sabato 12 novembre 2016

Willy DeVille and me.



Ho sempre considerato Willy DeVille uno dei più grandi esponenti del Blues mai esistiti.
Il suo era un blues che veniva dalla sofferenza vera, una sofferenza interiore che lo portò più volte a scappare dalla sua terra natia, quella Stamford nel Connecticut, per cercare quel qualcosa che non riusciva a trovare, come un vero e proprio randagio.
A volte ci è riuscito e  la sua musica sta a dimostrarlo.
Era stato conquistato dal Blues attraverso un disco, “So Many Roads” di John Hammond jr. (1965), dopo l'ascolto di quel disco, niente sarà più lo stesso per il giovane William Paul Borsey jr che sposerà la causa del Blues trasformandolo in qualcosa di unico; diventerà infatti Willy DeVille attorno alla metà dei '70, passando attraverso la denominazione della sua band, vale a dire Mink DeVille.
Ho avuto occasione di incrociare la mia strada con quella di Willy ben sei volte; la prima risalente al lontano 1984, quando ancora appunto, si facevano chiamare Mink DeVille, in un caldo, caldissimo giorno di metà Giugno.
L'interno della discoteca “Tenax” di Firenze dove si esibiva, era addirittura incandescente ed il fumo delle sigarette, quando il pubblico poteva ancora fumare all'interno dei locali, si sarebbe tagliato soltanto con una scimitarra.
L'album con cui girava in quel tour era “Where Angels fear To Tread” e la sala era davvero stracolma di gente, complice anche il fatto che l'emittente televisiva di allora, “Videomusic”, passava molto spesso il video di “Each Word's a Beat Of My heart” e la ballata in salsa rock “Demasiado Corazon” riscuoteva un discreto successo qui da noi.
L'inizio fu quasi cinematografico, con una stupenda “Harlem nocturne”, il celebre brano di Earle Hagen e Dick Rogers.
L'apparire in scena di questa specie di Capitan Uncino, con orecchini, anelli e denti d'oro, vestito come un principe decaduto, fu quasi uno shock per tutti i presenti.
La sua band, con Luois Cortellezzi al sax e Kenny Margolis alle tastiere e fisarmonica e Rick Borgia alle chitarre, era qualcosa di spettacolare.
“Cadillac Walk”, “Spanish Stroll”, oltre a quasi tutto l'ultimo album, più alcune covers “Save The Last Dance For Me” su tutte, fecero di quel mio primo concerto di quella band, un qualcosa di assolutamente indimenticabile.
Appena pochi giorni dopo, trovandomi in Versilia, decisi di andare a vedere una manifestazione che si teneva al famoso tendone di Sergio Bernardini, sul lungomare che divide Lido di Camaiore da Forte Dei Marmi, che si chiamava “Bussoladomani”, incuriosito da un cartellone che vedeva la presenza dei più disparati artisti, che sarebbero stati presentati da Gianni Minà.
Questo spettacolo, denominato “Rockstar 84”, veniva ripreso dalle telecamere RAI e sarebbe poi andato in onda nell'inverno successivo.
In cartellone c'erano appunto i nomi più disparati, da Mink DeVille appunto, a John Mayall, a Edoardo Bennato, Gianna Nannini, i Krisma, Jimmy Cliff, Tullio De Piscopo, fino a meteore di quegli stravaganti anni '80, come Garbo, Joe Squillo, i Berlin, i Re-Flex ed un certo Marilyn, una specie di transessuale con una lunga chioma biondissima.
