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lunedì 23 gennaio 2023

BEN HARPER, educazione ed umanità di un grande artista

 



Ben Harper ogni volta che è venuto a Pistoia e non soltanto in quel luogo, si è sempre comportato in maniera unica, dimostrando ogni volta una umanità ed una educazione incredibile.

Ho avuto modo di lavorare per lui e di scortarlo in numerose occasioni ed oggi racconterò un paio di situazioni che testimoniano questa sua particolarità.

Ricordo che dopo la sua esibizione nell'edizione del 2006  al Pistoia Blues Festival, organizzò una specie di party all'interno del Palazzo Comunale che, da sempre, funge da backstage.

Era permesso l'accesso solo ai possessori di un particolare pass ma finì che tra lui ed i suoi musicisti fecero entrare molta gente in più.

Nel giardino interno si ascoltava musica e si beveva e la cosa tirò un po per le lunghe.

Avevo tenuto con me solo altri quattro ragazzi della security per permettere il controllo agli accessi ed allo svolgimento della festa stessa, per evitare che qualche invitato cadesse in preda di eccessi, cosa che non si verificò nella maniera più assoluta, vista l'atmosfera assolutamente friendly della serata.

Ad un certo punto, visto che per i ragazzi rimasti si trattava bene o male di uno straordinario al lavoro che avevano svolto fin dal primo pomeriggio, uno di loro, indicandomi impercettibilmente l'orologio, mi fece un cenno con lo sguardo come a chiedermi quanto ancora sarebbe mancato al termine della festa. Mi si gelò il sangue perchè notai che Ben si accorse della cosa e si alzò dalla sua sedia per dirigersi verso di me. Ero pronto già ad un giustissimo richiamo da parte sua ma, con mio stupore, Ben mi chiese se la festa fosse già andata oltre l'orario consentito ed aggiunse che, se lo ritenevo giusto, avrebbe chiesto gentilmente agli invitati di andarsene.



Incredibile! Dissi ovviamente che non c'era nessunissimo problema e che avrebbero potuto continuare a stare li fino a quando lo avrebbero desiderato.

Harper parve rincuorato, mi ringraziò e tornò a sedersi accanto ai suoi amici e fans ed ogni tanto a voltarsi e sorridermi, come a cercare una ulteriore rassicurazione al fatto che non stavano disturbando.

Nel 2013 riuscì a dimostrarmi che spesso quello che decide il management di un artista non rispecchia quello che lui è in realtà.

Ne fu una dimostrazione quello che accadde con lui, artista che avevo sempre conosciuto come estremamente disponibile in tutte le occasioni in cui avevo avuto modo di incontrarlo. 

Durante il suo tour del 2013 assieme all'armonicista Charlie Musselwhite, che serviva per presentare il loro album “Get Up”, fecero tappa anche a Pistoia. Per il loro soundcheck pomeridiano lo staff dell'artista mi chiamò e pretese che assieme ai ragazzi della security tenessi fuori tutte le persone presenti, addetti ai lavori compresi, cosa che spesso mi viene richiesta. La cosa inusuale per Ben Harper fu quello un clima di esagerata protezione nei confronti dell'artista che non avevo rilevato nelle volte precedenti in cui avevo avuto modo di lavorare per lui.

Infatti, una volta terminato il bellissimo concerto che Harper e Musselwhite offrirono al pubblico presente a Pistoia, l'artista californiano non si smentì.

Il buon vecchio Musselwhite, complice anche un'età decisamente più avanzata e la presenza della moglie, si fece ricondurre immediatamente in albergo, mentre Ben dopo essersi intrattenuto nel backstage a firmare autografi alle persone presenti, mi chiamò e mi chiese di prendere una bottiglia di buon vino ed una pila di bicchieri di plastica.

Era già passata un'oretta dal termine del suo set e la piazza si era oramai quasi svuotata, c'erano soltanto alcuni piccoli capannelli di ragazzi seduti sulle tribune e sui marciapiedi a bere birra ed a parlare.

Ben mi chiese di accompagnarlo e di reggere i bicchieri ed il vino che avrebbe offerto ai presenti, a passeggiare in Piazza Duomo, prese la chitarra e andammo.

Fu così che alcuni fortunati ebbero il piacere di bere del buon vino e cantare alcune canzoni assieme a Ben Harper.

Artista dotato di una sensibilità e di un'umanità non comune, come ha sempre dimostrato nelle innumerevoli volte che ho avuto il piacere di lavorare per lui.





sabato 21 gennaio 2023

DAVID CROSBY & GRAHAM NASH Pistoia Blues Festival 1998



L'edizione del 1998 aveva un cartellone al solito molto ricco e, oltre a Jeff Beck, Buddy Guy, la Blues Brothers Band, Taj Mahal, Jeff Healey, Robby Krieger e John Densmore dei Doors, c'era anche David Crosby che si sarebbe esibito durante la seconda serata della manifestazione.

Il vecchio Croz nei camerini si era dimostrato estremamente tranquillo ed affascinato dalla incredibile location dove, di li a poco si sarebbe esibito e, nel primo pomeriggio andai a prenderlo nel backstage dove si trovava per condurlo sull'assolato palco per effettuare il soundcheck.

Dovete sapere che proprio in quei giorni il suo vecchio amico e compagno Graham Nash si trovava in vacanza in Toscana e, saputo che Crosby avrebbe suonato a Pistoia, decise senza avvisarlo di venirlo a trovare.

Mentre appunto lo stavo guidando sul palco, appena uscito dal portone del palazzo comunale, dalla nostra destra arrivò una voce che lo chiamava e posso personalmente testimoniare l'incredibile luce di felicità che attraversò il volto di David, che si diresse immediatamente verso di lui ed i due suggellarono l'incontro con un forte abbraccio.



Ovviamente la sera Graham Nash fu ospite sul palco di Crosby, il quale lo annunciò dicendo: Vi presento il mio miglior amico, si chiama Graham Nash!

Iniziarono con un brano del comune amico Neil Young “Ohio” e, proseguirono con “Deja Vu”, “8 Miles” ed “Almost Cut My Hair” facendo rimanere sospeso per una buona mezz'ora il pubblico della meravigliosa piazza di Pistoia tra la Toscana e Woodstock.





lunedì 16 gennaio 2023

Dream Theater al Pistoia Blues 2015, un curioso aneddoto.


