domenica 30 dicembre 2012

My Best Of 2012



Questi di seguito, tra i miei molteplici ascolti, sono i dischi che ritengo più significativi dell'anno appena trascorso.
Non sono in ordine di preferenza. Non ho ovviamente ascoltato tutto quanto è uscito, tra quelli che ho ascoltato questi sono i miei preferiti.

Wrecking Ball- BRUCE SPRINGSTEEN (il miglior disco del Boss da dieci anni a questa parte)
Locked Down- DR.JOHN (Malcolm John "Mac" Rebennack, Jr. torna finalmente ai fasti di un tempo, con un disco degno del suo nome)
Underwater Sunshine- COUNTING CROWS (uno dei miei dischi preferiti in assoluto della band, anche se solo composto da covers)
The Sheepdogs- THE SHEEPDOGS (a mio avviso leggermente, ma proprio di poco, inferiore al precedente "Learn & Burn" ma pur sempre un gran disco)
When I'm President- IAN HUNTER & THE RAT BAND (Ian Hunter, classe 1939, ci regala un disco che è puro R'n'R)
Election Special- RY COODER (Ry Cooder non tradisce le aspettative con un disco che prosegue sulla linea del precedente "Firs Pull Up, Then Pull Down")
There Is A Bomb In Gilead- LEE BAINS III & THE GLORY FIRES (per me l'autentica rivelazione del 2012, ottimo disco ed ottima band)
Live- Everybody's Talkin'- TEDESCHI-TRUCKS BAND (bel doppio dal vivo per la coppia d'oro)
Slipstream- BONNIE RAITT (la rossa Bonnie mi ha stupito per l'energia ed il gran groove del suo ultimo album)
La Futura- ZZ TOP (li riconosci immediatamente alla prima pennata di chitarra; una garanzia. Prodotto da Rick Rubin)
Glad All Over- THE WALLFLOWERS (bel disco di Jackob Dylan con la sua band, ospite persino Mick Jones dei Clash)
Live At The Moody Theater- WARREN HAYNES BAND (stratosferico live del chitarrista degli Allmans e dei Gov't Mule)
The Soul Sessions Vol. II- JOSS STONE (assieme al volume 1 delle Soul Sessions è il miglior lavoro della giovane Stone)
Boys & Girls- THE ALABAMA SHAKERS (ottima nuova band)
Mystic Pinball- JOHN HIATT (disco uscito dopo che l'ho visto dal vivo la scorsa estate. Il buon Hiatt non mi ha deluso nemmeno stavolta)
Tempest- BOB DYLAN (il brano che da il titolo all'album, varrebbe da solo il prezzo del disco. Uno dei migliori Dylan degli ultimi vent'anni)
Tomorrowland- RYAN BINGHAM (ha un po' virato verso il "rokkettone", resta comunque un disco piacevole e godibile)
Spirit In The Room- TOM JONES (splendido disco per Tom Jones, ancora una volta il gallese centra il bersaglio dopo il suo bellissimo album precedente)
Psychedelic Pill- NEIL YOUNG (due dischi quest'anno per il canadese, uno "Americana" deludentissimo, un altro questo, che si avvicina al capolavoro)
Release Me- LYLE LOVETT (un Lovelett all'altezza)
Between The Ditches- THE REVEREND PHYTON'S BIG DAMN BAND(altra band che mi ha stupito questa del taglialegna dell'Indiana. Echi di ZZ Top mischiati alle nuove sonorità; bello)
Royal Southern Brotherhood- ROYAL SOUTHERN BROTHERHOOD (esordio per la band di Devon Allman, figlio del grande Gregg)
Kiko Live- LOS LOBOS (bella versione live del disco stupendo dei lupi del Barrio)
Born And Raised- JOHN MAYER (disco di spessore per John Mayer)
Big Moon Ritual- CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD (Doppietta anche per il vocalist dei Black Crowes, Rich Robinson, questo più ad "ampio respiro")
The Magic Door- CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD (secondo album della doppietta di Robinson, in questo invece il nostro "scende coi piedi per terra")
3 Skulls And The Truth- DAVID HIDALGO/MATO NANJI/LUTHER DICKINSON (un disco che mi ha ricordato molto le atmosfere di certi dischi targati anni '70, quando le chitarre erano in mano a dei veri e propri killers)
Custom Superthrust- KUNG FU RODEO (autentica scoperta questa band del Michigan: rock and roll, Americana, funk, soul, reggae, jazz,and more. )
The Whipporwill- BLACKBERRY SMOKE (bel disco dai pregnanti sapori South per questa band che riporta la confederate flag ai fasti di un tempo)
Banga- PATTI SMITH (ottimo disco per Patti. A mio avviso il suo migliore da tempo)
Blues Funeral- MARK LANEGAN BAND (il cantautore maudit da alla luce un disco in cui mischia il vecchio con il nuovo)
Depending On The Distance- JIMMY LAFAVE (tre covers di Dylan ed una di Springsteen a condire l'ennesimo bel disco di un autore troppo spesso sottovalutato)
The Russian Wilds- HOWLIN RAIN (ottimo disco di una band innamorata del suono dei 70 e di bands come Humble Pie, prodotto anche questo da Rick Rubin)

martedì 17 luglio 2012

PISTOIA BLUES 2012



Torno a parlare del mio Festival più caro. Lo faccio dopo alcune edizioni, in particolare le ultime due, che, a parte qualche esibizione (Buddy Guy e Jimmie Vaughan nel 2010 e Robben Ford più, in parte, Robbie Krieger & John Densmore nel 2011)mi avevano lasciato molto amaro in bocca.
Tornare in Piazza a gestire la sicurezza per questo Festival, cosa che faccio da 27 anni con questo, è sempre un'emozione unica.
Quest'anno purtroppo ho dovuto fare i conti con una fastidiosa nevralgia che mi ha accompagnato per tutta la durata del Festival e che, a momenti, mi ha persino impedito di parlare; ma tant'è, c'è un lavoro (piacevole) da svolgere e si svolge nonostante tutto, facendo finta di nulla e riproponendosi di pensare a tutto il resto a "bocce ferme" come diciamo noi toscani.

Quest'anno la durata della rassegna è di ben quattro giorni, con una anteprima, quella dei Subsonica, che ha fatto storcere il naso a molti (me compreso), ma che ha portato un po' di soldini nelle casse degli organizzatori che, mai come in questo momento, ne avevano bisogno.

Darò le "pagelle" in maniera piuttosto coincisa, ai vari Artisti che si sono esibiti al Festival di quest'anno; edizione numero 33.

SUBSONICA- Considero questa band abbastanza inutile in se per se, per cui ogni giudizio sul loro set è abbastanza superfluo.

CHICAGO BLUE REVUE- La Chicago Blue Revue è una Band che conosco e seguo da tanto, tantissimo tempo; praticamente dagli inizi, quando l'Amico (o meglio il Fratello) Ernesto De Pascale ne era deus- ex machina assieme a Fabrizio Berti (il quale fa benissimo a citarlo ad ogni concerto, contribuendo a darmi una stretta al cuore).

L'esibizione è stata rigorosa come al solito e priva di sbavature. D'altronde la CBR è e resta una vera garanzia di Blues incontaminato.











PAUL UBANA JONES- Piacevole e trascinante. Personaggio estremamente positivo.Ha vissuto questo Festival in maniera perfetta, standosene per tutta la durata della manifestazione, sia nel backstage, sia in Piazza a parlare con il pubblico presente. Ovunque andassi incrociavo il suo sorriso contagioso che dimostrava il suo assoluto piacere nel trovarsi li.



GERRY McAVOY & FRIENDS- Rock Blues al fulmicotone. Hanno riproposto il repertorio dell'indimenticabile Rory Gallagher (Gerry è stato il fido bassista di Rorry per quasi tutta la sua carriera ed anche il batterista Ted McKenna ha suonato con lui). Queste "operazioni" hanno però il sapore di risvegliare in me una grande tristezza, nella consapevolezza di CHI abbiamo perso.




Rory aveva quel "qualcosa" che, soprattutto sul palco (l'ho visto ben tre volte a partire dal lontano 1972) è difficilmente riproponibile da chiunque altro, anche se molto bravo come appunto Marcel Scherpenzeel.






B.B.KING- Parlare di quest'Uomo è una cosa che metterebbe in difficoltà chiunque. L'ho già fatto in un altro articolo su questo Blog e non starò a rifare la Storia di uno che la Storia l'ha fatta di suo. Non è più lo stesso, non è più nemmeno quello anche di soli 7 anni fa ma non possiamo certo fargliene una colpa. Ha 87 anni e si porta appresso una forma di diabete praticamente da sempre. E' però il Maestro ed il solo vederlo salire con le sue gambe ed ascoltare alcune note, mi allarga il cuore.
Il suo staff è lo stesso di sempre, compreso il suo bodyguard storico, anche lui oramai ottuagenario e accompagnato a sua volta da una persona più giovane che si occupa di lui (bellissima e molto dolce questa cosa). Si sistema seduto ai lati del palco e osserva il Maestro, occupandosi di tenere le spillette che quest'ultimo donerà al suo pubblico al termine del concerto.




