sono dovuto risalire.
C'è da dire pero' che l'azione del Colorado River e la natura in circa due miliardi di anni, sono un qualcosa di strabiliante e difficilmente spiegabile se non si vede con i propri occhi.
La sfacchinata in macchina fino a Kayenta, circa due ore e mezza di macchina nelle lingue d'asfalto completamente al buio e con i rigorosissimi limiti di velocita', sono pero' state ampiamente ripagate dallo spettacolo, assolutamente unico, della Monument Valley.
Una cosa pero' aldilá della bellezza dei luoghi e della magia che li circonda, mi rimasta dentro e mi ha colpito in maniera fortissima; l'assoluta DIGNITA' delle popolazioni indiane ( nello specifico Indiani Navajo). La percepisci ogni volta che ti approcci a loro, o anche solamente li guardi. Ce l'hanno impressa sui loro volti impassibili, nei loro occhi e nei loro sguardi.

Adesso siamo a Page, tornati in Arizona dallo Utah, dove abbiamo beccato il primo temporale della stagione.
Arrivati a Kanab, incantevole paesino dello Utah, dalle immagini tipicamente western, vi è infatti una specie di piccolo museo, chiamato Little Hollywood, che si può visitare gratuitamente, all'interno del quale sono situati alcuni sets cinematografici usati per molti celebri films.
Resteremo affascinati anche da questo piccolo paese, dove la gente si saluta per strada proprio come se tutti si conoscessero.
La sensazione, ogni qual volta lasciamo un paese per risalire in auto verso nuove affascinanti località, sarà sempre quella di lasciare nel paese appena visitato una piccola parte del nostro cuore, questa sarà quasi una costante di questa nostra avventura.

La tappa successiva di questo nostro affascinante viaggio on the roada è la tappa più scintillante in assoluto che si possa programmare: Las Vegas.
Alloggiamo in uno dei più famosi e antichi alberghi della città del gioco, il mitico e storico Flamingo, nome che viene dai fenicotteri, la cui immagine ed i cui colori (rosa) sono in ognidove.

Qui tutto è eccessivo, dalla gente che incontri, alle insegne, alla musica,alle macchine, al traffico; una sbornia colossale di colori e luci che, al momento che arrivi, vorresti catturare in ogni sua parte, con foto, video, eccetera...ma dopo un'oretta ti ha già stancato e rimpiangi la Route 66 e le lingue di asfalto infinite o le rocce rosse della Monument Valley.
Il secondo giorno lo passiamo tranquillamente nella piscina dell'Hotel, eccessiva anch'essa, enorme e con un triliardo di persone che bevono birra e cocktails vari già dalle prime ore del mattino.



Sono le 22,30, ora italiana, 10,30 PM qui in USA. Siamo appena entrati in una camera di un bel Motel a Ridgecrest, California, dopo che stamattina alle 10, 30 circa abbiamo lasciato la sbrilluccicante e controversissima Las Vegas.
Su Las Vegas posso solo dire che vale la pena di una visita, ma di una visita di un giorno, massimo due, parere ovviamente personalissimo, perche' come ho gia' detto in precedenza, il suo essere cosi' eccessiva puo' davvero stancarti, a meno che tu non sia un giocatore d'azzardo incallito, allora troveresti davvero di che divertirti ma non è questo ovviamnte il nostro caso.
Imboccata la Highway in direzione Nord Ovest,verso quello che si annunciava, giá dalla partenza del nostro viaggio, come un appuntamento imprescindibile, vale a dire la Death Valley.
Il primo paesino che ha visto la nostra prima sosta è stato Beatty, ultimo avamposto prima di entrare nella Valle Della Morte.
Beatty è stata una vera e propria rivelazione per me.
Mi sono scoperto amante, in maniera quasi sconvolgente, delle piccolissime realta' della provincia americana; così lontane dal caos del tutto-finto di posti come la Las Vegas che ci eravamo lasciati alle spalle.
Paesini rurali, abitati da gente intagliata nel legno, all'apparenza dura ma, dopo le prime parole, desiderosa di fare conoscenza con un mondo totalmente lontano dal loro.

Amo questi posti, li amo molto di piu' di tante altre cose viste quaggiù. Amo questa gente che sicuramente non ha la follia di molti abitanti delle varie metropoli e che con tutta probabilita' se ne va a letto alle nove di sera ma che pero' conserva un' idea degli Stati Uniti molto diversa da quella che nell'immaginario collettivo è l'America, intesa come il Paese del potere.
Lasciata Beatty, abbiamo visitato l'ennesima ghost town, Rhyolite.
Una citta' degli inizi del 900 destinata all'epoca, il periodo della caccia all'oro, a diventare la Chicago del West . Le prospettive di espansione restarono pero' deluse e morirono sul nascere dopo il fallimento della prima miniera e gli abitanti del posto, all'epoca circa ottomila persone, abbandonarono la citta' al suo destino, che in breve tempo la relego' a monumento destinato ai visitatori come noi che trovano soltanto cio' che resta di quella citta', come una scuola diroccata, una specie di emporio ed alcune abitazioni oramai fantasmi di se stessi.
Arriviamo alla Death Valley che e' gia' giorno fatto e lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi è addirittura commovente (giuro!). Si ha come la sensazione di entrare in punta di piedi in quel Paradiso meraviglioso, quasi a non voler disturbare la bellezza disarmante di questi luoghi.
Credo che il provare, anche solo minimamente, a descriverlo, tolga qualcosa alla bellezza ed alla sacralita' di questi paesaggi.

Purtroppo il fermarsi, scendere, fare foto, video, commentare e quant'altro, fa si che accada quello che non avrei voluto che accadesse: si fa buio...ed abbiamo da percorrere circa 70 miglia nell'assoluto deserto californiano!
Ci siamo avviati in solitaria nel buio totale, senza che per miglia e miglia apparisse solo un cenno di vita, che non fosse un qualche animaletto che si affacciava tra le sterpaglie ai lati della strada.
Immaginate soltanto una semplice foratura, cosa avrebbe significato, in un posto dove nemmeno il cellulare prendeva!
Bene, dopo un paio d'ore di viaggio, siamo riusciti ad arrivare a Ridgecrest e ci siamo fiondati nel primo Motel che abbiamo trovato, fortunatamente bello e, dopo una buona cena misto american-mexican ed una rigenerante doccia, ci apprestiamo ad andare a letto per un meritato riposo.
Domani ci attende ancora un bel viaggetto on the road in direzione Santa Barbara.