Programma quantomeno sconclusionato ma, per me, interessante, vista soprattutto la presenza di John Mayall e Mink DeVille appunto.
Ovviamente la delusione fu grande quando mi accorsi che quasi tutti gli artisti si esibivano in playback, ad uso delle telecamere, come era prassi quasi costante in quell'epoca.
Ricordo uno scontrosissimo John Mayall che, peraltro, fu uno dei pochi ad esibirsi da vivo, anche se in un solo brano, come del resto Willy, che però cantò dal vivo (Demasiado Corazon) ,ma su basi registrate.
Dovetti aspettare ben cinque anni prima di incrociare il mio cammino con quello di questo artista che tanto amavo, però questa volta lo avrei fatto da addetto ai lavori; ero infatti, già da alcuni anni, il responsabile della security del Pistoia Blues Festival che, nell'edizione del 1989 propose in cartellone Willy DeVille.
Willy si presentò a Pistoia nel corso di un breve tour nel nostro Paese, tour che, in sole tre date, toccò Milano, Roma ed appunto il Festival Blues di Pistoia, che sarebbe stata l'ultima delle tre.
Fu quello però un tour estremamente sfortunato per il musicista, che ne frattempo si era trasferito a New Orleans, sposando appieno gli umori ed i sapori di quella città dall'atmosfera unica e magica.
A Milano aveva suonato gratuitamente i Piazza Duomo ma un violento acquazzone aveva fermato il concerto a poco più di venti minuti dall'inizio.
A Roma invece il concerto fu fermato dai Carabinieri per “schiamazzi notturni” ed anche a Pistoia, come vedremo, non andò benissimo.
Willy si presentò con una formazione priva dei fiati e con un giovane promettente chitarrista che all'epoca aveva già suonato con Ray Charles, Joe Cocker e Rickie Lee Jones, vale a dire Jeff Pevar, che sostituiva Ricky Borgia.
Nei camerini era sempre accompagnato dalla bionda moglie Lisa Leggett che, in seguito nel 2001 si sarebbe tolta la vita impiccandosi.
Dovete tenere presente che in quegli anni, il pubblico dei festival Blues, ed in particolare quello di Pistoia, era molto esigente e difficilmente era portato a transigere per quanto riguardava i generi proposti su quel palco che dovevano essere obbligatoriamente molto vicini al Blues più ortodosso; non erano tollerate contaminazioni insomma. Molti artisti, anche in precedenza, ne avevano fatto dolorosamente le spese, uno su tutti l'anno precedente, il grande Curtis Mayfiled che era stato persino fischiato per aver proposto il suo magnifico soul , che il pubblico non aveva assolutamente apprezzato, considerando la sua esibizione quasi un tradimento nei confronti del genere che dava il nome alla manifestazione. Meno male che le cose con gli anni sono cambiate,mi vien da dire, anche se qui si aprirebbe una parentesi che porterebbe ad una divagazione dal tema troppo ampia.
Il povero Willy non si sottrasse, purtroppo, a questa stupida e provincialissima regola, stupida ed ingiusta soprattutto in questo caso, visto che Willy DeVille rappresentava una delle visioni più personalizzate del Blues stesso.
La sua vita spesso lo aveva portato ad affrontare situazioni al limite, la sua cultura, la sua genialità facevano pensare ad una visione del Blues con un approccio diverso e molto eclettico della tradizione stessa.