Racconto un piccolo aneddoto. Durante la canzone "You Are My Sunshine", Bibi invita il pubblico a baciarsi e, non vedendo che nessuno lo fa, dimostra un lieve disappunto, arrivando a baciare Lui la sua Lucille. Io, che da sotto il palco controllo che tutto fili liscio, mi faccio avanti e, andando dall'altra parte dello stage, dov'era sistemata Fruz la mia ragazza, richiamo la sua attenzione e bacio Fruz. Bibi spalanca gli occhi, fa un bel sorriso e, indicandomi, invita il pubblico a farmi un grande applauso!
Alla fine del suo show, mentre piano piano scende dalla rampa che lo porterà all'interno del suo pulmino, mi ncrocia e mi tende la sua mano (è un vero piacere "di pelle" stringere la mano a Lui, tutte le volte che l'ho fatto ne ho sempre ricavato una bellissima sensazione di pace e di dolcezza) e, sorridendomi mi dice "...You're great man!" memore della scenetta di poco prima.
E' un Uomo che ama l'Amore e ama portarlo in giro.
Grande, grandissimo Maestro.

SERGIO MONTALENI BAND- Bel set del nostro Sergino, grinta, gusto e inventiva nel riproporre un argomento altamente risaputo: i Beatles.



D'altronde la chitarra e la voce di Sergio sono oramai una garanzia dalle nostre parti e, sinceramente, non vedo l'ora che Montaleni si concentri sulla registrazione di un album, per far si che anche al di fuori dei confini toscani, anche gli altri possano accorgersi della bravura di questo chitarrista.



PIERS FACCINI- Una bella svolta rispetto alla sua venuta precedente, set altamente coinvolgente. Una Chitarra, una armonica, la voce ed una batteria ma tanto tanto coinvolgente feeling.

PAOLO NUTINI- C'erano state parecchie critiche sul fatto che Nutini fosse stato invitato a suonare al Festival blues di Pistoia. I soliti noti (oramai fortunatamente sempre più in via di estinzione come delle vecchie cassandre) avevano tuonato che il Nutini era "roba da Festivalbar", roda da ragazzine; bene, come al solito, visto che perlopiù si trattava di persone che mai lo avevano visto dal vivo in precedenza, si sono dovuti azzittire.





Nutini è performer di razza, con una Band coi controfiocchi ed una gran bella attitudine da Soulman navigato.
Non amavo particolarmente la sua produzione discografica ma aspettavo, come credo si debba sempre fare, la sua prova dal vivo, prova che, a mio avviso, ha abbondantemente superato.




FOUR FUNK- Ero sempre stato molto critico con questa Band formata da quattro autentici talenti pistoiesi (Keki Andrei all'Hammond, Daniele Nesi al basso, Carmine Bloisi alla batteria e Andrea "Ranfa" voce solista); anche le due volte che avevo avuto occasione di vederli non mi avevano entusiasmato.
Riconosco che ero molto esigente nei loro confronti, però come si fa a non esserlo quando si riconosce il talento dei musicisti che compongono questa Band?


Gli imputavo una troppa perfezione stilistica che rasentava a volte la freddezza (è un po' il problema di quelli molto bravi tecnicamente, che spesso lasciano un po' indietro il feeling, cosa questa che nel genere in cui si cimentano i quattro, risulta cosa estremamente grave). In questa occasione, con l'innesto anche di Leonardo Ricotti alla chitarra, invece li ho trovati molto convincenti. Sentono la Piazza e si vede, ma soprattutto si sente.
Magicamente, questa volta, hanno acquistato colore e forma ed il loro set è risultato godibile e trascinante. Bravi.

LEBLANC- Uno dei punti più alti dell'intera rassegna. Una Band addirittura stellare, con il grande Nick Becattini (fiore all'occhiello del Blues Pistoiese) alla chitarra, Vince Vallicelli alla batteria, Pippo Guarnera alle tastiere e Leon Price al basso ed una front woman che oltre alla voce da paura ha un'incredibile carica sexy, hanno lasciato a bocca aperta l'intera Piazza.




Brani come la loro "Somebody To Love" che pare già un classico, o la cover personalissima di "Part Time Lover" (S.Wonder) hanno messo in mostra il perfetto amalgama tra la vocalist e la Band. Eccellente progetto che se prodotto a dovere lascerà una bella traccia nel panorama musicale, non solo Blues, italiano.



GOV'T MULE- Un unico aggettivo: paurosi. Tiro micidiale; questa era la quarta volta che li vedevo dal vivo, dal tempo della loro prima venuta sul suolo italico in quel 4 Aprile 2005 all'Alcatraz di Milano.
Una Band che quando parte per la tangente dell'improvvisazione ce n'è davvero per pochi, solo la Allman Brothers Band riesce a darmi maggiori emozioni in questo genere musicale.



Set list per forza di cose accorciata rispetto ai loro standard abituali (suonano oltre le tre ore), visto che i tempi di un festival sono diversi da quelli di un concerto secco, però scaletta da brivido, con due brani inediti (World Boss e Captured) e due cover da pelle d'oca: "One of These Days" dei Pink Floyd e, come bis una "No Quarter" degli Zep che ha impedito di stare fermo anche a me, solitamente compassato mentre lavoro, tra i sorrisi compiaciuti delle prime file, che capivano di non aver a che fare con il solito "security man" che non vede l'ora che tutto sia finito per smammare a casa. Grandi.
Un paio di curiosità: Mentre illuminavo le scale per far scendere i Gov't Mule, Matt Abts (il batterista) mi ha stretto la mano calorosamente dicendomi "Man...i really LOVE this Place!". Lo ha detto con una luce negli occhi che non ho faticato a credergli.
Nei camerini mi ha riconfermato la cosa, aggiungendo che portava nel cuore la loro precedente esibizione in Piazza Duomo e che ha accolto con grande gioia il fatto di doverci tornare.
Warren Haynes, al solito molto disponibile con i fans, è stato più di un'ora a stringere mani, firmare autografi e farsi le foto praticamente con tutti, mi ha confermato, dietro mia precisa domanda, che Gregg Allman si sta riprendendo piuttosto bene dall'intervento subito tempo fa (trapianto di fegato) e che, seppur dimagrito, ha una grande energia positiva e tanta ma tanta voglia di fare (grazie a Dio ho aggiunto io).

JOHN HIATT- Set magistrale, di quelli da mandare a futura memoria. Concerto senza sbavatura alcuna da parte di un grande Artista. Ha alternato vecchi e nuovi brani ("Down Around My Place", "Crossing Muddy Waters", "Perfectly Good Guitar","Real Fine Love") con una facilità di esecuzione ed una scioltezza da fare impallidire.



Band da paura (The Combo) ed una grinta, una pulizia ed un gusto degno dei migliori performer americani.

Dunque un'ottima edizione con vette molto alte, soprattutto nell'ultima serata; un'edizione che fa ben sperare per il futuro della manifestazione.
In periodi come questi, periodi di depressione, in cui pare che la Cultura, soprattutto quella musicale, sia diventata un optional nel nostro Paese, Festival come questo, con momenti intensi di aggregazione (lo percepivo dalle facce soddisfatte della gente girando per la Piazza), fanno davvero bene all'anima e riscaldano il cuore.
See You next year, my dear Pistoia Blues Festival.

So Long

martedì 3 luglio 2012

THE TRIP (and me)


The Trip, una band che, a partire dal primo anno di un decennio fantastico, gli anni '70, ha rappresentato molto per me.
Non starò certo qui a rifare la storia della band, ne' delle sue varie incarnazioni. Non parlerò di Richie Blackmore che fece parte della prima formazione, venuta in Italia per volere di Ricky Maiocchi, ne' della loro discografia,analizzata da altri (nel bene e nel male) in più di un'occasione.
In molti, soprattutto negli ultimi mesi visto che il gruppo si è recentemente riformato, prima della recente, prematura e dolorosissima scomparsa del membro fondatore Arvid “Wegg” Andersen, hanno raccontato la storia di questa band sviscerandone ogni aspetto.
Si è analizzato tutto, dai loro dischi alla loro unica pellicola, quel “Terzo Canale Avventura a Montecarlo” che fotografava alla perfezione quel periodo libero, un po' pazzo e molto ma molto creativo.
Preferisco raccontare quello che sono stati per me The Trip, attraverso il racconto dei miei "incontri" con i loro dischi, i loro concerti e loro stessi come persone.
Farò la “mia” storia dei The Trip, di come li ho scoperti e di come ho avuto modo di ascoltarli dal vivo e conoscerli.
Me and The Trip insomma.


