martedì 29 gennaio 2013

THE CLASH- Bologna, Piazza Maggiore 1 Giugno 1980



Anni particolari quelli che vanno dalla fine dei 70 all'inizio del decennio successivo.
La musica che avevamo ascoltato negli anni passati, Pop, Country,ecc. Era stata letteralmente spazzata via da un fenomeno chiamato Punk. Un fenomeno che aveva fatto piazza pulita del ciarpame che era divenuta la nostra musica. Dinosauri come Pink Floyd, Emerson, Lake & Palmer, Eagles, eccetera, sparate le loro cartucce migliori molti anni prima, si dibattevano come enormi animali in una cristalleria, pensando che aumentare a dismisura le loro strumentazioni avrebbe aumentato la loro creatività; evidentemente non era così e dei giovani ragazzi, armati da tanta voglia di esprimersi e con non molta tecnica, riuscirono nell'impresa di catalizzare tutto l'interesse attorno a se.
Sex Pistols, The Damned, The Clash, Sham 69, The Saints, Richard Hell and The Voidoids, The Ramones, The Stranglers, The Heartbreakers erano i nomi che circolavano ed i loro dischi erano quelli che riempivano l'aria satura, in quel periodo, di tanta sana e buona energia.

Chi non ha vissuto quei giorni e giudica adesso a più di trent'anni di distanza un fenomeno come quello, guardando solo l'aspetto tecnico-musicale, non ha davvero capito nulla dell'importanza e della forza dirompente che quegli anni ebbero su un'intera generazione di persone.




In quel 1980 di quella forza dirompente era ovviamente rimasto ben poco, però l'aria era ancora satura di energia e molte di quelle bands si erano trasformate in qualcosa di diverso. Una in particolare era davvero qualcosa di diverso. Qualcosa di più di un “fenomeno Punk”.
In particolare il disco che avevano inciso proprio alla fine del decennio precedente (Dicembre 1979), proprio per scelta, era l'album della svolta.
“London Calling”, un disco che personalmente includo in una mia ipotetica scelta nei dieci album di tutti i tempi da portare con me su un'isola deserta. Era uscito nel Dicembre dell'anno precedente ed aveva fatto capire chiaramente la direzione che avrebbe intrepreso da li in poi la band, quella di un suono difficilmente catalogabile. Un suono che avrebbe abbracciato mille altri stili facendoli propri e che il disco successivo, “Sandinista” avrebbe celebrato.

Era appena terminato un Maggio che mi aveva regalato Lene Lovich al Teatro Tenda di Firenze e nientemeno che l'Iguana Iggy Pop in un concerto incredibile alla Stadio Comunale, sotto la curva ferrovia, sempre a Firenze.
Le radio private e la (poca) stampa iniziarono a parlare di un fantomatico concerto gratuito a Bologna, un concerto che si sarebbe dovuto svolgere il 2 di Giugno in Piazza Maggiore con, appunto, la band che in quel momento era al centro dei miei mille interessi musicali: The Clash!




Dovete tener presente che all'epoca non esisteva il tam tam che è possibile al giorno d'oggi per far conoscere un evento e che le radio libere appunto, ed il passaparola erano i metodi più diffusi.
Comincio' dopo pochi giorni a spargersi la voce che il fantomatico concerto si sarebbe svolto il 1 Giugno anziché il 2 a causa di un non precisato comizio di Pietro Longo, allora segretario del Partito Socialdemocratico. Le notizie erano però frammentarie ed erano in molti a giurare che il concerto invece si sarebbe tenuto il 2 Giugno, come annunciato in precedenza.

Visto che la distanza non era poi molta e che, per me, l'evento era assolutamente da non perdere, decisi, assieme a Stefania la mia ragazza dell'epoca, di partire il 1 Giugno così, a scanso di equivoci, non mi sarei perso il concerto qualora fosse stato in programma per quel giorno, altrimenti, poco male, saremmo tornati il giorno successivo.
The Clash valevano bene una Firenze- Bologna da percorrersi anche per due giorni di fila!