 

Un breve racconto di una delle tante cose curiose che mi sono successe durante la mia lunghissima militanza come responsabile della security al Pistoia Blues Festival, il più longevo Festival di genere in Italia.

Questa volta protagonisti furono i Dream Theather, o meglio, il loro cantante James LaBrie.

Ero all'interno del backstage nei minuti che precedevano l'esibizione dei Dream Theater e vedevo che il loro cantante James LaBrie stava cercando, di scaldare la sua voce. Notavo però, sapendo essere loro dei perfezionisti esagerati, un suo certo disappunto causato dai rumori che venivano dalla Piazza e dal rumore che stavano facendo gli addetti ai lavori nello spostare i vari strumenti; decisi così di andare a chiedergli se avesse bisogno di un posto un po' più tranquillo per prepararsi; mi guardò ed accettò entusiasta.

Lo accompagnai al piano di sopra dove si trova il museo, museo ovviamente chiuso a quell'ora, dove però c'è un bellissimo corridoio silenzioso, sovrastato dallo stemma della città e da alcuni quadri enormi che James guardò a lungo.

C'è anche il gabbiotto del custode, un ometto piuttosto anziano con un paio di grandi occhiali, al quale chiesi se potevamo espletare questo riscaldamento vocale proprio li, vicino a lui. L'ometto guardò il cantante, alzò le spalle e ci disse: fate pure, rituffandosi immediatamente nella lettura del suo giornale.

James iniziò a fare un po' di stratching ed ad emettere suoni sempre più acuti e alti che, nel volgere di un paio di minuti, diventarono altissimi.

Io, seduto su un divanetto, aspettavo che terminasse, mentre il custode, lo guardava perplesso al di sopra dei suoi spessi occhiali.

Dopo appunto un paio di minuti, sentìì che una persona stava velocemente arrivando su per le scale e, una volta entrato della porta laterale del corridoio con un bicchiere di acqua in mano, iniziò ad urlare "Franco, Franco!!!!!".

Era un altro giovane impiegato del Comune che immediatamente bloccai spiegandoli velocemente la situazione. Il ragazzo tirò un sospiro di sollievo, dicendo che aveva pensato che quelle urla così alte fossero state emesse dall'anziano custode che magari si stava sentendo male e la cosa mi fece ridere tantissimo, perchè mentalmente mi immaginavo l'ometto che emetteva dei suoni così estremi.

Dovetti successivamente spiegare al cantante, che ci guardava in maniera interrogativa non capendo quello che stava accadendo, la situazione e ci facemmo assieme delle grandi risate.



mercoledì 11 gennaio 2023

Jeff Beck (1944-2023). Un ricordo personale

 Stasera il mondo degli appassionati di musica ha ricevuto una notizia che non avrebbe mai voluto ricevere: ci ha lasciato Jeff Beck!

Parlare di lui e dell'importanza che la sua chitarra ed il suo suono hanno avuto, nel mondo del rock e non solo, è un'impresa che ho già fatto in passato proprio su queste mie pagine ed in questi giorni leggerete giustamente di tutto e di più su di lui e sulla sua enorme, immensa, inarrivabile carriera.


Voglio però, così di getto, raccontare un piccolo aneddoto, giusto un ricordo della prima volta che ebbi l'occasione di incontrarlo, come mio personale tributo alla figura di questo grande artista.

Eravamo al Pistoia Blues del 1998:

Ero piuttosto preoccupato nell'andare ad accogliere Jeff Beck. Il chitarrista era infatti uno dei miei idoli musicali fin da quando ero un ragazzino, sapevo però anche che aveva un carattere non proprio facile da gestire.

Già dal suo arrivo invece si dimostrò assolutamente tranquillo.

Come entrò nel Palazzo Comunale dove, da sempre, si trovava il backstage, vidi che guardava ciò che lo circondava con estremo interesse.

Mi feci così avanti e gli chiesi se fosse interessato ad andare a visitare il Museo Civico di Arte Antica al piano superiore. Il suo volto si accese di entusiasmo e chiamò ad accompagnarci anche la chitarrista Jennifer Batten, in precedenza chitarrista di Michael Jackson, in quel momento facente parte della sua band.

Ricordo che prima di accedere al museo, salirono lo scalone e si affacciarono al suggestivo balconcino che domina il cortile interno.

Una volta entrati nel museo vidi Jeff Beck trasformarsi da rockstar acclamata in tutto il mondo a uomo che, in rispettoso silenzio ed ammirazione, si trova davanti alla visione di opere che rappresentano l'intera storia artistica della città di Pistoia dal XII al XX secolo.

Mi ringraziarono moltissimo e mi confessò che non era mai stato a Firenze che sapeva essere molto vicina alla città di Pistoia; mi offrìì così di fargli da cicerone se avesse deciso un giorno di venire a visitarla e, ricordo, gi dissi che lo avrei accompagnato con la mia Harley Davidson, per fargli gustare appieno le bellezze della città.

Si dimostrò entusiasta e ci scambiammo il recapito telefonico.

Dopo il suo set, che lasciò il pubblico di Piazza Duomo a bocca spalancata per l'autentica lezione di chitarrismo che propose, mi confessò che aveva smarrito il mio biglietto da visita e me ne chiese un altro, cosa questa che mi fece pensare che fosse veramente interessato a venire.

Poi, come a volte accade, le cose non si realizzarono; si parlava infatti di uno dei più grandi chitarristi di sempre ed i suoi impegni saranno stati sicuramente molteplici; io ovviamente non mi sognai minimamente di disturbarlo, visto che appunto anche lui mi aveva lasciato un recapito.


Mi restò però l'enorme soddisfazione di averlo visto emozionarsi per un luogo così importante della città che mi ha dato i natali.

Adesso Jeff ci ha lasciato ed il mio dolore per la perdita di questo grande artista è enorme.


giovedì 9 dicembre 2021

SWEET HOME PISTOIA- Il Pistoia Blues Festival celebra i suoi 40 anni

 


Quarant'anni per un Festival Blues sono una bella età ed in Europa non c'è nessuno che ancora c'è arrivato, a parte il glorioso Pistoia Blues Festival, nato nel 1980 e, purtroppo, in standby dal 2019 a causa delle note vicende riguardanti la terribile pandemia che ha colpito il mondo intero.