Ricordo che acquistai il loro primo album “The Trip”, con il sottotitolo “Musica Impressionistica”, mentre abitavo ancora nella mia città natale, Pistoia, in un negozio di elettrodomestici di cui non rammento il nome ma rammento benissimo dov'era.
Era bellissimo, perchè all'epoca (1970) i negozi di elettrodomestici avevano il loro angolino riservato ai dischi; angolino che spesso consisteva in un espositore (di quelli girevoli) per LP ed in un paio di cassette di 45 giri messe sul banco vicino alla cassa.
Quello, per me quattordicenne già da un po' alla ricerca di “buone vibrazioni”, costituiva il mio primo “paese dei balocchi”, assieme ad un negozietto di dischi, gestito da un'anziana e dolcissima signora (almeno all'epoca a me pareva anziana, magari con il senno di oggi avrà avuto 40 anni o poco più), situato in centro città.

Ricordo che un giorno, assieme a mia Mamma, la quale doveva comperare un non precisato oggetto da cucina, mi soffermai, isolandomi da tutto il resto come sempre facevo, a scrutare con attenzione gli Lp sull'espositore.
La mia attenzione fu immediatamente catturata da quell'album con la copertina rossa, che lasciava intravvedere quattro volti seminascosti da fumi psichedelici, da una scritta “The Trip” dai caratteri grassi e “cocacolaeggianti” che mi ricordavano tanto l'insegna del locale che, grazie ad un cugino più grande che riusciva a farmi entrare, frequentavo già da due- tre anni soprattutto d'estate, il “Piper Club” di Viareggio e che costituiva per me, davvero la mecca di tutto cio' che cercavo: musica, libertà ed un tocco di ribellione all'ingessato mondo di allora.
Anche quella scritta “Musica Impressionistica” sul retro della copertina, solleticava non poco la mia fantasia, facendomi immaginare di trovarmi tra le mani un qualcosa di culturalmente affascinante.
Fu così che, tirando leggermente la gonna a mia Mamma, la convinsi a sborsarmi le 1.800 lirette per acquistare il disco, con l'ovvia promessa che non avrei passato il pomeriggio e la sera ad ascoltarlo ma avrei studiato anche un po'. Promessa ovviamente mantenuta solo in parte, dato che dedicai molto del mio tempo all'ascolto del disco che mi colpì molto per le soluzioni sonore assolutamente all'avanguardia, eccetto che per quell'ultima canzone cantata in italiano, che mi riportava un po' ai terreni più sobri della canzonetta all'italiana.
Le tastiere di Joe, la chitarra di Billy, il basso pulsante di Wegg ed il drumming potente di Pino stimolavano la mia fantasia.
Fu un gran bell'acquisto di cui non mi pentii.





L'anno successivo, il 1971, era già accaduto qualcosa. La spontaneità, in noi giovani ascoltatori, la voglia di scoprire cose nuove, era già stata appagata dalle numerose novità che venivano dall'oltremanica. Avevamo già assaporato gli Emerson, Lake & Palmer, i Jethro Tull, i King Crimson e tutte le altre glorie della musica pop di quel periodo fantascientifico che fu il passaggio dagli anni '60 al nuovo decennio. Tutto cio' aveva creato in noi italiani un fenomeno che si è poi protratto per lunghi anni; un fenomeno, a mio avviso, piuttosto deleterio, vale a dire l'esterofilia.
Tutto quello che veniva dall'Inghilterra andava bene, di contro,tutto cio' che veniva prodotto dalle nostre parti no.
Fortunatamente non sono mai stato colpito da questo virus malefico e, a parte gruppi che erano davvero “di grana grossa”, per usare un eufemismo, amavo ed ammiravo anche quello che producevano alcune nostre vecchie glorie, che dalla canzonetta si erano riciclati in pop (o progressive, per far capire ai giovani di oggi di cosa stiamo parlando), come i New Trolls o Le Orme, tanto per fare un paio di esempi di complessi (altro termine oggi desueto) di cui avevo acquistato i rispettivi LP proprio in quell'anno.

Mi trovai un pomeriggio a passare da “Gavazzi”, altro negozio di dischi della Pistoia dell'epoca, adesso perso nella memoria e, guardando tra le copertine dei long playng, mi cadde lo sguardo su una copertina meravigliosa, una copertina raffigurante Caronte, il mitico nocchiero, disegno che ricordavo aver visto in un librone del Babbo che troneggiava nella sua libreria, una “Divina Commedia” rilegata e pesantissima che aveva attirato la mia attenzione soprattutto per le illustrazioni meravigliose.
Questa volta Caronte aveva il pube avvolto in uno straccio che rappresentava la bandiera inglese ed in basso a sinistra apparivano The Trip, avvolti in teli bianchi, che facevano apparire anch'essi come creature celestiali.
Li per li, la tentazione fu di acquistare il disco ma poi, vista l'esterofilia imperante che circolava tra i miei amici, con i quali dividevo gli ascolti (ogni volta che uno di noi acquistava un disco, venivano subito invitati gli amici per ascoltare ripetutamente il disco tutti assieme, commentandolo e facendo una specie di recensione ciascuno; ne ricordo un paio un po' più grandi di me che erano davvero cattivissimi), pensai che forse era meglio desistere, non avevo voglia di stare a “difendere” una mia scelta.
La sera nel mio letto mi detti più volte di stupido e pensai che il mio carattere non avrebbe sopportato il fatto di non comprare un qualcosa che probabilmente non sarebbe piaciuto agli altri.
Al mattino successivo la prima cosa che feci appena uscito da scuola (fortunatamente uscivamo due ore prima) andai da Gavazzi, mi feci imbustare il disco e me lo portai a casa.
Ricordo che mi piacque tantissimo, risultò molto più immediato e “Rock” del precedente. Anche i miei amici, che inizialmente storsero il naso, successivamente apprezzarono il disco.
Ho sempre pensato che, per alcuni di loro, il dover ammettere che era davvero un gran bel disco, era mitigato dal fatto che The Trip erano una formazione per metà italiana e metà inglese!


Racconto una piccola curiosità: all'epoca della ristampa di "Caronte" da parte della "Contempo Records" di Firenze, attorno alla metà degli anni '80, fui contattato da Giampiero, il "patron" dell'etichetta toscana, il quale mi contattò perchè non riuscivano a trovare una copia del disco per poter ristampare la copertina originale (copertina che poi purtroppo è stata ristampata con le foto delle pagine interne al rovescio, vale a dire quelle che erano a destra vennero messe a sinistra e viceversa e il "taglio della busta per estrarre il disco,da interno che era divenne esterno); io, ovviamente, prestai la mia copia volentieri. La mia copia però aveva un piccolo problema, siccome la carta della cover era molto "leggera", per rinforzarla (eravamo nel 1971) vi applicai un filo di scotch sulla costola.
Giampiero mi disse che non sarebbe stato assolutamente un problema e che, con "varie tecniche", sarebbero riusciti a non farlo notare nella ristampa. Così non fu, per cui chi possiede una copia del LP ristampato dalla "Contempo Records", potrà notare sulla costola dell'album in questione, una riga un pochettino più scura; bene, quello è lo scotch che io applicai sul disco in quel lontano 1971 e che ancora fa bella mostra di se sulla mia copia originale, in questo caso "divenuta" molto più originale ed "importante" di altre.




Nella primavera del 1972 comperai il loro terzo disco, questa volta non ci fu neppure bisogno di essere conquistato dall'ennesima stupenda, questa volta davvero innovativa ed incredibile, copertina.
“Atlantide” ricordo che mi conquistò innanzitutto per un motivo: la nuova formazione, senza più il chitarrista Billy Gray (non sostituito) ma con un batterista nuovo di zecca, Furio Chirico.
Dovete sapere che proprio in quegli anni anch'io suonavo la batteria (ed a quanto dicono, quelli che si ricordano, neppure male; ero un batterista che aveva dalla sua una “botta” notevole) e, quando ascoltai Furio, capii che quello era il modo in cui avrei voluto suonare il mio strumento; addirittura incredibile!
Un'altra ragione che me lo faceva sentire più vicino era il fatto che Furio aveva appena due anni più di me, per cui io sedicenne mi trovavo ad avere come idolo, non un veterano, bensì un diciottenne!
“Atlantide”, disco registrato con la formazione a tre, che avvicinava la band a formazioni quali EL&P appunto, disco fondamentale, autentica pietra d'angolo, della loro discografia.