Dopo una ennesima sfacchina di circa tre ore di macchina, che da Ridgecrest ci ha portati a Santa Barbara, ci siamo rigenerati con un pomeriggio di mare ( mi sono persino addormentato sulla spiaggia dalla stanchezza).
Abbiamo poi deciso di fare tappa a San Louis Obispo.
Abbiamo avuto fortuna perche' siamo incappati proprio nella serata in cui si celebrava una festa di paese e, grazie ad un autista di pullman gentilissimo( ed innamorato del nostro Paese, come del resto lo sono tutti qui negli States, quel suo “Welcome in America!” quando ci ha salutati mi ha quasi commosso, pensando alla gentilezza abituale degli autisti delle nostre parti...), ci siamo diretti verso il centro della citta'.
La festa si chiamava "Food in the streets" ed appena arrivati abbiamo subito capito che non sarebbe importato cercarsi un ristorante per quella serata.
Tutta la strada centrale del paese era piena, a destra ed a sinistra, di banchi con le specialita' di ogni parte del mondo e noi abbiamo mangiato un po' di tutto, dal coreano al cinese, al messicano; con la modica cifra di 18 dollari!
Al mattino successivo, dovevamo partire per farci la costa in tutta tranquillita', ma un campanellino ha suonato nella mia testa ed ho chiesto a Francesca di controllare il cartellone dell'Hardly Strictly Bluegrass Festival di San Francisco, per vedere quando avrebbe suonato Lucinda Williams....fortuna che l'ho fatto; Lucinda si sarebbe esibita il pomeriggio stesso!
Cambio improvviso di programma e via di corsa verso San Francisco, direzione Golden Gate Park!

Arriviamo a San Francisco appena in tempo per gustarci il set di Jonathan Wilson su uno dei sei (!) palchi di questo stupendo festival gratuito che si svolge al golden gate Park, in un'atmosfera fantastica, tipica di quella zona della California dove, non a caso, nacque il movimento del Flower Power, dove si svolse la famosa Summer of Love e che fu la culla di moltissimi poeti della Beat Generation.
Dico solo che in due giorni ci siamo visti: Jonathan Wilson, Phil and Dave Alvin, Lucinda Williams (fenomenale), Ryan Adams, St.Paul And The Broken Bones (spettacolari, cosa aspettiamo a portarli da noi???), Tony Joe White con una formazione a due, voce/chitarra e batteria e Mavis Staples!!!
Tutto completamente gratuito, in un'atmosfera totalmente easy e, colmo dei colmi, organizzato COMPLETAMENTE da un privato!!!
Davvero un altro mondo.
Il tempo di gustarci la prima delle tre giornate del festival, ci ritorneremo il giorno successivo, che finalmente è giunto il momento di recarci a Oakland dove, dopo circa vent'anni, rivedrò uno dei miei amici più cari, una amico che agli inizi degli anni '80 è stato svariate volte ospite a casa mia ed io nel 1982 fui suo ospite per una meravigliosa, lunga ed indimenticabile vacanza nella Bay area.
David e Suzanne, sua moglie, ci hanno accolti nella loro casa ed abbiamo trascorso assieme due giorni meravigliosi, rivivendo assieme i numerosi aneddoti che la nostra amicizia ci ha regalato negli anni.
E' stata una grande, grandissima emozione rivederlo dopo una ventina di anni, cosi' come rivedere suo padre Eugene ed il mio amico Kim.
Stasera, cosi' tanto per gradire, visto che qui qualcosina da fare la si trova sempre, ce ne andremo a San Jose a vederci Tom Petty & The Heartbreakers con Steve Winwood; biglietti gia' in tasca.


Dopo lo stratosferico concerto di Tom Petty con i suoi micidiali Heartbreakers (dal vivo assolutamente una delle Band migliori in circolazione, non temo smentita) e l'altrettanto degna apertura, ad opera di uno Stevie Winwood che non delude mai, ieri ci siamo visti San Francisco.
Siamo arrivati in citta' direttamente con il ferryboat, lasciando la macchina al di qua della baia.
Abbiamo camminato per ore ed ore, dal downtown a Chesnutt Street dove Steve McQueen nel 1968 iniziava, al volante della celeberrima Mustang, uno degli inseguimenti piu' spettacolari della storia del cinema, quello di "Bullitt".
La fantastica Chinatown, l'Italia da cartolina di Little Italy, abbiamo mangiato la famosa cioccolata di Ghirardelli, di fronte alla famosa Ghirardelli Square; siamo andati al Fisherman Warf, dove abbiamo cenato con uno stratosferico Brad Bowl (che serebbe un panino gigantesco, svuotato della mollica e riempito di zuppa di granchio, delizioso!) e ci siamo visti i leoni marini al Pier 39.
Oggi invece, abbiamo fatto un giro turistico che ci interessa in maniera particolare.
Prima tappa High Ashbury, che nel 1967 era praticamente il luogo dove esplodeva la famosa "Summer of Love" californiana.
Negozi e popolazione hippy la fanno ancora da padrone, come se il tempo si fosse fermato a quei giorni ed a quei suoni.

Può accadere, come infatti ci è accaduto, di entrare in un bel negozio di scarpe, sedersi per provarne un paio, voltarsi e vedere seduto accanto a me nientemeno che Jack Kasady, bassista dei Jefferson Airplane/Starship e Hot Tuna, non che bassista di "Electric Ladyland" di Jimi Hendrix, intento anche lui a provarsene un paio, sorridergli e ricordare assieme il giorno in cui, con gli Hot Tuna, suonò al Pistoia Blues di alcuni anni fa, quando trascorremmo assieme qualche minuto a parlare.
Cose che accadono nella meravigliosa San Francisco!

Tappa d'obbligo la famosa abitazione che i Grateful Dead misero a disposizione di tutta la comunita' musicale dell'epoca e dove si suonava (ed altro) in un'atmosfera difficile da comprendere ai giorni nostri.
Abbiamo visto cio' che rimane del mitico Fillmore West, dove Bill Graham sul finire degli anni 60, inizio 70, organizzava i piu' grandi happening musicali immaginabili e dove sono stati registrati una quantita' di dischi dal vivo che solo a leggerne la lista c'e' da svenire!
Le fantastiche "Painted Ladies", che sarebbero delle meravigliose casette resistite al grande terremoto che devasto' la citta' agli inizi del '900.
Al ritorno a casa una sorpresa che ci ha commosso.