Ieri sera al Teatro Manzoni di Pistoia, pieno in ogni ordine di posti, si è svolta una meravigliosa serata per celebrare questa importante ricorrenza con la presentazione di un libro "Sweet Home Pistoia" ed una serie di artisti che si sono esibiti per tributare questo importante compleanno.

l libro è un racconto dettagliato di tutte le quaranta edizioni che si sono svolte, con tutti ma proprio tutti gli artisti che si sono esibiti su quel palco, dal 1980 al 2019.

A mio avviso è concepito per essere letto in maniera molto scorrevole, con varie finestre che riportano articoli dell'epoca dei vari quotidiani, foto inedite ed alcuni racconti di chi vi ha partecipato, da musicisti a giornalisti, da addetti ai lavori e pubblico.


Ho ovviamente scritto anch'io una dozzina di racconti dal backstage, di alcune situazioni particolari che mi sono accadute a contatto con alcuni dei molti artisti che ho avuto la fortuna di accompagnare sul palco in 36 anni come responsabile della security di questo Festival, autentico fiore all'occhiello della mia lunga carriera. Ho anche ovviamente e con grande orgoglio partecipato alla serata, salendo persino sul palco, a raccontare un aneddoto occorsomi nel 1993 con il grande Robet Plant, aneddoto che si trova anche nel libro, addirittura seduto accanto a Giovanni Tafuro, organizzatore della manifestazione fin dal 1985 ed al Sindaco della città Alessandro Tomasi.

E' stato meraviglioso ritrovarsi nel backstage con i molti amici e raccontarsi nuovamente le mille storie on the road che, questo fantastico mondo che ruota attorno alla musica, fa capitare ad ognuno di noi. Come ricordare e farsi raccontare delle 10 volte che il mio "Blues Brothers- Puma di Lambrate" Fabio Treves ha visto Jimi Hendrix, o di quando, a Lignano Sabbiadoro nel 1988, prima di aprire per Stevie Ray Vaughan, si è messo a raccontare allo stesso Stevie Ray i concerti di Jimi che aveva visto, con Stevie Ray che lo ascoltava a bocca spalancata, visto che lui aveva visto il suo mito assoluto una sola volta ed all'età di 13 anni, portato li da suo fratello Jimmie, per cui si ricordava pochissimo di quel concerto. 



Abbracciarsi con Alex "Kid" Gariazzo e farsi raccontare di quando venne a Pistoia nel 1989 a vedere Roy Rogers e che, in seguito, proprio con il chitarrista californiano, sarebbe nata una collaborazione che li avrebbe portati a registrare assieme. Incrociare sulla porta del camerino Roberto Luti che, indicandomi, dice alla sua compagna che lui è praticamente cresciuto vedendo me dietro le transenne del Pistoia Blues. Raccontare a Franz Di Cioccio delle prime volte che vidi la Premiata Forneria Marconi nel 1972 al "Piper 2000 di Viareggio", nel 1973 al Teatro Astoria di Firenze ed al Teatro Verdi di Sesto Fiorentino, quella volta in coppia con gli Acqua Fragile e delle almeno altre 20 volte che li ho visti suonare, come quella volta alla RAI in Via Asiago a Roma, in occasione della reunion per l'album "Ulisse", con Franz che mi racconta di avere ancora custodita in casa la mastodontica batteria con la scritta "PFM" in rosso-giallo. arancione fatta da lui stesso con pennelli e vernice.


Dopo la parte in cui veniamo intervistati io, l'organizzazione, il Sindaco, i musicisti, Claudio Fucci, editore del libro uscito per la "Vololibero Edizioni" ed Enzo Gentile, che ha dato un filo logico ai suoi ricordi personali ed agli innumerevoli racconti che noi addetti ai lavori gli abbiamo fatto, rendendo il tutto estremamente scorrevole, è partita la musica.

Il primo è un bel set di roots blues ad opera di Andy J. Forest, da New Orleans,  che era presente sul palco dell'indimenticabile prima edizione e che in seguito per alcune annate ne è stato pure il presentatore, assieme al bravissimo Roberto Luti da Livorno.


A seguire un'autentica leggenda del blues italiano, colui che ha pubblicato ufficialmente il primo disco di blues di un artista italiano nel nostro Paese nel lontano 1976, Fabio Treves. Accompagnato dal fido Alex "Kid" Gariazzo, ci ha deliziato con un set denso di groove, infiammando letteralmente la platea. 

Subito dopo è stato il turno del figlio del Pistoia Blues, l'orgoglio chitarristico di tutti i pistoiesi e non solo, Nick Becattini, chitarrista praticamente nato, come lui stesso ha confermato dal palco, con il primo Festival Blues, al quale assistette estasiato. Una "My Mouse", sua composizione, piazzata subito all'inizio, tanto per mettere le cose in chiaro e poi, a seguire, un concerto che fa dell'intensità, a tratti quasi commovente, il suo punto di forza,. Chiusura con una sentitissima "I've Got Dreams To Remember" di Otis Redding.

A chiudere la bella serata gli Slow Feet, guidati dai due PFM Franz Di Cioccio e Lucio "Violino" Fabbri, più il chitarrista Paolo Bonfanti. Il loro è un esperimento che ho apprezzato; quello cioè di prendere dei classici della musica e riappropriarseli, farseli propri, con arrangiamenti completamente diversi dagli originali. Ovviamente lo spazio all'improvvisazione non manca ed in questo i due PFM sono maestri, tant'è vero che il loro set mi ha, un alcuni momenti, riportato ai concerti dei primi anni '70, quando cui le band allungavano i brani stravolgendoli  e dilatandoli.

Gran bella serata che lascia ben sperare per il futuro della manifestazione. Si è percepita chiaramente una gran voglia di musica e di musica di qualità. Aspettiamo quindi la ripartenza del Pistoia Blues Festival con la sua 41esima edizione.