Ad agosto del 1972 si svolse al Piper 2000 di Viareggio un'estate indimenticabile di concerti (cito soltanto alcuni nomi come Van Der Graaf Generator, Genesis, Patto, Audience, Amazing Blondel, Brian Auger, Ufo, Rory Gallagher, più praticamente tutti i migliori complessi pop italiani).
Non me ne persi nemmeno uno!
Dopo il concerto che sancì praticamente la fine delle mie vacanze assieme ai miei Genitori, il 20 Agosto il concerto dei Genesis, convinsi i miei a lasciarmi due giorni ancora da solo al mare, per poter vedere il concerto dei The Trip.
Mentre ero sul prato davanti al locale ad aspettare che si aprissero le porte del locale stesso per l'inizio del concerto pomeridiano (ne eseguivano due, uno al pomeriggio e l'altro alla sera), iniziò a circolare la voce che il concerto sarebbe stato annullato.
Non so bene il perchè, forse per mancanza di pubblico, effettivamente eravamo a fine Agosto ed eravamo in pochini li sul praticello ad aspettare, fatto sta che la voce stava iniziando tristemente a divenire una certezza.
Mentre ero ancora in attesa speranzosa vidi avvicinarsi a me e ad un altro gruppo di ragazzi in attesa, una figura familiare; nientemeno che Billy Gray, l'ex chitarrista dei Trip che si sedette li assieme a noi e ci raccontò, dopo ovviamente essersi presentato, della sua futura carriera solistica e di un suo LP di prossima pubblicazione, dalle forti tinte Blues, “Feeling Gray”, disco che acquistai poi successivamente.
Sconsolato me ne andai verso la stazione con la tristezza di non aver potuto aggiungere alla favolosa lista dei concerti di quella irripetibile Estate, anche quello dei miei amati Trip; non avrei dovuto però aspettare ancora molto.




Nel Settembre di quell'anno, più precisamente il 5 Settembre 1972, mi arrivarono all'orecchio, notizie di un concerto, una specie di piccolo Festival Pop che si sarebbe dovuto tenere allo Stadio di Prato, città vicino a dove abitavo (con i miei ci eravamo trasferiti nel frattempo da Pistoia a Sesto Fiorentino).
Le notizie erano semplicemente dei passaparola; sulla carta stampata non c'era traccia; sui settimanali musicali, nella fattispecie “Ciao 2001” tanto meno; eppure, se era vero, sarebbe stato un evento memorabile, infatti, a quanto dicevano, si sarebbero dovute esibire ben tre bands, tre autentici nomi di rilievo del panorama Pop di allora: Banco del Mutuo Soccorso, Osanna e, appunto, The Trip!
Un po' dubbioso, presi il mio “Ciao”, allora mio unico mezzo di locomozione, e indossati i miei jeans a campana tutti rattoppati, mi diressi nel primo pomeriggio verso lo Stadio di Prato.

Arrivato li, entrai senza alcun problema (il concerto previsto era gratuito e ancora non esistevano i servizi di sicurezza, quello che poi sarebbe diventato il mio futuro lavoro). Mi infilai immediatamente nel backstage, che erano praticamente dei camerini sotto la tribuna e, riconobbi subito la sagoma inconfondibile di Francesco “Big” Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, che avevo conosciuto un paio di mesi prima al Piper 2000 di Viareggio in occasione del loro concerto e che, addirittura, aveva dato uno stappo a me e ad un paio di miei amici, con il furgone del complesso (ed il resto della band) fino alla Stazione ferroviaria per prendere l'ultimo treno che ci avrebbe riportati a casa.
Francesco mi riconobbe immediatamente e mi salutò calorosamente, introducendomi, con mia grande emozione a Joe Vescovi, con cui stava tranquillamente chiacchierando.
Joe mi apperve subito come un qualcosa di quasi extraterrestre, la sua lunghissima chioma bionda, la barba e quel suo incedere quasi da personaggio mitologico, era insomma proprio come me l'ero immaginato.
Considerate che all'epoca non era come adesso in cui basta andare sul canale youtube per vedere in azione qualsiasi musicista; all'epoca le uniche cose che avevamo per “vedere" i nostri idoli erano i loro dischi e le foto dei giornali, in quanto anche radio e televisioni badavano bene di mostrarceli, se non in qualche rarissimo e fulmineo filmato più che altro riguardante il “costume” e questo strano mondo fatto di hippies e capelloni.
La nostra immaginazione faceva il resto e spesso le figure che cercavamo di immaginare assumevano aspetti appunto quasi mitologici.
Ricordo che al concerto serale i Trip sbalordirono me ed i miei amici presenti (si, anche quello che storceva un po' il naso su Caronte), presentando Atlantide nella sua interezza. Dal vivo non perdeva un'oncia del suo fascino, anzi.
Furono stupefacenti anche i set del Banco, che avevo visto giusto due mesi prima appunto e degli Osanna, che avevano da poco fatto uscire il loro “Preludio, Tema, Variazioni, Canzona” colonna sonora del film “Milano Calibro 9”.
Nel Novembre dello stesso anno, fu annunciato uno spettacolo (eh si, venivano chiamato così, oltre che “recital”, “show”, ecc.) dei Trip ad un locale di Firenze, che tuttora esiste e che si chiama “Meccano'” ma che allora si chiamava “Chalet i Tigli”.
Ci dirigemmo al locale, per il concerto che si sarebbe svolto al pomeriggio, quel 19 Novembre 1972, assieme ai miei amici Ernesto e Maurizio.
Preceduti da un complesso locale, tali Pico & Bob Rose, arrivò il momento tanto atteso dei The Trip.
Ci sedemmo a terra, io proprio davanti alla batteria di Furio e ci gustammo il concerto.
Joe con l'Hammond a sinistra, Furio e la sua batteria al centro e Wegg con uno stupendo Fender Precision degli anni '50 a destra.
Iniziarono subito con una spettacolare “Caronte I” in versione a tre. Seguì la totale esecuzione della suite “Atlantide” con assolo incredibile di batteria di Furio a cui al termine del concerto strinsi la mano complimentandomi con lui per la sua tecnica, assolutamente inconfondibile. Furio, gentilissimo, mi regalo' una bacchetta incerottata ( e pesantissima), bacchetta che portai con me nella sacca delle bacchette che portavo alla cintura quando suonavo, come faceva anche lui, per lungo tempo.
L'anno successivo ricordo che al termine di un'estate molto più avara di quella precedente in fatto di appuntamenti live (il Piper aveva chiuso tramutandosi in music hall e cambiando pure nome da Piper a Caprice), mi recai assieme ad una amica alla pista di pattinaggio nella pineta viareggina.
Era una sera di fine Agosto e, strano ma vero, scorsi Wegg appoggiato alla balaustra intento a fumarsi una sigaretta ed a guardare la gente che pattinava.
Non so cosa facesse li da solo e non glielo chiesi; ricordo però che mi fermai a parlare con lui, dopo avergli presentato la ragazza che era con me, raccontandogli, come un fiume in piena, delle due volte che lo avevo visto con i Trip e di quanto mi piacessero i suoi dischi ed il suono del suo basso.
Lui fu gentilissimo e molto simpatico e restò li con noi a trascorrere la serata.

1972-2010, a 38 anni di distanza ho l'occasione di incontrare nuovamente The Trip che nel frattempo si sono riformati.
Grazie a facebook ed alle nuove tecnologie di comunicazione, oggi è possibile essere in contatto con chiunque e, tra i tanti musicisti, complice anche il lavoro che faccio, con cui sono in contatto, ho modo di conoscere e stimare anche quel vecchio leone di Joe Vescovi.
Dopo una lunga frequentazione telematica, dove abbiamo modo di conoscerci e stimarci a vicenda, e dopo alcune lunghe chiacchierate al telefono, Joe mi invita a Milano per le prove generali di quella famigerata “Prog Exhibition” che si svolgerà a Roma di li a poco.
Carico la mia amata Fruz (la mia ragazza) in macchina e ci dirigiamo verso Milano, alla volta della Blueshouse.
L'incontro con Joe, Furio ed i due nuovi membri della band Fabrizio Chiarelli (voce e chitarra) e Angelo Perini (basso) è piacevole ed è come se dei vecchi amici si incontrassero (in fondo è così, come Joe mi ha confessato, c'è sempre un rapporto molto speciale con i fans dell'epoca) e, dopo i saluti ho modo di ascoltare la band in azione.


Purtroppo manca Wegg che è dovuto andar via prima (abitava in Svizzera).
La band dal vivo non ha perso assolutamente lo smalto di un tempo e, grazie ai due giovani innesti, il sound si è leggermente indurito di una vena ancor più Rock che non guasta, anzi.
Furio è una macchina da guerra e le tastiere di Joe riportano la mia mente a giorni lontani ma mai realmete dimenticati.
Rivedo gli amici di un tempo, risento i profumi e le sensazioni di allora ascoltando Caronte e Two Brothers.
Dopo le prove una bella pizza ed una birra tutti assieme ci servono per ricaricarci in vista del viaggio di ritorno.
Grazie amici di aver rimesso in moto la macchina The Trip, una macchina che non risente del logorio del tempo, come invece succede, purtroppo, ad altre formazioni (non faccio assolutamente nomi) di quell'epoca, che restano invece irrimediabilmente legate a quegli anni.
Non è così per The Trip. La loro musica è tuttora attuale e fresca.


Purtroppo Wegg non è più tra noi e purtroppo non ho avuto modo di reincontrarlo. Rimango a quella stretta di mano finale in quella sperduta pista di pattinaggio di 37 anni prima.
Gli avrei chiesto sicuramente che cosa ci faceva in quella fine Estate a Viareggio, da solo, appoggiato ad una balaustra di una pista di pattinaggio.
Chissà se se lo sarebbe ricordato.