DeVille apparteneva a quella stirpe di musicisti estremamente geniali, penso ad esempio a Screaming Jay Hawkins, che avevano il Blues nell'anima e nelle corde, senza per altro essere legati ai dettami della tradizione delle dodici battute.
Il suo show sul palco di Pistoia, in quel lontano 30 Giugno 1989 si aprì con una spettacolare introduzione di un classico degli anni '50, “Sleepwalk” di Santo & Johnny.
Durante il set lasciò ampio spazio ai brani tratti dai suoi primi albums e belle riproposizioni come “Mixed up Shook Up Girl” e “Little Girl Broke That Promise”.
Purtroppo il pubblico, piuttosto insofferente, soprattutto quello delle prime file, iniziò addirittura a fischiare durante i brani un po' meno tirati, quelli per intendersi dove si sentiva un po' meno la slide tagliente e Willy, in tutta risposta, scaraventò il mazzo di rose rosse che teneva in mano verso la platea e se ne andò nei camerino parecchio contrariato e pure un bel po' incacchiato, dopo poco meno di un'ora.

Dopo la burrascosa data del 1989, il Festival toscano ingaggiò nuovamente Willy DeVille nell'edizione del 1992, includendolo in una serata, bellissima, dedicata ai suoni e gli umori di New Orleans.
Il cartellone di quella magica serata vedeva infatti alternarsi sul palco artisti come Dr.John, Johnny Adams, The New Island Social &b Pleasure Club, Zachary Richards, i pittoreschi Wild Magnolias e, appunto, Willy DeVille.
Personalmente, in quella occasione, trovai Willy in una forma fisica decisamente migliore di tre anni prima, i suoi oramai purtroppo noti problemi con le droghe pesanti parevano superati, anche se un racconto fattomi negli anni successivi, da un caro amico, Elio Capecchi, un musicista che si trovava in quell'occasione nel backstage, su un episodio accadutogli in quel frangente, me l'aveva detta  lunga sul carattere personaggio in questione. Elio incrociò Willy nel corridoio del palazzo comunale che funge da backstage per gli artisti che si esibiscono al festival, quando questi aveva richiamato la sua attenzione, chiedendogli senza tanti preamboli :” Hey you, my friend...have you a joint?” ed allo sconsolato diniego di Elio che aveva risposto allargando le braccia e scuotendo la testa, il buon Willy si allontanò tuonando un “Fuck you!!!!!” che aveva fatto tremare le enormi pareti del palazzo.
Quello fu l'anno del disco “Backstreet Of desire”, che sarebbe stato pubblicato solo pochi mesi dopo, in Ottobre; pensate che negli Stati Uniti, suo Paese natale, questo disco fu stampato soltanto nel 1994 dalla “Rhino”, questo per far capire la considerzione che Willy godeva in Europa, a differenza di quella su cui poteva contare in Usa. In quei giorni però girava già nelle radio la sua bellissima versione mariachi dello standard “Hey Joe”, portata al successo da Jimi Hendrix.

Un album quello, che avrebbe fatto trasparire in maniera netta il suo amore per New Orleans, città dove era andato a vivere e che lo aveva decisamente reso un uomo molto più tranquillo ed a parte le vampate del suo carattere, come nel caso riguardante la richiesta fatta al mio amico, la sua forma fisica era decisamente migliore delle volte precedenti in cui lo avevo visto.
A conferma di questa sua tranquillità, ricordo un aneddoto di quella serata.
In quegli anni ero felice proprietario di un grosso cane di razza bulldog inglese, una razza particolare che mi aveva conquistato al punto di aver fatto stampare un mio biglietto da visita recante un disegno caricaturale, da me eseguito, di un bulldog appunto.
Avevo letto da qualche parte che anche Willy e sua moglie Lisa erano dei grandi appassionati di questa splendida ed unica razza canina, colsi così l'occasione per avvicinarlo e parlare con lui.
Fu stranamente un argomento che lo interessò moltissimo, ai sui occhi non apparivo insomma come il fan che fa domande sulla sua attività musicale e sulla sua produzione discografica, o un giornalista alla ricerca di scoop sui suoi problemi legati alla passata tossicodipendenza ma soltanto un addetto ai lavori che condivideva la sua passione per una razza canina.
Parlando gli mostrai il biglietto da visita recante impresso il mio disegno e Willy ne fu sbalordito, chiamando immediatamente Lisa per mostrarglielo entusiasta. Me ne chiese addirittura altri ed io gli consegnai tutti quelli, una quindicina, che avevo nel portafogli e, quando più tardi lo vidi, dalla porta semichiusa, da solo all'interno della sua stanza, notai che ne stava sbirciando uno rigirandoselo tra le mani, gli era davvero piaciuto insomma.
Willy, in un elegantissimo completo rosa, durante il suo set chiamò sul palco persino il presentatore della manifestazione, l'armonicista Andy J.Forest e, seduti uno accanto all'altro, suonarono una bellissima “Wake Up This Morning”, Willy alla slide e con la sua inconfondibile e bellissima voce e Andy all'armonica.