Dovete sapere che abbiamo affittato un piccolo appartamento a Berkeley, i cui proprietari abbiamo saputo essere una coppia di anziani Musicisti Bluegrass.
Ieri sera, mentre facevo una doccia, si e' rotta pericolosamente una mattonella del piccolo soppalco ospitante la doccia stessa.
I proprietari al mattino erano dispiaciutissimi dell'accaduto.
Dovete anche sapere che la Signora in questione, proprio stamani ha vinto una lunga battaglia contro una malattia.
Bene, stasera, al nostro ritorno, abbiamo trovato in camera, una cesta con: una bottiglia di champagne californiano, un cd registrato alcuni anni fa da loro stessi, una compilation di due cd "The Story Of Chris Strachwitz And Arhoolie Records" dedicata alla Musica Cajun, Blues, Zydeco, Tex Mex, Bluegrass e Country e...un fiocchettino con dentro 100 dollari di rimborso, che ovviamente gli abbiamo restituito, dicendogli di non preoccuparsi assolutamente, visto che avremmo accettato di buon grado tutto il resto che eravamo felicissimi di trascorrere i nostri giorni di vacanza a San Francisco nella loro deliziosa abitazione e vicini a due persone cosi' meravigliose.
Adesso, prima di andare a nanna, ci sbronziamo con una bella bottiglia di champagne e..... !


Come ogni cosa bella, anche la nostra vacanza sta, piano piano, volgendo al termine.
Gli ultimi due giorni li abbiamo passati dietro alla storia del rock.
Siamo passati dal glorioso Golden Gate, simbolo universale della citta', fino a tornare nella zona di High Ashbury, per visitare le abitazioni di Jimi Hendrix e di Janis Joplin.
Tra l'altro, nel corso di questi giorni, sono diventato un po' un'attrazione per gli americani, per via del mio modo di parcheggiare la macchina.
Sono infatti sempre stato piuttosto bravino nel farlo, concedetemi un attimo di immodestia, e qui ho davvero dato il meglio di me, infilando la nostra Chevrolet in posti precisi al millimetro ed in una sola manovra, dove un attimo prima un americano, dopo tre-quattro tentativi, aveva rinunciato; e questo in piu' di un'occasione!
Ieri addirittura una coppia di americani ha voluto fotografare il mio parcheggio, con Francesca che li fotografava, mentre loro fotografavano me; non sanno a quale tipo di giungla siamo abituati noi italiani!
Oggi siamo stati a Monterey ed e' stata una emozione fortissima, per noi, salire sullo stesso palco, che e' rimasto esattamente lo stesso, dove, nel lontano 1967, il Mito per eccellenza brucio' la sua chitarra, al termine di una esibizione che restera' nella storia.

Sono salito sul palco e pensate che le assi dello stesso sono ancora le medesime di allora, con i segni di quella esibizione.
Sono persino riuscito a riconoscere il backstage dove venne scattata la celebre foto che ritrae Hendrix assieme a Brian Jones (tutti avrete visto quella foto scattata appunto al Monterey Pop Festival del 1967), che presento' appunto Jimi Hendrix.
Adesso siamo a Morro Bay, dopo un viaggio strepitoso sulla Highway One attraverso il Big Sur, per la nostra ultima notte in USA di questo meraviglioso viaggio.
Domani mattina ci metteremo in viaggio verso casa.
Ricordo che nel 1982, al termine di una mia lunghissima permanenza in California, non vedevo l'ora di tornare nella mia amata Italia...questa volta, purtroppo, non provo la sensazione di allora.
A presto amici miei.

Londra, aereoporto di Heathrow, in attesa del volo che ci riportera' a Pisa.
Dai vetri delle finestre preme una nebbiolina fitta di umido.
Mi morde allo stomaco una subitanea nostalgia del sole della California e di tutte le persone stupende incontrate durante il nostro viaggio on the road.

Per chiunque abbia avuto la pazienza di leggere questo mio diario attraverso le strade assolate dell'America che più amo, consiglio di ascoltare la compilation che ho fatto su Spotify delle songs che ci siamo ascoltati durante questo nostro viaggio e, se vi va, provate a rileggervi il tutto ascoltando queste canzoni; vi assicuro che vi sembrerà di essere li con noi,  a respirare gli odori e la polvere, incontrare le persone, macinare miglia, a mangiare mexican food ed a stupirvi ad ogni miglio...proprio come abbiamo fatto noi!

venerdì 31 luglio 2015

LENNY KRAVITZ e GARY CLARK Jr., Lucca Summer Festival, 26 Luglio 2015

La giornata si preannunciava davvero elettrizzante, in quanto avevo visto Lenny Kravitz in azione al Pistoia Blues del 2008 ed era stata una serata incredibile, dove l'artista aveva superato tutte le mia aspettative, era però una serata in cui dovevo coordinare il servizio di sicurezza come al solito, per cui mi ero riproposto assolutamente di tornare a vederlo non appena fosse venuto nuovamente a tiro.
Per quanto riguarda Gary Clark jr. avevo già consumato il suo "Black And Blu" ed il recente "Live" e, visto che mi era sfuggito lo scorso settembre a San Diego, California, per pochi giorni, non vedevo l'ora.
Dopo esserci sistemati, io e la mia ragazza, sulla comoda tribunetta laterale in Piazza Napoleone a Lucca e dopo aver salutato i molti aficionados del rock toscano presenti, abbiamo atteso l'inizio dei sets.