(La foto "tonda" è una cartolina promozionale appartenente alla collezione privata di Silvano Martini.
La foto degli albums è una parte della collezione riguardante la discografia dei The Trip appartenente a Martini Silvano.
La foto con Pino Sinnone è stata scattata al "Piper 2000" di Viareggio il 13 Luglio 2013.
Le due foto che mi ritraggono assieme a Joe Vescovi, Fruz e Furio Chirico, con in mano la copia originale di "Atlantide", sono state scattate al "Blueshouse" di Milano il giorno 27 Ottobre 2010)


venerdì 15 giugno 2012

LUCA SAPIO "WHO KNOWS" (2012)

Può sembrare incredibile che un amante della Black Music (quella vera), come me, si innamori così di un disco di Soul (quello vero) inciso da un artista bianco e per di più italiano.E' quanto mi è successo ascoltando il nuovo album di Luca Sapio, cantante che già conoscevo e apprezzavo per il suo lavoro nei Quintorigo e, soprattutto, nei Black Friday.



Il disco si chiama “Who Knows” ed è stato registrato la dove il Soul nasce, negli Stati Uniti e più precisamente a New York. Le registrazioni sono avvenute “come si faceva una volta”, in analogico ed il risultato è davvero di quelli che lasciano a bocca aperta anche uno come me, che mastica Black Music dalla fine dei sixties.
Metto nel lettore il cd (attendo con ansia la pubblicazione in vinile, perchè l'assaporare questo piccolo gioiello deve essere fatto come si faceva un tempo, piazzando cioè il vinilone sul piatto) e parte il primo brano.
Primo brano che è anche il singolo di presentazione dell'album “How Did We Lose It”.Inizio con una chitarra acustica ed un arrangiamento che mi rimanda ad un brano (una cover) che ho amato molto, quella del grande Benny Latimore sull'album a suo nome del 1973; la cover del brano dei Buffalo Springfield “For What it's Worth”.La canzone è molto ma molto accattivante ed una volta finita ti fa venir voglia di rimetterla e rimetterla ancora.

Si nota subito, già dal primo brano, che questo è un lavoro curato sotto ogni aspetto; si nota la passione e l'amore dell'artista per un genere musicale e per il periodo di maggior fulgore che ha contraddistinto questo genere appunto.
Luca ha una bella voce calda e, soprattutto, si nota che ha un gran cuore.
“Remove My Coverings” è un'altro bel brano che, caratteristica questa di molti brani dell'album, quasi tutti, ti entra in testa per non uscirne più.
“Mother, Father” (ascoltate come pronuncia “Fatha...fatha” proprio come farebbe un coloured) è un brano che mi riporta alle atmosfere delle b-side dei singoli Black targati 1973-74; non chiedetemi il perchè ma è così! C'erano all'epoca delle b-side favolose che restavano spesso dei gioiellini nascosti, proprio perchè la stragrande maggioranza degli acquirenti dei singoli di allora si fermava all'ascolto del super hit del momento...non era evidentemente il mio caso; cercavo sempre di trovare delle gemme nascoste “dietro” al brano di successo e spesso era quello che accadeva.



Una bella ballata lenta “Wonder Why”, molto più sixties oriented, con i fiati che punteggiano il brano alla perfezione e Luca che da una versione sofferta del brano nella migliore tradizione Black; ragazzi, se non è puro Soul questo cos'è?
Mi piace molto questo aggiungere, non so se voluto o meno, ma mi piace pensare che sia voluto, quel tocco di “white sound” datato, quel suono cioè che era in possesso di Bands quali Blood Sweet & Tears, Chicago e persino Guess Who, alla voce di Luca e ad un sound generale, come ho detto, molto Soul oriented.
La traccia numero cinque “Packetful Of Stones” è significativa al riguardo.Non è insomma il prodotto di un bianco che cerca disperatamente di essere nero.L'impatto ed il suono, pur ricercando un groove tipico di quegli anni, è attuale e devastante e non fa assolutamente pensare alla classica operazione nostalgia; anzi.

Altra song molto bella è la successiva “So Hard Deal With You” dove Luca canta con una disillusione così strascicata che riesce a mischiare bianco e nero, un incrocio tra Soul ballad e certe ballate a cui ci hanno abituato alcune Rock Bands.In “Blinded By The Devil” la voce di Sapio mi ha ricordato al primo impatto quella di un altro grande cantante bianco che, negli anni d'oro era una vera e propria forza della natura: Roger Chapman dei Family.

Un cenno ai bravissimi Musicisti che accompagnano Luca Sapio in questa sua prima avventura: Mecco Guidi alle tastiere (rigorosamete “datate”) e Christian Capiozzo alla batteria; mentre il leggendario produttore Thomas “TNT” Brenneck ( Amy Winehouse, Cee-lo, Mary J. Blidge, D'Angelo tra gli altri) ha guidato alcuni membri dei Budos, The Extraordinaire e della Manahan Street Band a dare il loro apporto al suono del disco. Thomas e Bobby Biosh alle tastiere ed al basso.Oltre alle nove tracce originali, due oscure covers, a cui Luca ha saputo imprimere a forza il suo marchio: “Rosey” di Jim Sullivan, cantautore del sud della California, dalla voce che a tratti si avvicina a quella di Sapio e “Who Knows” di Marion Black, cantante Soul dell'Ohio, ambedue brani targati, non a caso, 1970.
Anche il nome dell'etichetta "Ali Buma Ye! Records" è per me motivo di bei ricordi; Ali Buma Ye era il grido con cui gli abitanti dello Zaire incitavano Muhammad Ali durante i suoi allenamenti in vista del suo match per il titolo mondiale dei pesi massimi che lo vedeva opposto all'allora campione in carica George Foreman il 30 ottobre 1974; match, denominato "Rumble In The Jungle", che poi Ali vinse in maniera sorprendente (da qui i miei piacevoli ricordi).
Disco dunque consigliatissimo a chi ama il caldo suono potente della Soul Music targata '60-'70.

sabato 14 aprile 2012

MR. BANANA BAND "Come From Here" (2012)

Toscana terra di Blues.
E' oramai assodato che la Toscana, complice soprattutto il Pistoia Blues Festival, che con 32 edizioni di grande musica ha contribuito a far nascere e crescere numerosi talenti, soprattutto sull'asse Pistoia-Prato-Firenze, è la regione più Blues d'Italia.
Uno di questi talenti, conosciutissimo nella nostra regione e soprattutto nella sua città, Prato appunto, dove è divenuto una vera e propria leggenda, grazie anche al fatto di essere da sempre il vero “Master of Ceremonies” delle infuocate jams che si tengono settimanalmente nella sua città è Marco “Banana” Pieraccini, chitarrista di rango che ha appena pubblicato il suo primo album.

Mr.Banana suona la chitarra fin dall'età di 15 anni dopo essere stato letteralmente “fulminato” dall'ascolto di una musicassetta live di Jimi Hendrix capitatagli tra le mani chissà come alcuni anni prima.
Lo ricordiamo in una precedente esperienza acustica assieme ad un altro bravo chitarrista, Joe Sintoni, in un progetto chiamato Beer Soaked Gittars basato su un robusto Blues rurale e Country Blues.



“Come From Here” è il titolo di questo bel disco, il primo inciso a nome della sua band, che ti aggredisce subito con la prima traccia “Rabbit's Mood”, un acceso strumentale che riporta a certi brani dell'indimenticato Stevie Ray Vaughan. Suono della chitarra (ovviamente una Fender Stratocaster, come da miglior tradizione del genere) bello pulito e fluido, punteggiato dall'Hammond del bravo Alessandro Solenni.
Il brano che apre le danze fa capire immediatamente di che pasta è fatto Mr.Banana e mette in chiaro a tutti che questo è un disco dove massicce dosi di quel Rock Blues che tanto amiamo non mancheranno.
Anche il secondo brano “The Genie Of The Lamp” non abbassa di un grammo il “tiro”. Marco canta con sicurezza, dimostrando anche di avere al suo arco una notevole voce molto personale, aiutato ai controcanti dalla brava Giada Martin Masoni; il brano con i suoi furenti stacchi e break scorre via che è un piacere e lascia immaginare la forza che può avere nella dimensione live.



Marco capisce che dopo due brani di tale potenza c'è bisogno di far tirare un po' il fiato agli ascoltatori e, come terza traccia, piazza un bel Blues.
Conosco il chitarrista da tempo e so che il Blues, quello bello “sentito”, è il genere in cui si trova pienamente a suo agio. “Blues It's Around Me” è il classico brano da ascoltarsi in macchina alle tre di notte girando per le strade di una città deserta, dove le cose, grazie alla luce della notte, assumono una prospettiva diversa e, con un brano così nello stereo, ti aiutano a sognare. Brano, a mio avviso, da cinque stellette.

Non c'è il tempo di riprendersi dalla magica atmosfera che il brano precedente ha creato che un'altro strumentale “When The Train Are Coming” ti aggredisce. Song questa che ricorda da vicino la “Rude Mood” di Vaughaniana memoria, dimostra ampiamente le doti in possesso del chitarrista pratese e ti fa venir voglia di salire immediatamente su quel treno che, appunto, sta arrivando.