Foto: 

Locandina evento

Interno del Teatro Manzoni

Libro "Sweet Home Pistoia"

 Io e Fabio Treves

Sul Palco assieme a Giovanni Tafuro ed Alessandro Tomasi, foto di Gabriele Acerboni

Io sul palco del Teatro manzoni

Andy J. Forest e Roberto Luti

 Nick Becattini Band

 Fabio Treves e Alex "Kid" Gariazzo

 The Slow Feet




giovedì 3 dicembre 2020

Chaka Khan al Pistoia Blues 1990 ed al Porretta Soul Festival 2008

Quella del 1990 fu un'edizione del Pistoia Blues Festival che aveva subito molte defezioni dal primo cartellone che in origine era stato approntato dall'organizzazione.
Avevano dato forfait artisti del calibro di John Lee Hooker, Albert Collins, Bo Diddley, Mick Taylor, Ali Farka Tourè e Son Seals, defezioni che erano avvenute praticamente alla vigilia della manifestazione e che avevano creato non poche difficoltà.
Nonostante ciò gli organizzatori riuscirono a metter su un cast, in quattro e quattr'otto, degno di massimo rispetto, per intendersi, roba che adesso farebbe quasi gridare al miracolo qualsiasi amante del blues.
Nella tre giorni che andava dal 13 al 15 Luglio, quel prestigioso palco vide salire sulle sue assi nomi quali B.B. King, Otis Clay, John Hammond, Jeff Healey Band, Robben Ford, John Martyn, Miriam Makeba, Clarence "Gatemout" Brown, Edoardo Bennato, Tolo Marton e Chaka Khan.

Proprio di Chaka Khan parlerò in questo mio racconto.
Era la serata conclusiva, quella del 15 Luglio ed io, aggirandomi nel backstage per controllare come sempre che tutto fosse in ordine, notai provenire dall'interno di una room alcune voci meravigliose che stavano scaldandosi.
Mi soffermai un attimo, completamente estasiato, di fronte alla porta di quel camerino, quando all'improvviso la porta si aprì e dalla stanza uscì Chaka Khan, la quale sbattè letteralmente contro il mio sorriso beato, visto che ero rimasto davvero estasiato dalla bellezza della sua voce. Mi guardò ed il suo volto si aprì in un bellissimo sorriso sincero e stupita dal trovarmi li davanti.

Yvette Marie Stevens, in arte Chaka Khan, aveva iniziato a cantare negli anni 60 in un gruppo totalmente femminile chiamato The Crystalletts, gruppo comprendente anche sua sorella minore Yvette Stevens, che in seguito con lo pseudonimo di Taka Boom ottenne successo come vocalist di una band psycho-funky-soul chiamata The Undisputed Truth, che si presentavano sul palco con i volti dipinti di bianco e con grandi capigliature afro e coi quali ottenne un buon successo nel 1976 con il brano "You + Me = Love".


In seguito a Chaka, dopo aver fatto parte di alcune bands minori, come Shades Of Black e The Life, fu chiesto di entrare  nei Babysitters, i quali cercavano una voce per sostituire l'incredibile Baby Huey, scomparso da poco (se non lo conoscete ascoltate il suo unico meraviglioso album "The Baby Huey Story- The Living Legend", uscito postumo, perchè è un album meraviglioso e sull'artista in questione dovrò, prima o poi, decidermi a scrivere qualcosa), purtroppo non se ne fece di nulla, dato che di li a poco The Babysitters si sciolsero.
Chaka entrò allora in una band appena formata e che aveva assunto il nome di Rufus.
La band firmò un contratto con la ABC ed ottenne il primo vero grosso successo con un bel brano dalle forti tinte black, scritto da Stevie Wonder, dal titolo "Tell Me Something Good", era il Giugno del 1974.
Con The Rufus Chaka pubblicò, dal 1973 al 1983, 11 albums ed ottenne ben quattro primi posti nella classifica degli United States Rhythm'n Blues Albums.
Nel 1978 incise il suo primo album solista "I'm Every Woman", che fu pubblicato l'anno successivo.
Da li in poi la sua incredibile carriera solista subì un'impennata che la portò a vincere ben nove Grammy Awards come "Best R&B vocal performance female" ed a incredibili collaborazioni con, tra gli altri, Prince.


Tornando al frangente in cui me la trovai improvvisamente davanti, restai letteralmente affascinato da quel sorriso, Chaka ha sempre avuto un volto bellissimo, con un meraviglioso sorriso e due occhi che brillano di entusiasmo..
restammo un po a parlare seduti nel backstage e stabilimmo un feeling immediato, tanto che dopo un po la invitai a visitare assieme a me l'antico Palazzo Comunale di Giano, all'interno del Palazzo Comunale che, da sempre, occupa il, backstage del Festival e l'Antico Palazzo dei Vescovi.
Chaka restò letteralmente sbalordita dall'antico episcopio, importante testimonianza dell'architettura civile del medioevo pistoiese.
Quando poi salimmo al piano superiore del Palazzo Comunale, la cantante resto per molti minuti in silenzio davanti all'affresco della Madonna col Bambino fra i Santi Zeno e Iacopo, affresco del 1360 attribuito a Dalmasio e Niccolò di Tommaso ed altrettanto fece davanti alla tela sull'altare all'interno della piccola Cappella di Sant'Agata, opera di Lazzaro Baldi.
Mi chiese persino di scattarle delle fotografie, cosa che feci con lei che si metteva in posa davanti al mio obbiettivo con una gioa ed una grazia incredibile.
Purtroppo all'epoca per stampare le foto occorreva portarle appunto in stampa e non avrei potuto consegnargliele ma restammo d'accordo che gliele avrei consegnate non appena avremmo avuto occasione di rivederci.


Arrivò dunque il momento per lei, che mi sembrava piuttosto emozionata, di salire su quel palco in quella Piazza meravigliosa, come le sue parole me la descrissero.
La accompagnai sulle scalette che portavano allo stage e, dandole un forte abbraccio, le feci coraggio.
Le note di "I Feel For You" introdussero l'artista, con quel " Chaka Khan, let me rock you, let me rock you, Chaka Khan..."
Il suo fu un set molto bello, tecnicamente e professionalmente lei fu praticamente perfetta, il suo funky-soul, pur venato di quel disco-sound tardo anni 70 era di pregevolissima fattura ma il pubblico di allora ancora non digeriva il fatto che in un festival denominato Festival Blues trovassero spazio anche suoni che, provenivano sicuramente dal blues, ma non lo erano in maniera ortodossa.