Aprono le danze  alle 20:00 in punto i London Souls, duo (chitarra e batteria) che ci propone un set niente male, con echi zeppeliniani, anche se il cantante ha la voce che ricorda piuttosto da vicino quella di Kravitz, cosa questa piuttosto strana, visto che l'eventuale paragone con "l'originale" penalizza non poco Neal Tash, questo il nome del chitarrista/cantante.
Non male assolutamente il loro show.
Dopo un veloce cambio palco, arriva il momento da me molto atteso.
Gary Clark jr. è una presenza molto carismatica, altissimo e con uno sguardo che rasenta il minaccioso, inizia, con al collo una Gibson "diavoletto" , con uno dei suoi brani che amo di più, vale a dire "Bright Lights" e subito mi fa capire che ci avevo visto giusto.
Un chitarrismo molto grezzo ed incisivo, condito da una voce, a tratti, soprattutto sul falsetto, molto ma molto soul.
"Ain't Messin' Around","Hold On", "Our Love", "Where My Train Pulls In" si susseguono, il pubblico sembra gradire davvero e noi pure.
Credo, come più volte ho detto, che il nuovo modo di fare blues passi assolutamente da queste vie e Gary ne sarà sicuramente un alfiere.
Piazza Napoleone nel frattempo si è completamente riempita e noi ringraziamo il Signore di esserci sistemati nella tribunetta laterale ad una distanza più che accettabile dal palco, senza dover stare quindi pigiati sotto, come da qui vediamo esserlo i più.
Cambio palco; stranamente non vedo pianoforte e batteria in plexiglass trasparente, come era accaduto per l'ultima volta che avevo avuto occasione di vederlo dal vivo, appunto al Pistoia Blues 2008 dove, a dispetto delle critiche da parte dei puristi più intransigenti, precedenti alla sua esibizione, Lenny e la sua band mi avevano entusiasmato.
Una semplice batteria, delle tastiere e svariati microfoni sul palco, microfoni che sarebbero serviti per le tre coriste e per la robusta e indispensabile sezione fiati.
Eccoli finalmente sul palco, Lenny e la sua band di dieci elementi ed inizio fulmineo con un brano dal suo ultimo lavoro “Strut”, come del resto si chiama anche questo tour; il brano è “Frankenstein” e, l'impressione che mi da, così d'istinto, è quella che Lenny questa sera abbia un pochino ecceduto con qualcosa (buon vino toscano?) prima del concerto.
Sensazione che mi viene confermata quando, all'attacco del secondo brano, “American Woman”, Lenny si ferma; c'è qualcosa che non va alla chitarra, la cambia, batte il tempo alla batterista Cindy Blackman (colei al quale Carlos Santana chiese di sposarlo direttamente sul palco, durante un concerto) e riparte con il brano...non ci siamo, si ferma di nuovo, si toglie la chitarra da tracolla e la da ad un tecnico che sparisce dietro le quinte.
Lenny caracolla sul palco tra lo sbigottimento generale, si inginocchia sul bordo del palco appoggiato ad un amplificatore, scherza col pubblico delle prime file; eccoci, penso, è andato...stasera sarà un concerto un po' così...niente di più errato di questo mio pensiero, infatti il vino toscano, se di vino trattasi, ha fatto benissimo a Lenny che riattacca il brano per la terza volta e da qui in poi questo diventerà un concerto letteralmente memorabile!
Pensate che alla fine della giostra il concerto, durato circa un'ora e quarantacinque minuti, conterà solamente undici brani, bis compreso.
Brani dilatati all'inverosimile, nella più pura tradizione anni '70, addirittura una “Always On The Run” fatta durare una ventina di minuti, con assoli, fughe jazzistiche, e tanto, tanto ma tanto Soul e Funky.
Lenny è un perfetto Master Of Ceremony, guida la sua truppa di belve come un Santone posseduto dal demonio; in lui trovi la furia iconoclasta di James Brown, spesso infatti cade a terra come se fosse sfinito e poi si rialza in preda ad un raptus Funky più nero della pece; trovi il sacro fuoco del chitarrismo psichedelico di Jimi Hendrix, grazie anche al suo fido chitarrista Craig Ross, rivedi gli happenings di Sly Stone e della sua gang di soldati psycho-funk che erano i Family Stone; ti ritrovi insomma in un sabba infernale dominato dalla Musica nera che più nera non si può!
La meravigliosa “Sister” inizia come una lieve ballata, con lui alla chitarra acustica, per terminare in un'orgia chitarristica senza fine.
Lenny non ha paura di andare ad insozzarsi in territori dove altri hanno paura di andare ma dove, prima di lui, altri grandi sono andati. Diciamo che questa è una piccola storia della Black music, ci sono quelli belli e puliti, esteticamente pregevoli, come lo è Lenny su disco, ma che però si fermano li.
Poi ci sono quelli a cui, appunto, non fa paura l'insudiciarsi con ritmi più pericolosi, più contaminati, più sporchi, come lo è giustappunto Lenny dal vivo e come lo è anche un altro genio della Black Music, vale a dire Prince. Qui sta la differenza tra il dire ed il fare, tra il vero ed il falso!
Si parla però anche di vera e propria integrazione musicale, come anche nel caso di Prince, integrazione musicale, razziale ed anche sessuale, in quanto i brani pop che fanno parte dei suoi albums, dal vivo vengono letteralmente trasformati, come ai suoi tempi fece il re di questa integrazione, vale a dire Jimi Hendrix.
Hendrix, Sly Stone, James Brown e persino Prince (ottimo chitarrista) sono i nomi che più volte mi sono balzati alla mente assistendo a questo concerto.

Su “Love Let Rule” Lenny scende dal palco e va dal pubblico alle transenne (ricordo bene quando a Pistoia, dove curavo la sicurezza, fece lo stesso, salendo in piedi sulle transenne di fronte al palco e dove io, nel tentativo di sorreggerlo, lasciai una rotula sulle stesse transenne!), si lascia abbracciare, baciare, coccolare dal suo pubblico...mentre lui è letteralmente posseduto e, a questo punto, è riuscito a possedere anche tutti noi.
Dopo una stupenda “Fly Away” il concerto termina ma, ovviamente, il pubblico non ne ha abbastanza e, dopo pochi minuti, eccoli nuovamente sul palco per una incredibile, anche se non inaspettata, “Are You Gonna Go My Way” e dopo è davvero finita.
Una menzione speciale per la stupenda batterista Cindy Blackman, per la bassista, che ricordiamo essere stata alla corte di David Bowie per un lungo periodo, Gail Ann Dorsey, dal suono preciso e puntuale, per il fido Craig Ross alla chitarra, per le tre meravigliose coriste e per l'eccellente sezione fiati, oltre al tastierista che ha punteggiato i brani con il suono datato e fantastico del suo stupendo Fender Rhodes.