“Mama Goose” è un bel brano, molto “roots”cantato a due voci da Marco e Giada, dove risalta il gusto del chitarrista in versione unplugged che in questa canzone suona una Takamine a cassa grossa, è la classica lite tra marito e moglie che alla fine si risolve...facendosi un po' di coccole a vicenda.
“Nobody Wants” è una ballad dal vago sapore Southern che fa pensare alla campagna, al sole e rimanda immediatamente alle belle foto di copertina del disco, con Marco che armato della sua chitarra, cammina su una striscia di asfalto in una assolata campagna.
“Biminuito” è un altro strumentale che vede ospite un bravo armonicista, il pratese Juri Pilgrim,
I due brani che concludono il disco, “I'm Trouble” un bel Blues e “You Don't Know My Name”, sono indicativi del suono corposo e pieno della chitarra di Mr. Banana.
Da sottolineare anche l'ottima Band che lo accompagna in questa sua prima avventura discografica: il già citato Alessandro Solenni alle tastiere, il bravissimo Marco Polidori al basso (già con Rudy Rotta e Nick Becattini) e Stefano Puccianti alla batteria.


In conclusione un bell'esordio su disco, che fa capire che il Rock Blues nella nostra regione è ancora vivo e vegeto ed in buone mani; per cui, sonnambuli, amanti del Rock Blues, beer drinkers (and hell raisers), l'appuntamento è con uno dei tanti live del biondo chitarrista toscano.



(La terza e la quarta foto della recensione sono state scattate da Giuliana Monti)

lunedì 19 marzo 2012

GENESIS- Piper 2000 di Viareggio- 20 Agosto 1972

Era la famosa Estate del 1972, Estate di cui ho già parlato a proposito del favoloso programma che il Piper 2000 di Viareggio aveva proposto proprio per quella sua ultima stagione (avrebbe poi chiuso definitivamente l'autunno successivo, cambiando nome e dedicandosi a tutte altre “attrattive”).
Come ogni Estate mi trovavo in vacanza in Versilia con mia Mamma, il Babbo, come quasi tutti i babbi all'epoca, restava a lavoro, venendo a trovarci solo nei fine settimana (caratteristica questa dell'Italia degli anni '60 e primi '70 a cui la mia Famiglia non sfuggiva).
Alloggiavamo all'Hotel Capri di Lido di Camaiore, praticamente a duecento metri dal locale che per me, fin dalla metà del decennio precedente, era un po' come il “paese dei balocchi”.
In quel locale, complice un mio cugino più grande che riusciva a farmi entrare grazie alle sue amicizie con il gestore di allora, io ragazzino di 11-12 anni, venivo parcheggiato ad un tavolo con una gazzosa in mano (mentre lui andava giustamente a tampinare le ragazzine ye-ye di allora) e mi guardavo i “complessi” che si esibivano su quelle luminosissime pedane.
Fu così che, tra cameriere vestite da conigliette di Playboy e personaggi che a me parevano usciti da un film di fantascienza, mi vidi : Patty Pravo. Mal & The Primitives, The Senate, Le Pecore Nere, I Four Kents, Thane Russal e molti altri.
Le sere che non riuscivo ad entrare, perchè magari mio cugino era uscito assieme ad una delle ragazzine conosciute dentro al locale, me ne stavo li fuori e con l'unghia grattavo la vernice colorata esterna delle vetrate e mi guardavo (e sentivo) i complessi che suonavano dentro.



Quell'estate però era diverso.Ero già più grande (16 anni) ed autonomo. Il favoloso cartellone che già ho descritto in un altro mio racconto sul Piper 2000 aveva visto in programma un cast a dir poco fantascientifico per l'epoca.
Praticamente tutto il Pop italiano era salito su quella stretta pedana ed in più gruppi come Patto, Van Der Graaf Generator, Amon Duul II, Amazing Blondel, Brian Auger, Audience vi si erano esibiti ed io non me ne ero perso praticamente nessuno.

Per il 20 di Agosto era annunciato però uno degli appuntamenti più attesi.
Come chiusura della stagione erano in cartellone i favolosi Genesis, all'epoca più famosi però da noi che non in patria.
Ricordo che all'epoca i concerti erano due, uno al pomeriggio ed uno alla sera (altri tempi, provate a pensare ai costi per un'operazione del genere al giorno d'oggi con un nome di questo tipo, addirittura impensabile).




Avevo acquistato l'album “Trespass” , il primo album dei Genesis che avessi acquistato, appena l'anno precedente.
Ricordo anche che alla radio avevo ascoltato la versione italiana (scritta da Claudio Rocchi) di un brano tratto da questo album, inciso da Ornella Vanoni. Il brano si chiamava “Un Gioco Senza Età” ed era la cover di “White Mountain”.

Ci avviammo al Piper molto presto, praticamente subito dopo pranzo. Ricordo che ero assieme all'Amico di sempre Ernesto De Pascale, Maurizio, Simona ed altri di cui adesso non ricordo.
Praticamente alle 14 eravamo già li seduti davanti al locale che avrebbe aperto la stretta porta (ricavata da uno “zero” della scritta 2000) attorno alle 16.
Il prezzo del biglietto, non vorrei sbagliarmi, era di 2.000 lire.
Rammento che Ernesto, che si portava dietro (e di questo, e molto altro, lo ringrazierò per tutta la vita) macchina fotografica e registratorino, ebbe la bella pensata dopo pochissimo di alzarsi in piedi...fu così che tutti si alzarono e cominciarono a spingere per avvicinarsi alla porta, dove noi eravamo praticamente schiacciati! Restammo in quella comoda posizione per ben un paio d'ore (era il 20 di Agosto!), finchè finalmente aprirono e ci catapultammo proprio sui primi gradini.
Il Piper infatto non aveva un vero e proprio palcoscenico rialzato, il palco era praticamente la parte più alta dopo alcuni gradini.



Quando arrivò Peter Gabriel tutti, ma proprio tutti, iniziarono a battere le mani e fu davvero emozionante averlo ad un metro di distanza. Con i capelli rasati sulla fronte dipinta d'argento, una calzamaglia nera ed il collanone enorme d'argento al collo. Personaggio androgino dotato di un carisma ed un fascino inimmaginabile per i dettami dell'epoca.
La band era posizionata con, dalla sinistra: Mike Rutheford seduto, con accanto un rack per chitarre e basso tutto scorticato, Steve Hackett seduto, Peter Gabriel al centro con davanti a se una cassa di una batteria, anch'essa mezza rotta, Phil Collins con una batteria Gretch anch'essa bella incerottata e Tony Banks all'estrema destra guardando il palco.
La cosa che mi parve strana fu che erano disposti schierati, cioè che non avevano la batteria dietro, come quasi tutte le altre bands, ma erano in linea...



Iniziarono il set pomeridiano con “Watcher Of The Skies”. Alla fine del brano, Peter presentò il brano successivo, ricordo che aveva un fogliettino in cui aveva scritto un'approssimativa traduzione in italiano delle sue parole: “... nuovo LP si chiama “Foxtrot”, it's called this track Can Utility and the Coastliners”. Una stupenda “The Fountain of Salmacis” (La Fontana di Salmacis, così Gabriel annunciò il brano) fino ad una stupefacente “The Knife” con tutti noi che urlavamo a squarciagola.



Finito il set,ricordo che faceva un caldo veramente incredibile, avevano aperto anche tutte le uscite di sicurezza laterali per permettere al pubblico di uscire e di far respirare un po' quelli rimasti dentro, pubblico che raggiungeva circa le 5-600 persone, visto che il locale non poteva ospitarne di più.
Ci ritrovammo fuori con i Genesis stessi a parlare del concerto appena concluso. Peter Gabriel aveva accanto a se una ragazza bellissima e, ricordo che ci demmo appuntamento per il secondo show che si sarebbe svolto di li a pochissime ore.
La particolarità dello spettacolo serale fu che eseguirono un brano, come bis, che non avevano mai eseguito dal vivo in precedenza e che, credo, sia rimasta una delle poche, se non l'unica volta che sia stata eseguita dal vivo, vale a dire “Harold The Barrell”.
Ricordo anche che Peter Gabriel si presentò con una rosa in bocca su “The Knife” che gli fu lanciata da un amico di Ernesto che era venuto al concerto assieme a noi e di cui non rammento il nome.



Particolarità di quell'evento fu che il giorno successivo, per i Genesis un day-off (cioè una data libera da impegni), fu disputata una partitella di calcio tra i Genesis stessi che furono prelevati dal piccolo alberghetto a due stelle dove alloggiavano (dietro al Principe di Piemonte) da alcuni fans, (tra cui Ernesto che il giorno successivo mi raccontò dell'episodio) e questi fans appunto.
Ernesto mi disse che i Genesis persero 3 a 0 e che non aveva mai visto degli inglesi giocare così male al calcio. Giocarono in sei contro sei sulla spiaggia e, prima della gara, si fecero anche alcune foto tutti assieme e Gabriel indossò, solo per le foto, il collanone d'argento sul petto nudo.
Non ricordo il perchè non partecipai a quella partita; la memoria a 40 anni di distanza a volte fa strani scherzi; probabilmente mi ritenevo già appagato dai due concerti e dalla chiacchierata fatta con loro in quella fantastica domenica di quel lontano Agosto.