Partimmo dunque quella domenica 1 Giugno appena dopo pranzo, ero anche allora molto previdente e mi mettevo in marcia con largo anticipo.
Arrivammo a Bologna molto presto, all'incirca verso le 15- 15,30 e parcheggiammo la macchina, una fiammante Alfa Romeo GTV, in una stradina adiacente Piazza Maggiore (pensate ad una cosa simile al giorno d'oggi; parcheggiare una macchina di quel tipo in una strada adiacente una piazza dove di li a poco si sarebbe svolto un grande concerto Punk gratuito!).

Arrivati in Piazza vedemmo che era si posizionato un palco, nemmeno troppo piccolo rispetto agli standards dell'epoca, ma che era desolatamente vuoto e che le persone presenti in piazza erano poche decine.

Cavolo pensai, non sarà mica stata tutta una bufala? Forse il concerto sarà il giorno successivo? Nel dubbio decidemmo di sederci sulla grande scalinata laterale in attesa di sviluppi; in fondo era domenica ed anche se il tempo non era dei migliori, non faceva infatti caldissimo ed alcune nuvole volteggiavano piuttosto torve sopra le nostre teste, non avevamo ormai niente altro da fare, per cui attendemmo gli sviluppi della giornata.

Intanto in piazza iniziavano ad arrivare personaggi della tipica fauna di allora: punks dalle creste colorate, guance perforate da spilloni da balia, borchie, spille,giubbotti in pelle ed anfibi, metallari ed appassionati di Rock. Inoltre alcune persone stavano iniziando a darsi da fare per montare amplificatori e microfoni sul palco.
Mi arrivò in mano persino un delirante volantino firmato Raf Punk che invitava a boicottare “gli stantii Clash” (?) ed il concerto stesso che, a loro detta, era stato organizzato dall'amministrazione comunale “per fotterci” (?).





La Piazza piano piano stava iniziando a riempirsi e noi, io con il mio fido “Ghetto Blaster” (enorme registratore stereo molto di moda in quegli anni, con cui registravo accuratamente ogni concerto che vedevo) ci avvicinammo al palco.

Iniziarono i Cafè Caracas, formazione in cui militavano un giovanissimo Ghigo Renzulli alla chitarra e Raf (si proprio quel Raf li). Inutile dire che dopo alcuni pezzi, durante i quali furono bersagliati da sputi e lattine, dovettero letteralmente scappare dal palco.
Subito dopo toccò a The Whirlwind, che furono un po' più sopportati, questo il termine giusto, ma che passarono però quasi totalmente inosservati.
Cresceva l'attesa, le nubi erano sempre più dense e minacciose, il Reggae sparato dagli altoparlanti iniziava a diventare sempre meno sopportabile ma dei Clash nemmeno l'ombra.
Intanto un punk con un pittoresco spazzolino da cesso salì sul palco, acclamato dalla folla, per liberarlo dalle lattine e dalle bottiglie che lo ricoprivano; davvero una scena buffa ed inconcepibile al giorno d'oggi.

Erano ormai le 22:00 e c'era indubbiamente qualcosa che non andava, le nubi avevano iniziato a lasciar cadere le prime fastidiosissime gocce; il Reggae stava diventando insopportabile al pubblico presente, che iniziava ad essere piuttosto numeroso, però dei Clash, purtroppo, non c'era nemmeno il sentore.
Passò un'altra mezzora e, quando la situazione stava diventando insostenibile, un Michael Pergolani, attento a schivare le numerose lattine e sputi che gli piovevano addosso, afferrò il microfono e gridò “I Clash!”.
Eccoli! Finalmente le figure di Joe Strummer, una specie di Montgomery Clift ma molto più schizofrenico, praticamente un fascio di nervi pronti ad esplodere, Paul Simonon, una specie di eroe cinematografico, stavolta in versione simil-skinhead e quel ceffo di Mick Jones mi si presentarono davanti. C'era qualcosa di strano però, i tratti del batterista non ricordavano assolutamente il segaligno picchiatore Topper Headon; questo era piuttosto paffutello e con i capelli lunghi. Vabbè pensai, forse lo avranno cambiato.




Inizio' il concerto con un grande casino sotto il palco; una gang di Roma, piuttosto famosa all'epoca, i Centocelle City Rockers, spazzarono via dalle prime file i contestatori del volantino presenti e presero posto assieme a molti punks sotto il palco, privo ovviamente di transenne davanti; io al lato sinistro del palco, in quarta- quinta fila, mantenni la mia postazione con il pesantissimo registratore tenuto sopra la testa e con gli occhi attenti alla mia ragazza.