Concerto letteralmente incredibile, bellissimo. Al momento sicuramente il mio concerto dell'anno.
Un plauso alla D'Alessandro & Galli che hanno messo su, per il pluridecorato “Summer Festival” una serata di questo tipo, con due artisti eccellenti e con la bella e piacevole aggiunta degli inaspettati London Souls.

Vorrei però fare una piccola riflessione su quanto, dagli anni '70 ad oggi sia cambiato il pubblico che va ai concerti.
Sulla pagina facebook del Festival toscano, ho letto svariati commenti sul concerto di cui vi ho appena parlato; oltre ai molti (giusti) commenti che lodavano la stupenda performance di Kravitz, ho trovato moltissimi commenti di ragazzi/e deluse dal fatto che Lenny ha “allungato” (l'hanno proprio definito così) troppo i brani e che alla fine ne ha fatti pochi, tralasciando a parte l'iniziale “Frankenstein”, l'ultimo album ed i numerosi superhits di cui si può vantare.
Purtroppo anni di “non cultura” musicale ci hanno portato a questo; gente che va al concerto per sentirsi il greatest hits dell'artista in questione e, quando invece trovano uno che tira letteralmente giù i muri, con un concerto di una forza incredibile come quello a cui abbiamo assistito, lasciando spazio totale ai fantastici musicisti che compongono la sua band, di lasciarsi andare a jam strumentali assolutamente improvvisate, come si faceva un tempo...beh, non va bene, restano delusi!
Non ho davvero parole!
Se capita che, girando per il mondo durante queste vacanze, vi imbattete in un concerto di Lenny Kravitz, un consiglio: non perdetevelo; è quanto di meglio c'è al momento sulla piazza.

Questa la set list del concerto di Lenny Kravitz al Lucca Summer festival:

Frankestein
American woman
It ain't over til it's over
Dancin' til dawn
Sister
Believe
Always on the run
I belong to you
Let love rule
Fly away
Encore:
Are you gonna go my way 

domenica 12 luglio 2015

BILLY IDOL- Lucca Summer Festival 2015

Sono sempre stato un ammiratore di Billy Idol, sin dai tempi dei Generation X, band nata in un periodo in cui ben altre band, come Clash, Sex Pistols e Damned, riscuotevano maggiori consensi.
Ricordo però che nelle mie compilations su cassette c-90 dell'epoca la loro "Ready, Steady Go" non mancava mai.
Anche la sua carriera da solista mi ha sempre entusiasmato, certo siamo nei territori di un rock un po' annacquato dal pop, sempre però di gran classe e con una manciata di grandi hits e tante belle canzoni i cui ascolti mi riportano sempre agli anni '80, decennio particolare, pieno di contraddizioni ma anche pieno di buona musica.

La sua sfrontatezza, il suo essere un po' un ribelle quasi cinematografico, il suo ghigno malefico, quel suo essere un sex symbol, hanno suscitato in me una certa simpatia nei suoi confronti.
Ricordo pure che verso la metà degli anni '80, all'indomani dello scioglimento di Clash, anche Paul Simonon, bassista della band, si diresse verso Los Angeles ed assieme a Mickey Rourke ed appunto Billy Idol, passò un periodo dove si rilassò con lunghi rides in Harley Davidson assieme a loro. Ho sempre cercato di immaginare il numero di donne cadute nella morsa del fascino dei tre...dev'essere stato qualcosa di veramente impressionante!

La prima volta che vidi Billy dal vivo fu nel 2005, in occasione della sua partecipazione ad una serata dell'"Heineken Jammin' Festival", che lo vedeva aprire per i Velvet Revolver di Slash e Scott Weiland e degli Oasis.
Confesso che in realtà io andai principalmente per vedere lui, che infatti mi divertì moltissimo.
Era da poco uscito il suo album "Devil's Playground", disco che avevo letteralmente consumato in quella calda estate e lui, in forma smagliante, iniziò addirittura sotto il sole, con una stupenda "Super Overdrive".
Fisico da trentenne, addominali scolpiti, consueto ghigno dipinto sul volto ed un concerto tiratissimo che, a mio avviso, adombrò persino i Velvet che suonarono dopo di lui (per non parlare dei boriosi Oasis che, dopo appena quaranta minuti di musica, per me più che sufficienti, mandarono tutti a casa).

Il mio secondo appuntamento fu nel 2012 a Piazzola sul Brenta (Padova), durante l' "Hydrogen Festival 2012", dove una massa di quasi diecimila persone accorse a tributare il saluto all'ex leader dei Generation X.
Erano passati sette anni dal precedente concerto di Billy a cui avevo assistito, rimasi però sbalordito dal fatto che, a parte qualche evidente ruga in più, il suo stato di forma era assolutamente identico.
Concerto che superò abbondantemente le due ore, con lui che ci sciorinò praticamente tutti i suoi successi, con una grinta ed una carica strepitosa.

Due giorni fa sono tornato a far visita al vecchio Billy, questa volta nella vicina Lucca, durante una data del supercartellone del "Lucca Summer Festival", Festival che, assieme al "Pistoia Blues" fa della Toscana la regione musicalmente più ricca dell'estate italiana.

Circa duemila-duemilacinquecento persone attendono Billy.
Steve Stevens, autentica icona e chitarrista storico della band del Rebel Yell, arriva sul palco accolto da un boato, pochi accordi ed è subito Billy!
L'inizio è con "Postcard From The Past" dal recente "Kings And Queens Of The Underground", però noto qualcosa che non va; Billy pare addirittura un po' stonato ed il suono è piuttosto confuso.
Con "Cradle Of Love" e "Can't Break Me Down" lui si riprende ed il concerto decolla definitivamente con "Dancing With Myself".
Con un repertorio come il suo non è certo difficile tenere in mano una Piazza ed infatti ci riesce benissimo, come riesce benissimo a dissipare i miei dubbi circa quell'inizio un po' balbettante.
Una lunga introduzione, con la chitarra acustica a tracolla e via con una "Sweet Sixteen" bellissima, seguita da una "Eyes Without Face" che, come tutte le volte, ha il potere di rimandarmi alla lontana estate del 1985, quando con altri quattro amici, decidemmo di prendere i nostri sacchi a pelo e, su un vecchio Range Rover, facemmo un giro passando dalla Francia, per arrivare nei Paesi Baschi, fino a Pamplona, dormendo dove capitava (persino in una specie di palude, divorati dalle zanzare).