So Long

(la foto dei Genesis è stata scattata da Ernesto De Pascale. La foto dell'esterno del Piper 2000 è stata scattata da Silvano Martini)

domenica 18 marzo 2012

BRUCE SPRINGSTEEN live in Bologna- Palamalaguti 18 Oct. 2002

Perchè parlo adesso, 10 anni dopo, di un concerto? Perchè le emozioni non hanno scadenza e, a volte, ritornano fuori in maniera prepotente e ti fanno rivivere le stesse sensazioni anche a 10 anni di distanza.
Basta poco per far si che una cosa come questa accada, in questo caso la scintilla che ha acceso il fuoco è l'uscita di un nuovo album del Boss (Wrecking Ball) del 6 Marzo scorso.
Generalmente Bruce è capace di scatenare in me, unico Artista capace, la voglia, nei giorni che precedono l'uscita di un suo nuovo disco, di riascoltare quasi tutta la sua produzione discografica e di “rivivere” sensazioni passate, forse per prepararsi alle nuove che ci donerà con il disco appunto e con il suo nuovo tour.



Erano giorni un po' particolari della mia vita; vivevo una storia d'amore piuttosto travagliata e, proprio in quei giorni, i momenti tra me e quella ragazza (una storia molto importante per tutti e due) non erano dei migliori ed avevamo preso la decisione di non frequentarci più, almeno per quel momento.
Presi dunque con molto entusiasmo la chiamata per occuparmi della sicurezza personale del Boss in occasione di quel concerto; era un modo per “staccare” un po' dai pensieri (non pensavo che invece Springsteen con la sua Musica che ha la capacità di toccare delle corde particolari dei sentimenti, mi avrebbe acceso ancora di più certi stati d'animo) ed inoltre avrei rivisto il Boss dopo moltissimo tempo, la mia ultima volta con lui risaliva infatti al 1988, “Tunnel Of Love Tour”, al Flaminio di Roma.

Era il “The Rising Tour”, il tour che accompagnava un disco che avevo amato moltissimo, in maniera viscerale e che l'estate precedente mi aveva fatto compagnia come soundtrack nella vacanza assieme alla mia ragazza ed alla mia Harley Davidson Road King 1.340 sulle strade della Sardegna che avevamo percorso in lungo ed in largo.
Caricai con me in macchina Edoardo, un “Bruce- Brothers” alla sua prima visita al Boss dal vivo e partimmo alla volta di Bologna in tarda mattinata.
Mangiammo i numerosi panini, farciti praticamente di tutto, che l'adorabile mamma di Edoardo aveva preparato e, con “Live at Winterland 1978” nello stereo ci sparammo i circa 100 km. Che ci dividevano dalla bella citta'.

Al Palamalaguti, dopo aver preso i contatti con la security del posto, feci la mia presentazione al responsabile della sicurezza di Springsteen, un personaggio davvero caratteristico.



Andrew Michael, detto Andy, che si occupava di coordinare, oltre che la sicurezza personale di Bruce, anche la sicurezza locale dei vari posti dove lui suonava.
Era un ex- culturista greco, però naturalizzato inglese, di 52 anni, rasato con un grosso paio di baffoni alla tartara, le braccia piene di vecchi tatuaggi e le mani piene di anelloni d'oro (tutte cose che lo rendevano piuttosto “simile” a me), piuttosto brusco nel modo di parlare e sbrigativo nei modi ma che, notai, mi prese subito in simpatia e notò la mia immediata capacità di sbrigare le cose che andavano fatte.
Mi portò quindi immediatamente nel backstage, dove salutai appena entrato un tranquillo “Big Man” Clarence Clemmons che, seduto su di una comoda poltrona, si fumava un enorme sigaro cubano, indossando un comodissimo kimono supercolorato. Andy mi fece dare un bel pass “all Areas” ed assieme andammo ad aspettare l'arrivo del Boss sulla strada posteriore all'ingresso del Palazzetto.

Mentre attendevamo l'arrivo e mentre arrivavano alla spicciolata le varie “personalità” italiane, tra le quali ricordo un fischiatissimo, da parte delle centinaia di ragazzi presenti al di la delle transenne che avevamo posizionato, Mario Luzzatto Fegiz, giornalista del Corrierone.
Andy mi parlava della vita assieme al Boss, che definiva una persona davvero per bene, mentre era un po' meno tenero nei confronti della signora Springsteen, Patti Scialfa che diceva essere il “vero Boss”!

Arrivo di Bruce, sorridentissimo, soundcheck e via nei camerini in attesa che il Palamalaguti si riempisse di Bruce-Brothers, cosa questa a dire il vero successe molto ma molto velocemente e poi ci fu l'attesa adrenalitica che precede ogni grande show.

Stavano per uscire; Andy riescì a farmi rischiare l'arresto almeno un paio di volte, facendomi tradurre (cosa che io feci ovviamente “purgando” un po' il tutto) le sue frasi ai funzionari della legge presenti, funzionari che lui non voleva assolutamente tra i piedi, giudicando assolutamente inutile la loro presenza li nel backstage. Mi diceva di dirgli letteralmente che se non se ne andavano da li io e lui li avremmo volati di peso fuori dal palazzetto!
Finalmente Bruce e gli E-Streeters, puntualissimi, uscirono dalle loro rooms e, in formazione quasi paramilitare, con Andy e le altre sue bodyguards alla sinistra del Boss ed io più altri della sicurezza locale alla sua destra, ci incamminammo al buio nel corridoio che dal backstage avrebbe portato al palco.
Bene, in quel momento accadde una cosa che mi fece capire ulteriormente la grandezza di quest'uomo e dell'immenso rispetto che egli nutre nei confronti del suo pubblico.

Stavamo appunto camminando lentamente nel buio, quando lui, alla testa della formazione, si fermò improvvisamente; stava guardando a terra e nessuno di noi capiva cosa stesse cercando. Io accesi immediatamente la piccola torcia elettrica che porto con me quando sto lavorando ed illuminai la punta dei sui stivali lucidi. Notai che uno di questi era sporco proprio sulla punta; porsi a Bruce un fazzolettino di carta, lui poggiò il piede su un gradino e pulì la punta del suo stivale, mi battè la mano sulla spalla e, guardandomi serio, mi disse: “ Grazie! Il mio pubblico è troppo importante perchè io possa presentarmi davanti ad esso con le scarpe sporche”!!!
Riuscite a comprendere quanto rispetto e quanta immensa umiltà ci sia in un piccolo gesto come questo fatto da un uomo che, per il suo pubblico, è vera e propria leggenda?




Il boato che lo accompagnò sul palco, come tutte le volte che lui sale su di un palco, è sempre qualcosa che resta impresso per la forza e la spontaneità con cui avviene. Il pubblico italiano è poi, da sempre, il suo “dodicesimo uomo” ed anche in quella occasione, in un posto abbastanza piccolo ma straripante di gente,per gli standard abituali dei suoi concerti non fece eccezione, anzi.

“The Rising”, “Lonesome Day” e, già la prima sorpresa: “Night” aprirono in maniera fantastica il concerto...ma fu la quarta canzone, l'inaspettata “Something In The Night”, che non eseguiva da tempo immemore, che Bruce toccò profondamente le corde delle mie emozioni. Ricordo che seguivo Bruce da sotto il palco durante le sue camminate avanti e indietro. Li, complice il fatto che la cantò quasi interamente da fermo davanti al microfono, mi pazzai a gambe larghe e leggermente piegato in avanti, per non disturbare i ragazzi del pubblico davanti a me...e iniziai a sentire le lacrime scendermi sul volto. Mi passò davanti agli occhi la mia storia d'amore ed il periodo che stavamo vivendo. “...Quando trovammo le cose che amavamo, erano morenti e distrutte nella polvere. Cercammo di raccattarne i cocci e allontanarci senza alcun rumore, ma ci hanno presi giù al confine e bruciato le nostre macchine in un'ultima battaglia e ci hanno lasciato correre bruciati ed accecati inseguendo qualcosa nella notte...”

Inutile fare la cronistoria del concerto, chi ha il dvd del live a Barcellona (perchè quello è il periodo) sa di cosa parlo. Bruce era in una forma stratosferica ed era il “Rising Tour”, un lungo tour bellissimo, assolutamente ai livelli dei suoi migliori.
Ricordo una “Born To Run” con ospite sul palco l'amico Elliot Murphy ed una “Thunder Road” con il suo ritorno sul palco, richiamato a gran voce dal pubblico, per eseguire il brano da solo al pianoforte. Assolutamente struggente.