“Clash City Rockers”, “Brand New Cadillac” e “Safe European Home” in rapida sequenza mi dettero conferma di quello che mi ero accorto già dalle prime note: qualcosa decisamente non andava. Erano mosci, non c'erano gli stacchi furiosi, da retaggio Punk, a cui ero abituato ascoltandoli su disco; il batterista non era decisamente all'altezza e quel che peggio mostrava di non conoscere nemmeno bene i pezzi!
Decidemmo di spostarci un po' più indietro, il grosso registratore iniziava a pesarmi un po' per dover pure reggere le ondate paurose delle prime file.
Purtroppo il concerto non decollava assolutamente, questo batterista assolutamente non all'altezza mi faceva quasi pentire del fatto di essere venuto a vedere una band che amavo tanto e che altrettanto mi stava deludendo. Anche due canzoni che amavo moltissimo come “London Calling” e “Spanish Bombs” se n'erano andate, suonate come ad una festa tra amici.





La delusione anche di buona parte del pubblico era palpabile, quando all'improvviso, dopo una mezzoretta, si fiondò dietro la batteria Topper Headon che chissà da dove arrivava (in seguito sapremo che si era perso per strada, dato che i Clash, come loro abitudine, erano arrivati ognuno con i propri mezzi dalla location del concerto precedente, in questo caso da Nizza, dove avevano suonato il 30 Maggio al Thèatre Du Verdure).

Mick annunciò “We have to change drummer...” e subito “One, Two, Three, Four” e con “White Man In Hammersmith Palais” partì un concerto che resterà in futuro per sempre nella mia mente e nel mio cuore, superiore come ricordo ed emozione persino a quello di Firenze dell'anno successivo (anche se di poco).
Un concerto vivo, pulsante, vibrante. I Clash erano in quella fase meravigliosa della loro carriera che presagiva a grossi cambiamenti ma che ancora non aveva dimenticato la carica Punk degli esordi ed infatti, da li in avanti, fu un concerto così e la scaletta incredibile sta a dimostrarlo.
“Jail Guitar Door” “Somebody Got Murdered”, “Koka Kola”, “I Fough The Law”, “48 Hours”, “Protex Blue” furono letteralmente sputate fuori sulle teste di tutti noi ed anche la pioggia smise di cadere giù aggredita da così tanta irruenza e irriverenza.
Da dove ero potevo vedere l'inferno sotto il palco e, con lo sguardo mi voltavo attorno, vedendo la soddisfazione estrema dei ragazzi vicino a me che, come me, adesso riconoscevano il suono della band.

Dopo un finale devastante, poche volte ho assistito ad un concerto con questa forza dirompente, con in rapida successione “Tommy Gun”, “Garageland”, “Janie Jones”, London's Burning” e “Capital Radio”, su una vertiginosa “White Riot” Mick Jones addirittura cadde a terra svenuto, forse per essersi sbattuto, nella foga, il manico della chitarra sulla testa.




Io e Stefania, (che per inciso era una ragazza totalmente lontana dal mondo dei Clash e del Rock in generale, molto più vicina al mondo della Disco Music dell'epoca, ma che mi accompagnava volentieri a “vivere le mie emozioni” e che chissà cosa farà adesso e se in un angolo della sua mente ci sarà ancora un ricordo di quel giorno) ci avviammo alla mia macchina, miracolosamente intatta e, sulla strada del ritorno, ci riascoltammo il concerto che avevo interamente registrato (pur con enorme fatica) su cassetta Basf Chromedioxid.
E' strano perchè, quasi sempre, non ci accorgiamo della grandezza delle cose nel momento stesso in cui le viviamo; invece ricordo benissimo che in quel momento pensai che avevo appena vissuto un'esperienza il cui ricordo mi avrebbe accompagnato per sempre.


Ho ancora, trentadue anni dopo, quella cassetta (ho anche altre registrazioni digitali di quel concerto) ed ogni volta che la riascolto, rivivo le emozioni di quella bellissima avventura.
Fu quell'evento un vero e proprio spartiacque per il Rock nel nostro Paese; dopo i Clash a Bologna niente fu più lo stesso.





(Le foto a colori sono di: Oderso Rubini, le foto in bianco e nero sono state fornite da Tiziano Gerli)

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