La sua bellissima performance lasciò la platea un po freddina e persino qualche timido fischio partì dal pubblico, cosa questa che dentro di me provocò un'immediata irritazione, sia perchè appunto lei era bravissima e sia perchè avevo vissuto accanto a lei la trepidazione e l'eccitazione di salire su quel palco.
Al rientro nei camerini dovetti persino consolarla un po, visto che mi sembrò piuttosto rattristata da quella inaspettata reazione da parte del pubblico, lei che era abituata a ben altre accoglienze.
Purtroppo per lei gli anni erano quelli, anni dettati anche da un certo provincialismo di fondo.

Passarono molti anni prima che incontrassi nuovamente la brava cantante e questo accadde al "Porretta Soul Festival" nell'edizione del 2008, dove il promoter Graziano Uliani mi richiese esplicitamente di occuparmi della sicurezza personale della cantante, anche e soprattutto perchè normalmente, da sempre, in quel Festival non esistono barriere tra il pubblico e gli artisti sul palco, cosa questa che pareva avere un po preoccupato l'entourage dell'artista.
Chaka Khan ancora una volta dovette entrare in sostituzione di un'artista che aveva dato forfait proprio all'ultimo minuto e, questa, era una defezione davvero pesante, pensate che l'artista in questione era addirittura Etta James ricoverata in ospedale a Los Angeles.
Ancora una volta, a distanza di 18 anni, trovai la performance di Chaka di un livello altissimo, molto aggressiva e con un uso incredibile di note alte.
"I Feel For You", "Ain't Nobody", "Once You Get Started", "Sweet Thing", "I'm Every Woman" furono alcuni tra i successi che propose e che, stavolta, il pubblico apprezzò appieno, tributandole una lunga ovazione.


Nella concitazione del suo arrivo in macchina presso il "Rufus Thomas Park", la deliziosa location dove annualmente si svolge il "Porretta Soul Festival", non ebbi modo di ricordarle chi ero, mi limitai a prenderla per mano e scortarla fino al backstage e di li a poco al palco, dove si sarebbe esibita, sistemandomi su un lato del palco, di fianco a lei.
Terminato il suo set, mentre la riaccompagnavo a piedi verso il vicino albergo che l'avrebbe ospitata, presi dalla mia borsa le foto che la raffiguravano all'interno dell'antico Palazzo Comunale di Pistoia che le avevo personalmente scattato in quella lontana notte pistoiese. Lei si fermò, mi guardò profondamente ed il suo volto si sciolse in quel meraviglioso sorriso che le avevo visto fare la prima volta che la incrociai. Mi abbracciò a lungo e mi disse che si ricordava di me e che, in quei lontani giorni aveva sperato di rivedermi.
Ad onor del vero mi chiese se potevo tornare a trovarla il giorno successivo all'albergo, visto che lei sarebbe rimasta in città ed avremmo potuto farci un giro assieme; Il giorno successivo avevo però un altro lavoro che mi attendeva e dovetti, a malincuore, declinare l'invito.


lunedì 30 novembre 2020

David Honeyboy Edwards, Robert Johnson, Pistoia ed altre storie di Blues

 David Edwards, conosciuto come "Honeyboy" , era nato nel Mississippi e più precisamente a Shaw, il 28 giugno del 1915.


Honeyboy era uno dei musicisti, dell'epoca leggendaria del blues sopravvissuti al nuovo millennio, che potevano realmente tramandare la leggenda di Robert Johnson. La sua vita infatti si intrecciò con quasi tutte le leggende del blues, tra cui Robert Johnson appunto, Charlie Patton, Big Joe Williams, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Howlin' Wolf, Lightnin' Hopkins, Little Walter, Magic Sam.

Il suo nome fu addirittura registrato nel 1942 da Alan Lomax nella biblioteca, di fatto, più grande del mondo, la Library of Congress, cioè la Biblioteca Nazionale degli Stati Uniti.

Honeyboy incise il suo primo album, dal titolo "Who May You Regular Be" nel 1951 per la "ARC Records".

Nei primi anni '50 si trasferì in quella che pare quasi una tappa obbligatoria per i musicisti provenienti dal Mississippi, vale a dire Chicago, dove registrò alcuni brani per la oramai celelebre "Chess Records" rimasti inediti per molti anni e dove partecipò, assieme ai giovani musicisti inglesi dei Fleetwood Mac, alla "Blues Jam At Chess".

Nel 1972 incontrò Michael Frank, assieme al quale fondo la Honey Edwards Blues Band, con cui ottenne un buon successo suonando nei locali del North Side.

Successivamente, nel 1979, registro l'album "Old Friend" assieme ai suoi vecchi amici Sunnyland Slim, Big Walter Horton, Kansas City Red e Floyd Jones.

Leggenda narra che Honeyboy fosse presente addirittura quando Robert Johnson morì in una lontana notte di agosto nel 1938, avvelenato da un marito geloso ed in futuro si trovò molte volte a dover raccontare ai vari giornalisti curiosi, una volta che il nome di Robert Johnson sarebbe divenuto mitologico, questa storia. Si sa però bene come vanno certe cose e di come risulti difficoltoso distinguere tra realtà e leggenda.

Honeyboy raccontava che Robert Johnson aveva iniziato ad avere una relazione con la donna del titolare di un locale, dove suonava assieme a lui ed a Sonny Boy Williamson II, a Greenwood, piccolo centro agricolo, e la voce in breve si sparse. Lei pare fosse una donna bellissima dai lunghi capelli corvini; sembra però che il marito non avesse alcuna intenzione di perdere la sua donna ad opera di quel musicista dalle mani con dita lunghissime, così una sera lo avvelenò passandogli una bottiglia di whisky priva del tappo, all'interno della quale aveva messo del veleno. Johnson, complice l'adrenalina per l'esibizione e la presenza della bellissima donna, la portò alla bocca e la bevve senza alcuna esitazione.