Finito il concerto, dopo aver rimesso il Boss nella macchina che lo avrebbe riportato all'albergo, salutai con un abbraccio Andy, che purtroppo non avrei avuto occasione di rivedere nelle due successive occasioni in cui lavorai nuovamente con Springsteen (Firenze e Milano 2003), mi dissero infatti che non lavorava più con loro, “Chissà dov'è” furono le testuali parole di Frankie, l'attuale persona che ricopriva il suo ruolo, facendomi intendere che Andy era davvero un personaggio strano, per così dire “ai limiti”. Salutai i ragazzi della sicurezza bolognese e ripresi Edoardo, con cui ci avviammo alla macchina che ci avrebbe riportato a casa.

I concerti di Bruce Springsteen hanno il forte potere di lasciarti delle sensazioni particolari anche a ore e giorni di distanza. Fu così anche in quel caso, facemmo tutto il viaggio ascoltando quella, che anche se non era stata eseguita nel concerto che avevamo appena vissuto, ci sembrava la canzone perfetta per il mood che entrambi stavamo vivendo. Una delle ballate più sentite e struggenti del Boss: “New York City Serenade”.



Concludo con le parole che Edoardo mi ha scritto su facebook a distanza di dieci anni da quella esperienza, da quel viaggio e da quel concerto: “...Due momenti che a distanza di molti anni restano scolpiti indelebili nella mia mente e non è un caso...e al ritorno “New York City Serenade” con quell'intro di pianoforte che sembrava di viaggiare nel Lincoln Tunnel tra il New Jersey e New York, con il fumo che saliva dai tombini e dai vicoli scuri, non sembrava di essere nelle gallerie dell'Appennino e te che dicevi “che canzone...che canzone...”. Ero un ragazzino ma il mio amore per Bruce passa soprattutto per quella notte. Questi sono i Bruce-Brothers!”.
Cercammo di raccattare i cocci...e allontanarci senza alcun rumore.

sabato 17 marzo 2012

DAIKAIJU live at Controsenso, Prato 17/03/12

Il Controsenso a Prato è uno di quei locali che magicamente resistono all'incedere di questi tempi bui, omologati e massificati.
E' un piccolo club che può arrivare a contenere un paio di centinaia di persone, alle pareti le faccione dipinte di Jimi Hendrix, Bob Dylan, i Beatles e i Kiss ci guardano rassicurandoci, come a dirci “tranquillo, sei in un posto dove puoi ascoltare good music e provare good vibrations, a contatto con tuoi simili”.



E' un tipo di posto dove, ad esempio Tarantino avrebbe potuto girare qualche scena interna per qualche suo film, chessò “Death Proof” ad esempio.
In un angolo della sala c'è un piccolo palcoscenico dove ben tre volte a settimana si esibiscono Bands della realtà emergente italiana e straniera. Spesso si può aver la fortuna di scoprire piccoli gioiellini non ancora conosciuti e restare piacevolmente stupiti dalla qualità del live appena visto.



E' quello che è successo a me ieri sera quando, dopo un'ottima apertura da parte dei Plug & Play, duo nostrano sulla scia dei Black Keys, hanno infatti proposto un'infuocata versione di “Lonely Boy” della band di Akron, si sono presentati sul palco, con indosso maschere kabuki, quattro loschi ed inquietanti figuri.



Secret Asian Man e Dyamaxion Lee alle chitarre, Conflict Brain al basso e Mr. Nein alla batteria (questi i loro pseudonimi), sono quattro ragazzi (o forse anche ex ragazzi) dall'Alabama che dal 1999 si sono messi assieme ed hanno deciso di proporre un tipo di Musica che cerca di creare un'atmosfera molto particolare.
Definire la loro Musica non è semplice, innanzitutto è un sound completamente strumentale, suono da garage band in cui le due chitarre ed un synth producono un suono vorticoso che potremmo provare a descrivere come se prendessimo Dick Dale, The Shadows e li mettessimo in un frullatore assieme a qualche suono tratto da una soundtrack di Quentin Tarantino (tipo Pulp Fiction o Death Proof) e qualche colonna sonora di qualche Manga giapponese, accendessimo lo start e lo facessimo frullare alla velocità massima consentita.
Il pubblico viene investito da questa ondata di suono e trascinato in un trip musicale abbastanza particolare, aiutati a lasciarsi coinvolgere anche dai due chitarristi che non esitano a scendere in platea per trascinare letteralmente la gente presente.



Brani come “Escape From Nebula M Spacehunter”, “”Forcefield Lifts Over Neon City” o “Zombie Harem” sono indicativi del loro particolarissimo sound.
Finale con la Band che invita il pubblicoi presente a salire sul palco (finchè questo può contenerne) e loro sotto a terminare il set, poi lasciano gli strumenti in mano alla gente e via nei camerini.
Davvero un'ottimo viaggio musicale.



So Long

giovedì 15 marzo 2012

THE SHEEPDOGS

The Sheepdogs sono una delle nuove Bands che mi ha letteralmente conquistato.


Spesso sento dire che la Musica è finita, che non c'è davvero nulla di nuovo e che molte delle cose che ascoltiamo oggi sono soltanto dei rimasticamenti di cose già ascoltate in passato e che, quindi, non vale nemmeno la pena di mettersi a cercare qualcosa di nuovo. Si preferisce così, talvolta, rifugiarsi nel rassicurante ventre caldo e materno del suono del passato, nelle bands del passato e, cosa pericolosissima (lo dico soprattutto ai giovani), si cerca in qualche modo di “riviverlo”.
Niente di più sbagliato.
Ve lo dice uno che, quel passato che tanto amate e che cercate di rivivere, lo ha vissuto totalmente, acquistando i dischi al momento della loro uscita, seguendo quindi un ordine cronologico, che ha visto i concerti delle Bands di allora, con tutti i membri originali e non come adesso che si riformano con magari un solo membro della line-up originale, cercando di riportare in giro dei “nomi” che sono leggendari, con il solo risultato di sputtanarli, che ha visto nascere e crescere Bands che sono poi divenute vere e proprie leggende. Cercare di rivivere oggi quegli anni, con i tempi, i ritmi e le mentalità completamente diverse che ci sono adesso, può essere molto pericoloso, puo' farvi perdere il contatto con la realtà odierna e farvi perdere il buono che c'è, esiste ancora oggi. Basta aver voglia di cercarlo.
Il passato c'è, è li, pronto a darci stimoli per il futuro e sensazioni bellissime ancora oggi, ma non si deve perdere quella che era la preerogativa di noi giovani degli anni '70, quella cioè di scoprire cose nuove.



D'accordo, la produzione esagerata di oggi a volte può scoraggiare, però non bisogna abbattersi, anzi bisogna sempre di più “saper scegliere”, perchè di cose valide, molto valide, ce ne sono a bizzeffe anche in tempi odierni.

Questo è quanto devono, giustamente, aver tenuto a mente questi quattro ragazzi di Saskatoon, Canada mentre si son messi sotto con le loro composizioni: orecchio rivolto al passato ma sguardo diretto al futuro.
Sicuramente hanno ascoltato massicce dosi di Bands targate seventees, come Allman Brothers, Creedence Clearwater Revival e Guess Who, però hanno saputo, cosa non sempre facile, dare una nuova freschezza, una sorta di suono attuale ai loro brani.
Composizioni che hanno una loro personalità, una forte personalità, cosa questa che purtroppo spesso manca a molte Bands attuali ( e la durata dilatata di un cd non aiuta certo, a differenza delle Bands del passato che avevano le due misere facciate di un LP da riempire). Qui le composizioni ci sono e colpiscono subito, al primo ascolto.
Brani come “Learn & Burn”, “I Don't Get By”, “The One You Belong To”, “Please Don't Lead Me On” o “Southern Dreaming” (titolo esplicativo dei loro ascolti), tutte contenute nel loro ultimo disco “Learn & Burn”. Brani ad ampio respiro, canzoni che entrano immediatamente nella testa e fanno pensare a cosa possono diventare nella dimensione dilatata di un concerto, visto che la particolarità di questi Sheepdogs, a mio avviso, è quella di potersi trasformare senza alcun problema all'occorrenza in una Jam Band


>


La formazione comprende: Ewan Currie dotato di una bella voce, alla voce appunto, chitarra e tastiere, Leot Hanson chitarra e backing voice, Ryan Gullen che suona un fantastico Rickenbacker con le dita, senza il plettro (e che suono pazzesco riesce ad avere il Rick se suonato con le dita!) e Sam Corbett alla batteria.
Di loro ho anche la registrazione del loro live del 2011 al Bonnaroo Festival, dove in una quarantina di minuti appena, riuscirono a conquistare completamente l'audience.

Ragazzi, non abbiate paura a cercare cose nuove da ascoltare, vi potrebbe capitare di scoprire Bands come gli Sheepdogs ed allora sarà una gioia, come facevamo noi, ragazzi dei '70, quando riuscivamo a trovare qualche nuova sconosciuta Band da proporre agli amici.
So Long