Non mancano ovviamente le classiche "Flesh For Fantasy", "Rebel Yell", viene persino ripescata "Ready Steady Go" che ci trasporta nella metà dei '70, quando la musica punk viveva i suoi giorni di vera gloria
Tutto bene, concerto molto divertente fino alla seconda canzone del bis.
Ci eravamo allontanati un attimo dalle prime file per andare a berci una birra (la calura di questo incredibile luglio ce lo aveva consigliato); Billy e la sua band avevano attaccato "Mony Mony" e la versione che usciva dalle casse era qualcosa di terrificante,il guppo faticava non poco nel cercare di coprire le sue evidenti defaillance vocali, non ce la faceva davvero più, come le immagini dei megaschermi impietosamente dimostravano;  per poter riprender fiato mentre cantava, respirava a bocca aperta, con il viso devastato dalla stanchezza ed eravamo a poco più di un'ora e mezza dall'inizio del concerto.
D'accordo che era caldissimo e d'accordo che il vecchio Billy è oramai alla soglia dei 60 anni, però vederlo terminare il concerto così mi è davvero dispiaciuto.

Non è certo stato un concerto da pollice verso quello a cui ho assistito, sia chiaro, però un concerto che ha avuto, a mio avviso, un inizio ed una fine da dimenticare.

Ci vediamo alla prossima vecchio leone!

(La foto dell'Heineken Jammin' Festival 2005 è di: Silvano Martini
Le foto del Summer Festival 2015 sono di: Angelo Trani)

mercoledì 27 maggio 2015

"Waiting For Something Special" DANNY BRONZINI TRIO


Danny Bronzini è un giovane chitarrista toscano, per la precisione viene dalla Tower City (Pisa).
La sua è una carriera iniziata molto presto ed arrivò a conoscenza del pubblico del circuito toscano del Blues, quando nel 2013 vinse il concorso "Obiettivo Blues", che ogni anno decreta gli artisti che si dovranno esibire prima dei big in cartellone al Pistoia Blues Festival e si esibì, appunto su quel palco, in apertura di B.B. King (quasi un segno del destino).
Allievo del noto Nick Becattini, il "best guitarist in town" da queste parti, il giovanissimo Danny, all'epoca sedicenne, dimostrava già da allora doti non indifferenti alla chitarra, alle prese con brani di Sean Costello, di Buddy Guy, dei Meters e di tanti altri artisti di culto, lasciava a bocca aperta per la facilità del suo fraseggio e per l'assoluta naturalezza con cui affrontava qualsiasi palco, Pistoia Blues compreso.
Sempre con il fido Mauro, suo babbo, come diciamo da queste parti, al suo fianco che lo guardava con occhi compiaciuti e commossi e che fungeva da autista a Danny che, ancora minorenne, necessitava di un accompagnatore sicuro e fidato e Mauro non si faceva certo pregare nel farlo, anzi.

Poi ricordo, tutti iniziarono a cercare Danny, il quale, con la voglia e la bramosia di suonare che aveva, non si faceva certo pregare per farlo e dunque, via con le varie jam e con i progetti uno dietro all'altro.
Cosa questa che, a mio avviso, se da un lato poteva essere ottima per farsi le ossa, dall'altro poteva rischiare di diventare deleteria per la carriera futura di quello che vedevo già come un predestinato.
Se ti vedono dappertutto, si stancano presto di te; è fisiologico.
Non mancai ovviamente di farlo presente sia all'amico Mauro, che mi dette ragione, nonchè a Danny stesso.

Purtroppo, dopo pochi mesi, Mauro il padre di Danny, venne a mancare, lasciando tutti quanti noi e soprattutto il giovanissimo Danny, con un grande vuoto.
Come avrebbe preso adesso Danny questo vuoto? Si sarebbe rinchiuso in se stesso o avrebbe trovato la forza di andare avanti con la sua musica, con ancora maggiore forza, spinto dalla volontà del babbo che, sicuramente, avrebbe voluto questo?

Danny si è rimboccato le maniche, ha chiamato a se due ottimi musicisti a fargli da sezione ritmica, Carlo Romagnoli al basso e Davide Malito Lenti alla batteria e con il suo progetto Danny Bronzini Trio ha cominciato a macinare serate, arrivando a chiudersi in studio per dare alle stampe il suo primo album, questo "Waiting For Something Special" di cui voglio parlarvi.

Vi dico subito che il disco è bello, molto bello.
Danny è cresciuto tantissimo, soprattutto a livello vocale.
Si sente che, nel frattempo ha fatto quello che ogni musicista dovrebbe fare, ha cioè ascoltato molto. ha ascoltato di tutto e, soprattutto, ha assimilato molto.
Tutto questo si è tradotto nella sua musica. Il suo non è assolutamente un album di blues, come in molti si sarebbero aspettati, o meglio, il blues c'è ma è velato, si sente benissimo che le radici di Danny sono quelle, però l'album è molto vario.
Le composizioni ci sono, robuste, ad iniziare dal brano che è stato lanciato come primo videoclip, quella "Always On my mind" che, appena apparsa su youtube, mi sono ascoltato dieci volte di fila (giuro!), il classico brano che ti si infila in testa, nella pelle e che ti trasporta fuori, d'estate, in macchina, su una bella strada dritta, con i pensieri che vanno da tutte le parti.
La chitarra di Danny, nel suo breve assolo, non è mai invadente ma è misurata, oserei dire un po' alla Clapton.
Con il secondo brano "I'm Lost" siamo decisamente catapultati dalle parti di Memphis, in quelle produzioni della "Hi-Records", con Willie Mitchell alla regia e dove Al Green ci faceva sognare con la sua voce e dove un Hammond fungeva da contrappunto.
Questo brano mi ha ricordato molto alcune cose ascoltate anche nell'ottimo "Memphis" (appunto) inciso da Boz Scaggs nel 2013. Anche in conclusione di questo brano c'è un brevissimo assolo dolcissimo alla chitarra di Danny.