Quando Honeyboy andò a trovarlo più tardi, Robert Johnson stava male ed aveva la febbre. Purtroppo mori la notte stessa e fu immediatamente seppellito, visto che non era in possesso di nessuna assicurazione.

Honeyboy diceva che Robert Johnson andava pazzo per le donne ed il whisky ma, allo stesso tempo era un bravo ragazzo che suonava il blues con più facilità di chiunque altro e che, se avesse lasciato in pace la moglie di quell'uomo, probabilmente avrebbe vissuto più a lungo.

Ovviamente questa era la versione di Honeyboy Edwards sulla morte del celebre musicista, versione confermata anche da Sonny Boy Williamson II, presente anche lui in quella maledetta sera.

C'è però anche un'altra ipotesi sul destino del leggendario Robert Johnson ed è quella che riguarda il famoso incontro al "crossroads", quella del famoso patto con il diavolo in persona e questa resta l'ipotesi più suggestiva e per certi versi affascinante.

Dopo alcuni anni da quel.leggendario incontro fatto al "crocicchio", il diavolo avrebbe riscosso il pegno richiesto al giovane Robert in cambio di farlo diventare, da onesto mestierante qual'era, un grande chitarrista blues, pegno che consisteva nell'entrare in possesso della sua anima.

Tre lapidi sparse per il Mississippi raccontano che tipo di leggenda fosse Robert Johnson e di come la sua anima venduta al diavolo sia divenuta immortale, come la musica da lui suonata, musica del diavolo appunto.

Alcuni anni fa sono stato proprio a Clarksdale, in compagnia della Fruz, la mia ragazza, compagna di mille e mille avventure e chiedendo ai vecchi bluesman che popolano le via della città, chiarimenti sul famoso "crossroads", praticamente tutti mi dissero che il famoso cartello che indica l'incrocio tra la Highway 61 e la 49, è stato posto li per le foto da far fare ai turisti ma che in realtà "...i'ts  Hollywood shit...!", la definivano proprio così ed in molti aggiungevano che se volevamo trovare "the real crossroads" dovevamo lasciarci guidare dal cuore e trovarlo tra i numerosi incroci fuori dal centro del paese. 
Così facemmo e trovammo quello che secondo noi era il luogo magico e vi assicuro che la sensazione che provammo fu veramente forte e, cosa davvero incredibile, la provammo assieme visto che, una volta arrivati a quell'incrocio ci guardammo  e vedemmo l'uno negli occhi dell'altra una luce fortissima che ci fece immediatamente capire di trovarci nel posto giusto.

Ebbi la fortuna di incontrare David "Honeyboy" Edwards la prima volta al "Pistoia Blues" del 1987, dove fece un breve set acustico e, successivamente, nel  1993 quando il vecchio bluesman, all'epoca già 78enne, propose un set di puro blues.

Salì sul palco imbracciando una Gibson semiacustica, in perfetta solitudine ed indossando un cappellino da baseball con su la scritta "Pearl Jam". Il blues di Edwards faceva della passione la sua arma migliore; note di slide tirate a lungo, sofferte, facevano da contrappunto alla sua voce, ora dolce, ora possente, a volte roca. Dai suoi brani traspariva tanta ma tanta passione, a volte anche dolorosa.

"Sweet Home Chicago", "Catfish Blues", brani già sentiti mille altre volte ma eseguiti con una passione ed una intenzione a cui raramente mi era stato dato di assistere.

David "Honeyboy" Edwards ci avrebbe lasciato per un attacco di cuore il 29 agosto del 2011, all'età di 96 anni, portando con se i ricordi vissuti di una grossa parte della storia del blues, quella diventata autentica leggenda.





sabato 18 luglio 2020

Superdownhome alla "Fortezza 59" di Pistoia per "Blues Around"


Come tutte le manifestazioni estive, anche il Pistoia Blues Festival ha dovuto prendersi una pausa.
Non si è però fermato, cedendo il passo alla paura dello stramaledetto Covid 19 ma, nel pieno rispetto delle normative vigenti, ha messo in piedi una manifestazione che si presenta sotto le mentite spoglie di “Blues Around” e che comprende, oltre a nomi di spicco del panorama nazionale, almeno quelli che hanno deciso di mettersi in gioco intraprendendo brevi tour, anche alcuni nomi che appassionano intenditori del genere.

La formula è quella di presentare questi nomi in giro per la città, tra piazze e locali.
Il primo nome che si è presentato nella città del blues per eccellenza è quello dei Superdownhome.
Erano già stati sul palco principale del Pistoia Blues nel 2018, lasciando stupito il pubblico che era venuto per apprezzare il grande Billy Gibbons, headliner di quella serata con i Supersonic Blues Machine.
Ieri sera, 16 Luglio, si sono presentati sul palco del delizioso “Fortezza 59”, il nuovissimo locale situato all'interno del Parco della Resistenza, conosciuto meglio dai pistoiesi come Piazza D'Armi.
Piccolo palco all'esterno del locale, dove sotto agli ampi gazebo un bel pubblico se ne stava seduto, sorseggiando drinks e birra, in attesa di essere investito dal poderoso ma allo stesso tempo raffinato rural-blues del duo. Poderoso blues che non è decisamente mancato.
Il duo, vale a dire Henry Sauda e Beppe Facchetti che si sono presentati con le loro cigar box e batteria ed hanno dato il via ad un'ora e mezza di blues rurale proiettato in un futuro che attinge da spazi e territori quali quelli del folk, del country e persino del punk.
L'inizio delle danze è con “Razor Action Blues” dal loro penultimo album “Get My Demons Straights”, brano che nell'album vede la partecipazione di Popa Chubby, seguito immediatamente da “Stop Breaking Down Blues” di Robert Johnson così, tanto per mettere le cose in chiaro, visto che un buon inizio può decretare decisamente l'andamento di un match; in questo caso l'inizio è stato davvero al fulmicotone ed il pubblico attento non ha mancato di sottolinearlo con applausi.
L'artista che ha ispirato il duo è il barbutissimo californiano Seasick Steve e l'ispirazione si sente tutta.
Il terzo brano è tratto dall'ultimo album, che hanno stampato in un bel vinile in edizione limitata da 500 copie, per il recente “Record Store Day”, l'album si intitola “Blues Case Scenario” e il brano è “Booze Bloodhound”.