Passarono ben otto anni prima che avessi ancora l'opportunità di lavorare per lui e fu ancora al Festival di Pistoia, nell'edizione del 2000.
Anche in questa occasione Willy mi apparve in forma, addirittura un po' più in carne, cosa che su di lui era addirittura impensabile in passato.
Elegantissimo con una giacca corta marrone scamosciata, con bordi in pelle, i capelli lunghissimi, il solito baffetto e mosca sul mento ed i numerosi monili d'oro alle dita e al collo. Un cinturone a fibbia tonda portato a mo' di pirata sopra i pantaloni completava il suo solito aspetto che mischiava il pirata al gitano. Bellissimo, Willy era un personaggio fantastico ed un po' inquietante; uno che ti potevi aspettare che da un momento all'altro tirasse fuori uno stiletto dai suoi stivali e te lo puntasse alla gola, infastidito dalla tua presenza!
Accompagnato da un contrabbassista, un chitarrista, un percussionista e due coriste di colore,tutti rigorosamente seduti su sgabelli, come lui stesso che, appena arrivato sul palco, mentre la band iniziava una ipnotica “Loup Garou”, si battè la mano sul petto per salutare il numeroso pubblico, si sedette e si accese la sua immancabile sigaretta che consumò con ampie e voluttuose boccate durante lo svolgimento del brano.
Concerto bellissimo ancora una volta.

L'ultima volta che ho visto Willy DeVille è stato ancora una volta al Pistoia Blues, durante l'edizione del 2005.
Quella, a differenza delle ultime due occasioni, fu la volta in cui lo vidi davvero ridotto davvero male.
Lo andai a prendere quando arrivò con la macchina che lo accompagnava e, quando ne discese, fui colpito dalla sua magrezza.
Si era tagliato anche il famoso pizzetto ed il suo volto appariva bianchissimo ed emaciato.
Non mostrava assolutamente voglia di interferire con nessuno e l'unico interesse che aveva pareva quello di andare ad infilarsi nel suo camerino.
Dopo poco, da parte dell'organizzazione iniziarono a circolare voci sul fatto che pareva non essere in grado di salire sul palco in preda, si diceva, a astinenza da eroina.
Fortunatamente, non so assolutamente in quale modo, la situazione si ristabilì e lui salì sul palco, riuscendo anche in quella drammatica occasione a portare a termine una bellissima esibizione, ricordo ad esempio una “Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud” che mi fece drizzare anche i peli sulle braccia.

Purtroppo da li a soli quattro anni, il 6 Agosto del 2009, il grande Willy DeVille sarebbe venuto a mancare per un maledetto tumore al pancreas.
Gli abusi della sua vita sregolata avevano infine vinto sul fisico di questo pirata, di questo romantico fuorilegge, lasciando tutti noi amanti di grande musica ed in particolare di quella prodotta da personaggi borderline, artisti fuori dagli schemi, un po' più soli e Willy, in questo caso, era davvero uno dei nostri favoriti.


Lo scorso anno, durante un viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, sono passato anche da New Orleans, andando persino nei quartieri francesi a visitare l'abitazione dove aveva vissuto durante uno dei suoi momenti artistici migliori; abitazione che si trova in St,Peter Street 1015. Sono però davvero rimasto stupito, quando parlando con alcuni musicisti della zona, mi sono reso purtroppo conto che, laggiù, quasi nessuno si ricorda di lui ed anche quando ho provato a cercare qualcosa nei numerosi negozi di dischi, giusto per rendermi conto se almeno discograficamente fosse ricordato, beh non ho trovato che una misera raccolta a bassissimo prezzo, persa tra le offerte che nessuno guardava.
Per quanto mi riguarda i suoi dischi continuano e continueranno imperterriti a girare sul piatto del mio stereo e mi ritengo davvero un fortunato per averlo potuto conoscere.
(Le foto dell'articolo:
- "Coup De Grace" (1981)
-"Where Angels Fear To tread" (1983)
- Mink DeVille "Bussoladomani", Viareggio, 16 Giugno 1984
- Willy De Ville Pistoia Blues 1989, 30 Giugno 1989
- Willy De Ville con me al Pistoia Blues '92, 4 Luglio 1992
- Willy DeVille conferenza stampa al Pistoia Blues 2000, 15 luglio 2000
- Willy DeVille con me al Pistoia Blues 2005, 8 Luglio 2005
- Abitazione di Willy a New Orleans in St. Peter Street, 1015)

2 commenti:

  1. grazie, un bellissimo racconto.
    ho trovato il tuo sito ed è stato una bella sorpresa complimenti, ti ho messo tra preferiti, continuerò a leggerti.
    ciao

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    1. Grazie mille, davvero.
      Mi fa molto piacere sapere che continuerai a leggermi.

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