"Whenever You Need Me" è una bella ballata che, anche questa, ti entra immediatamente in testa, come pure le altre due ballate del disco "Dreaming" e "I Can Touch The Sky".
"Wild Night" è un robusto brano rock/pop, dove il trio ci fa vedere di che pasta è fatto quando c'è da mostrare i muscoli, come anche "Loving You", mentre "Desperate Love" è un bel reggae.
Mi sono venute alla mente svariate cose ascoltando questo disco, che ovviamente consiglio a tutti, ho pensato a quanto sono eclettici e non imprigionati in clichè gli artisti  giovani, quelli vale a dire che adesso hanno intorno ai trenta-trentacinque anni e che, pur partendo dal blues, nei loro dischi  invece mischiano svariati generi, dal pop di classe, al rock più duro; mi viene ad esempio da pensare a nomi come John Mayer, come Kenny Wayne Shepherd o come il povero Sean Costello che a quella età, purtroppo, non c'è mai arrivato.
Danny ha solo 19 anni ed è un talento vero, puro, cristallino, che ha fatto sue tutte le cose ascoltate, frullandole assieme e regalandoci un mix davvero gustoso in questa sua prima opera, opera dal respiro assolutamente internazionale.

Tra l'altro, notizia di poche settimane fa, il giovane talento toscano è stato assoldato da Lorenzo Cherubini (Jovanotti) che cercava un altro chitarrista da affiancare al suo fido (bravissimo) Riccardo Onori al quale Jovanotti aveva detto di scandagliare i fondali per trovare un nome nuovo, un po' tipo come Rocky Balboa, alla ricerca di qualcosa di fenomenale.
Riccardo non si è fatto pregare e, una volta proposto la cosa a Danny, il quale ovviamente ha accettato, lo ha presentato così: "questo fa paura, è un ragazzino ma suona come Stevie Ray Vaughan, giuro!".
Così tra pochi giorni il "ragazzino" si troverà a passare dai pubs, dove suonava fino a ieri, a calcare palchi davanti a cinquantamila persone.
D'altronde anche Stevie Ray, prima di diventare quello che poi è diventato, andò in tour con David Bowie!
Bravo Danny, te lo meriti.

Sono certo che Mauro da lassù avrà un sorriso incredibile sul suo volto e gli occhi gli brilleranno ancora di più.

giovedì 21 maggio 2015

"FUNKENYA!" Sam Paglia Trio

Ricevuto proprio poche ore fa il pacco contenete il nuovo ultimo lavoro di Sam Paglia, che arriva a ben quattro anni dall'ultimo bel disco "The Last Organ Party" del 2011 appunto.
Sam, oltre che essere un amico, è un personaggio davvero particolare nel panorama musicale nostrano.
Fa parte di quella stirpe di artisti di culto innamorati di un periodo storico che va dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '80 e che comprende quell'adorabile mix di cose un po' ammerrigane e un po' nostane; un medley di Funk, Soul, Hammond, Fender Rhodes, Cedrata Tassoni,  Moplen e Cesenatico.
Ha licenziato a suo nome ed a nome del suo trio ben sette album ed un paio di 7" che un manipolo, non numeroso come meriterebbe il materiale in questione, di fans affezionatissimi me compreso, si tiene ben stretto.
Tutti dischi godibilissimi e notevolissimi, contenenti in alcuni casi delle chicche che se fossero state incise in un decennio meno vuoto di quello attuale, avrebbero avuto sicuramente gli onori che meritano, a livello commerciale intendo. Come non citare, a dimostrazione di quello che sto dicendo, la sua "Continental 70", contenuta nel suo album "Nightclubtropez" del 2000 che se fosse uscita, chessò
, nel 1968, avrebbe potuto tranquillamente essere la sigla finale, quella con i titoli di coda, di un programma in bianco e nero di Antonello Falqui come "Studio Uno" ad esempio.

Dal vivo poi, il nostro è divertentissimo ed il consiglio che vi do è quello di non perdervelo se capita dalle vostre parti; la serata è garantita e vi sembrerà di entrare in quei clubs fumosi degli anni '70, frequentati da una fauna che solo chi ha vissuto quegli anni e quei particolari locali può ricordare, dove la mignotta di turno era seduta al tavolo del malavitoso con gli anelloni d'oro ed il sigaro in bocca e dove fuori c'è parcheggiata la Ford Taunus di Sam appunto.

Il nuovo "Funkenya!" è disco estremamente godibile , tra brani che rispecchiano in pieno il suo stile, come l'iniziale "Brockley Jack", destinato sicuramente a diventare un suo classico live o le covers di "Can You Do Whitout" dei Meters e "VJC" di Clifford Coulter autore di tre albums targati 1970-71 e 80, l'ultimo dei quali prodotto da Bill Withers di cui Sam ci offre una bella versione di "Kissing My Love".
Il brano che da il titolo al disco "Funkenya!" che avevo già avuto modo di ascoltare in versione live, durante un suo concerto dalle mie parti di un po' di tempo fa è un brano totalmente sperimentale, che oserei definire psychofunk, Brano che dal vivo si presta sicuramente ad essere allargato a dismisura, fino a raggiungere durate che erano pensabili solo nei concerti di certe bands che, nei primi anni settanta, riuscivano ad eseguire anche soltanto due-tre brani a concerto, tanto lunga era la durata degli stessi.

"Sorry Baby" cantato dal nuovo membro del trio Francesco Minotti, è il classico brano in cui potrete prendere la vostra pupa e, con uno sguardo alla Clark Gable, se non vi ride in faccia, baciarla ardentemente sotto la luna su una spiaggia.
L'album si conclude con una cover dove, chiunque altro, avrebbe potuto farsi davvero male. Non è facile infatti riproporre brani di quell'autentico talento che fu Donny Hathaway; Sam invece non si fa certo prendere da inutili timori e le sue dita sul suo fido Hammond riescono a farci innamorare anche di questa sua grassa rilettura.

L'artwork della copertina è curata da Sam Paglia stesso, che oltretutto è un ottimo disegnatore.

Il Trio si compone di:
Sam Paglia- Hammond, Clavinet, Minibasso Bustacchio, Fender Rhodes e Wurlitzer Electric
Francesco "Kekko" Minotti- Vocals, Guitar,Harmonica, Electric Bass
Simo Paglia- Drums, Electric Bass, Minibasso Bustacchio, Vocals.

Disco consigliatissimo.





martedì 19 maggio 2015

Il BLUES non morirà mai, oggi però se n'è andata una bella fetta. Addio B.B. King.