Da li è stato un susseguirsi di classici e brani propri, che hanno fatto passare in un attimo l'ora e mezza a loro dedicata.
Dopo il concerto i due bresciani, disponibilissimi, si sono intrattenuti a parlare con il pubblico, prima di salutare tutti e partire on the road per una nuova data.
Sentire del blues a Pistoia è un po come andare a mangiare il cacciucco a Livorno o la bistecca alla fiorentina a Firenze, è il luogo deputato per questa musica in Italia, non c'è proprio niente da fare; quarant'anni di storia in town stanno li a domostrarlo.



(Articolo scritto per la rivista online "Meglio Meno")


giovedì 2 aprile 2020

Ray Manzarek and Robby Krieger of The Doors, 9 Luglio 2011- La sera in cui lo spirito di Jim Morrison scese su Piazza Duomo a Pistoia


Dopo ben 9 anni mi decido a fare il racconto di un concerto particolare; un concerto che, per una sera, riportò indietro di almeno 40-44 anni il pubblico presente. Lo riportò alle atmosfere tesissime ma eccitanti che avevano vissuto quei fortunati che parteciparono a concerti come quello svoltosi al "Dinner Kay" di Miami nel marzo del 1969 dei Doors, dove le famose good vibrations si mischiaro ad attimi di vera e palpabile tensione.
Stavolta gli anni e la location erano molto diversi ma gli attori protagonisti erano per la metà gli stessi di allora.
Era il Pistoia Blues 2011 e sul palco stavano per presentarsi Ray Manzarek and Robby Krieger of The Doors.
L'edizione 2011 del celebre Festival toscano vedeva, nella serata centrale, dopo le esibizioni in programma di James Burton, ex chitarrista di King Elvis Presley e quella di Robben Ford, in cartellone due reduci della formazione dei The Doors di Jim Morrison.
Già nel 1998 c'era stata una specie di reunion, più nelle intenzioni che nei fatti, dato che all'ultimo momento Ray Manzarek aveva dato forfait e si erano esibiti Robby Krieger e John Densmore, rispettivamente chitarrista e batterista originali della formazione californiana, accompagnati da ottimi turnisti, tra i quali spiccava al basso Barry Oaklay jr., figlio del grande e sfortunato Berry Oakley, bassista della formazione originale degli Allman Brothers Band.
Il tutto però si era risolto in una specie di grande karaoke, dove un po' alla volta, si alternavano tutti al canto, scontentando quasi tutto il pubblico presente, che non mancò di mostrare il proprio disappunto, infatti qualche fischio si mischiò agli applausi per l'improvvisata band.
Stavolta mancava John Densmore, i cui rapporti con gli altri due non erano dei migliori, ma la presenza di Ray Manzarek pedina fondamentale, assieme a Jim Morrison, dei Doors, dava una certa garanzia in più.
In occasione di questo concerto erano stati previsti diversi ordini di posti, una platea con sedie numerate, le consuete due tribune e posti in piedi, ovviamente con prezzi diversi.

Da responsabile della security del Festival mi recai in Piazza ovviamente con largo anticipo, per coordinare tutte le operazioni del caso e non potetti fare a meno di notare, dai vari bivacchi fuori dal perimetro della Piazza, che quello che si apprestava ad entrare non era certo un pubblico tra i più facili.
Numerose le bottiglie di vino e le lattine di birra che circolavano tra i ragazzi che attendevano l'apertura dei cancelli, ragazzi che già, dalle prime ore del pomeriggio, non sembravano essere poi così pochi, anzi.
Da tenere conto che la data di Pistoia era la data più a sud del brevissimo tour e che, oltre a tutto il pubblico del centro Italia, avrebbe accolto anche i numerosi fans della band provenienti dal sud appunto.

Già durante i set che precedevano l'attesa esibizione le mie perplessità ed i miei dubbi riguardo a quello che sarebbe stato l'andamento della serata erano decisamente aumentati, ovviamente il mio pensiero era principalmente rivolto al momento in cui gli ex-Doors sarebbero saliti sul palco.
Che l'andazzo non sarebbe stata una semplice passeggiata era ai miei occhi piuttosto chiaro, dato che già durante le esibizioni degli artisti in apertura appunto, io stesso ed i ragazzi della security, ci eravamo dati da fare per arginare gli ubriachi che a tutti i costi cercavano di sistemarsi sulle sedie numerate ed ogni volta dovevamo prenderli e portarli al di la dell'area delimitata

Con il calare della sera le cose peggiorarono ulteriormente e, già durante il set di Robben Ford, era già molto più difficoltoso far sloggiare i ragazzi dall'area riservata.
Finito il set di Ford e durante il lungo cambio di palco era praticamente diventato impossibile farli abbandonare le posizioni che faticosamente avevano guadagnato, visto che la gente non ne voleva assolutamente sapere di stare lontana dal palco e la distanza tra la prima fila di poltroncine e le transenne anti-panico che fronteggiavano il palco era praticamente pieno di gente, come del resto lo spazio tra un blocco di poltroncine e l'altro.
Sudammo le fatidiche sette camicie per cercare almeno di far sedere a terra le persone, per fare almeno in modo che quelli seduti riuscissero a vedere qualcosa e, debbo dire ad onor del vero, c'eravamo quasi riusciti, anche se poi non sarebbe servito a nulla perchè immaginavo che sarebbero schizzate tutte in piedi con l'inizio del concerto. Però ce l'avevamo fatta quando e qui nell'assoluta difficoltà della cosa, mi torna in mente un particolare che non manca ogni volta di farmi sorridere; l'allora presentatore della serata Elio Capecchi, cantante di una local band pistoiese, ebbe la bella pensata, trascinato anche lui dall'entusiasmo di aver tra poco suol palco gli ex- Doors, di iniziare ad incitare tutto il pubblico presente ad alzarsi in piedi per tributare la giusta accoglienza alle due leggende viventi!
Rammento, come in una scena al rallentatore ed ogni volta che ci vediamo con Elio non manchiamo di ricordarlo facendoci una bella risata, me che mi voltai e, incrociando il suo sguardo terrorizzato, gli feci il segno del dito pollice che attraversava tutto il collo all'altezza della gola!