Il 14 Maggio 2015 verrà ricordato come il giorno che ci ha lasciato il Re del Blues.
B.B. King è infatti morto a Las Vegas all'età 89 anni.
Negli anni, a partire dal lontano 1980, quando lo vidi per la mia prima volta, concludere la prima edizione del Pistoia Blues Festival, alle 4 del mattino, dopo che prima di lui aveva suonato Muddy Waters, ho avuto occasione di lavorare al suo fianco molte altre volte, sempre al festival toscano.


Chitarrista unico, elegante, raffinato, in possesso di un inconfondibile vibrato fatto con la sua mano sinistra è stato indubbiamente un vero e proprio caposcuola, importantissimo all'epoca nell'influenzare i numerosi chitarristi inglesi degli anni sessanta che dettero vita alla cosidetta rinascita del Blues, partita proprio dall'Inghilterra.
Uomo dotato di un'umanità, di una educazione e di una gentilezza difficilmente riscontrabili in altri artisti del suo calibro. Di questo ne sono personalmente testimone, tanto che alla notizia della sua morte, purtroppo nell'aria già da alcuni giorni precedenti, non ho difficoltà ad ammettere che mi sono scese spontaneamente le lacrime.

Tralasciando la storia di questo immenso artista, per raccontare una storia del genere non basterebbe un volume intero, racconterò un paio di semplici episodi che mi sono accaduti durante le occasioni che ho avuto di accompagnarlo sul palco e che adesso terrò strette al cuore come ricordi tra i più preziosi di tutta la mia carriera.

Era l'edizione del 1990 e B.B., pur non essendo al meglio della suo forma fisica (era stato ricoverato in ospedale pochi giorni prima a causa dell'aggravarsi della malattia che già da molto lo affliggeva, il diabete), aveva comunque tenuto sul palco di Pistoia un'altra esibizione magistrale, all'epoca la sua quarta al Pistoia Blues (ne conteremo nove alla fine).
Lo stavo accompagnando dal palco verso i camerini.
Chi ha avuto occasione di vederlo dal vivo, sa benissimo che lui, al termine del suo set, era uso regalare al suo pubblico alcuni plettri recanti la sua firma e varie spillette con la forma di "Lucille", la sua fida Gibson, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Mentre ci dirigevamo appunto verso i camerini, lui tutto soddisfatto per la sua esibizione, per ringraziarmi del servizio che gli offrivo nell'accompagnarlo illuminandogli gli scalini con la mia torcia elettrica, si fermò, mi sorrise con quel suo sorriso bonario, si frugò in tasca, ne estrasse una spilla e me la mise in mano ed io, di rimando, gli risposi con un sorriso sincero.
Durante il tragitto, una ragazza che si trovava all'interno del backstage, forse un'addetta al catering, gli si avvicinò e gentilmente, dopo averlo salutato, gli domandò anch'essa una della sue famose spille.
B.B. si frugò nuovamente nelle tasche, tutte, però il suo sorriso si adombrò quando si accorse di non averne più nemmeno una.
A quel punto mi sentii come in dovere di offrire la spilla che l'artista mi aveva regalato pochi attimi prima alla ragazza che l'accettò contentissima.
B.B. apprezzò moltissimo questo mio gesto e mi battè la mano sula spall, esclamando "You're a gentleman...a real gentleman!". Io, ovviamente, mascherai benissimo il mio ovvio dispiacere di essermi privato di un così bel ricordo ma tant'è, avevo fatto in fondo la cosa giusta.

Una consuetudine che B.B. King aveva in quel periodo, era quella di rilassarsi e rifocillarsi per un'oretta e mezza nei camerini, prima di risalire in macchina e ripartire per il suo albergo, cosa che puntualmente fece anche in quella occasione.
Quando venne il momento, lo accompagnai alla macchina, salutai lui ed il suo autista e mi avviai verso la breve salita che porta al backstage, quando all'improvviso mi sentii chiamare; mi voltai e vidi l'auto appena partita, ferma in fondo alla discesa; corsi immediatamente verso la macchina, pensando a cosa mai poteva essere accaduto.
Arrivato li vidi B.B. King che con un sorriso smagliante stampato sul volto, mi porse una spilletta raffigurante "Lucille" che, evidentemente, aveva ritrovato in macchina!
A circa due ore di distanza si era ricordato di me e del mio gesto nei confronti della ragazza.
Ancora oggi, tutte le volte che ci penso, mi sembra un gesto ed un pensiero davvero incredibile.

Quest'altro piccolo aneddoto invece riguarda l'ultima sua esibizione tenuta dal Maestro a Pistoia, durante l'edizione del 2012.
In quell'edizione B.B., non in perfette condizioni di salute ed oramai piuttosto avanti con gli anni, suona tutto il concerto da seduto, intrattenendo però il pubblico come solo lui sa fare.
Durante il suo set, mentre stava eseguendo "You Are My Sunshine", accadde una cosa bellissima: si fermò e chiese al pubblico una specie di gesto d'amore, un bacio che ogni uomo avrebbe dovuto dare alla propria donna.
Li per li quasi nessuno capì quello che l'artista stava chiedendo, tanto che B.B. prese la sua Lucille e la baciò, guardando interrogativamente il pubblico delle prime file ed esclamando di non vedere nessuno baciarsi.
A quel punto, io che mi trovavo davanti al palco a coordinare la sicurezza, richiamai la sua attenzione con un gesto e, visto che Francesca, la mia ragazza, si trovava dalla parte opposta del palco, andai verso di lei e le stampai un bel bacio sulla bocca, sotto gli occhi, che brillavano di entusiasmo, di B.B. King, il quale mi indicò al pubblico con una bella risata esclamando "Give me a yeah for him!!!".
Successivamente, nel tratto che dal palco va alla scala, mi dette la mano ringraziandomi e dicendomi che era stato molto bello il mio gesto d'amore!

Nel mondo c'è sempre un gran bisogno d'amore e B.B. King, oltre che uno dei più grandi ed influenti chitarristi della storia, è stato anche un grande messaggero d'amore.
un uomo buono, un uomo dagli occhi buoni.
Mi mancherà tantissimo.



Si dice sempre che il Blues non morirà mai. Adesso se n'è però andata una bella fetta.