Comunque sia, riuscimmo piano piano a farli rimettere tutti accucciati.
Fu fatto buio sul palco e l'apertura del set fu davvero impressionante; sulla "Carmina Burana" sparata a tutto volume dall'impianto, venne proiettato sullo sfondo una inquietante immagine di un Gesù Cristo penetrato nella bocca da un crocifisso, immagine rivelatasi poi un'incredibile opera dell'artista messicano Octavio Ocampo, specialista in illusioni ottiche, artista che consiglio a tutti di andar  scoprire. Dopo un'introduzione che ricalcava la celebre presentazione che si può ascoltare sul disco "An American Prayer", vale a dire "Ladieeees and Gentlemen, from Los Angeles California, Ray Manzarek and Robby Krieger from The DOOOOORS...!!!", partì un'incredibile e durissima "Roadhouse Blues".

Come previsto le persone accucciate schizzarono tutte immediatamente in piedi, come del resto quelle sedute e tutti quanti iniziarono a premere sulle transenne anti-panico di fronte al palco.
La transennatura, mista al nastro bianco e rosso, che avrebbe dovuto delimitare l'area dei posti numerati a sedere, resse per circa due accordi della canzone ed un grande numero di persone la scavalcò, cercando anch'esso di arrivare alle transenne.
Inizialmente a cercare di tenere a bada la folla eravamo soltanto i quattro della sicurezza previsti dal management degli artisti, che ovviamente non aveva previsto, anche a seguito di quanto visto nelle date precedenti del tour, un entusiasmo ed una folla di tale portata.
Chiamai immediatamente a raccolta tutte le forze che potevano rendersi disponibili per poter arginare quella ondata che, già con il primo brano, rischiava di diventare pericolosa per le prime file.
Con la pressione della folla, persino le transenne anti-panico si inclinarono pericolosamente ma fortunatamente si appoggiarono a dei subwoofer presenti di fronte allo stage.
Nonostante ciò, quello che vedevo dalle facce dei ragazzi pressati alle transenne pericolosamente inclinate, era solo gioia e trasporto, incuranti di qualsiasi pericolo, il rock aveva questo incredibile potere su di loro ed era una cosa drammatica e bellissima allo stesso tempo!


Il concerto intanto proseguiva e quello che arrivava alle mie orecchie, solo a quelle perchè per il resto ero completamente preso dal cercare di risolvere quella situazione delicata, era un set pazzesco che, complice anche l'atmosfera che stavamo vivendo, mi riportava indubbiamente agli infuocati (e pericolosi) set della band della fine degli anni '60, quando Mr. Mojo Rising era ancora vivo e si esibiva assieme a loro.

In quella occasione ovviamente il bravissimo Dave Brock, dalla voce e dall'aspetto molto simili a quelli del mito Jimbo, cercava di far rivivere al meglio quelle atmosfere, anche se ovviamente la magia particolare di quei tempi e, soprattutto di quell'artista, non c'era più ma la band girava davvero a mille e l'atmosfera era quanto di più fosse possibile vicina a quella di quei tempi magici.
Dopo il primo brano, si succedettero "Break On Through" e "Strange Days" ma la situazione nelle prime file non accennava a migliorare e, durante una infuocata e dilatata "When The Music's Over", a cui assistetti dal palco assieme al loro tour manager Jo Lopez, che tra l'altro era anche il fotografo ufficiale di Bruce Springtseen, cercando da quella posizione di dare indicazioni ai ragazzi sotto il palco, venne deciso di interrompere momentaneamente il concerto, con tanto di organizzazione che, dal microfono, annunciò che se la pressione alle prime file non si fosse attenuata, il concerto sarebbe stato definitivamente sospeso!
Si misero su fronte palco, davanti ai musicisti persino le due anziane guardie del corpo della band, una delle quali era addirittura Rick Manczarek (vero cognome del tastierista), fratello di Ray e già bodyguard al servizio della band fin dai tempi d'oro.

Urla, proteste, minacce ed il concerto ripartì.
Un impauritissimo e preoccupato Ray Manzarek cercava intanto di placare l'eccitatissimo pubblico, dicendo al microfono "Nice , that's nice, you're nice...I like it, va bene...".

Fu un set pazzesco, con ben 5 brani tolti dall'iniziale scaletta.
Una situazione surreale ma, con il senno di poi, bellissima, meravigliosa; la vera essenza del rock'n roll.
Per una tiratissima "L.A. Woman" fu chiamato
sul palco persino James Burton a dar manforte.
Una spettacolare ed ovviamente immancabile "Light My Fire" concluse il set e dopo un inchino i cinque scesero le scalette ed andarono di corsa nei camerini, mentre la platea chiedeva a gran voce "Riders On The Storm", che però non fu mai eseguita.
Posso personalmente testimoniare di aver scambiato alcune parole con Ray Manzarek, mentre dal suo camerino lo accompagnavo all'auto che lo avrebbe riportato in albergo, il quale mi confermò di aver rivissuto sensazioni che non aveva provato da moltissimi anni e che, in tutta sincerità, lo avevano un po' impaurito, anche e forse perchè non aveva più i vent'anni di allora.
Alcuni giorni dopo Robby Krieger, dalla pagina Facebook della band, avrebbe addirittura paragonato il concerto del "Pistoia Blues Festival" ad uno show dei Doors che si svolse a Cleveland nel 1967: "...i haven't seen anything like this since The Doors show in Cleveland in 1967".
Credo davvero che per quella serata lo spirito di Jimbo sia sceso nella meravigliosa e magica Piazza del Duomo di Pistoia, teatro di migliaia di esibizioni entrate poi nella storia ed abbia aiutato i musicisti, il pubblico e noi addetti ai lavori a vivere una serata particolare che, nel quarantennale della sua morte, riportò in vita, per una sera soltanto, l'essenza di quello che era lo spirito del rock'n roll.
Non erano ovviamente The Doors, erano però quanto di più poteva avvicinarsi a loro a 40 anni di distanza.