Come oramai chi mi segue su queste pagine sa benissimo, il mio lavoro mi ha portato a volte in situazioni che, quando ero un semplice ragazzino innamorato della musica, avrei potuto soltanto sognare.
Pensate che, già dall'età di dieci anni, sognavo di diventare un musicista apprezzato e, nella mia cameretta, da solo, accendevo lo stereo, mi mettevo al centro della stanza, imbracciavo la mia "riga a T" ed a volte diventavo un chitarrista (Jimi, Eric, Jeff, Carlos, Pete), altre volte, imbracciando la mia "Riga a T" più in basso, divenivo un bassista.
Rammento ancora l'imbarazzo quando, a volte, mia Mamma apriva all'improvviso la porta, per venire magari a prendere qualcosa in camera mia e mi trovava con le cuffie intento a roteare il braccio destro a mo' di Pete Townshend; ricordo però benissimo anche il suo indimenticabile e dolce sorriso, che mi faceva immancabilmente capire che non stavo facendo assolutamente nulla di sbagliato ma, anzi, davo corpo ai miei sogni, cosa questa che, una mente aperta come quella di mia madre, non poteva che apprezzare.
Il destino volle però che questa mia voglia di diventare musicista fosse appagata solo in parte, infatti per un periodo della mia vita suonai la batteria, togliendomi persino qualche soddisfazione; questo però è un altro capitolo della mia vita che, magari, aprirò un'altra volta.
Le Arti Marziali assorbirono la mia esistenza, sempre accompagnate dall'amore per la musica però e fu così che le mie velleità di diventare una rockstar furono accantonate.
Non sarei salito su di un palco come rockstar dunque ma vi sarei salito in un'altra veste, quella di accompagnarvi sopra loro, le rockstars appunto.
Ne ho accompagnate su a centinaia e, spesso, sono riuscito a carpire, grazie al mio amore per quel mondo ed al mio spirito di osservazione, le sensazioni che stavano provando al momento di salire su.
Ne ho carpito i tic, ho letto nei loro sguardi ed ho vissuto accanto a loro il boato del pubblico presente, al momento che si spengono le luci, in quell'interminabile ed eccitante istante che precede il salire quei pochi scalini che precedono l'entrata in scena.
Ho vissuto anche il prima ed il dopo dei loro spettacoli ed a volte sono accadute cose ai limiti dell'incredibile, come quella che sto per raccontarvi.
Era il 1998 e più precisamente il 23 Ottobre; eravamo a Bologna, all'allora "Palamalaguti", per il concerto di Eric Clapton, durante il suo "Pilgrim Tour", tour che accompagnava l'uscita del suo album "Pilgrim", un album criticato ma che a me era piaciuto molto,soprattutto perchè avevo trovato che, in quella occasione, Eric aveva curato molto le parti vocali, alzando di parecchio la sua asticella come cantante.
Nei tunnel che portavano al backstage mi ero già piacevolmente intrattenuto a chiacchierare con la stupenda Bonnie Raitt, che avrebbe aperto il concerto e subito dopo mi avviai verso il camerino di Eric Clapton, dove il chitarrista si stava intrattenendo assieme al bassista della sua band, Nathan East e, per rilassarsi prima del loro set, stavano giocando una partita a calcio balilla.
Eric era molto composto nel giocare, un po come quando suona la sua chitarra, con quell'eleganza nei modi, tipicamente inglese, mentre Nathan era più eccitato e si spostava da una manopola all'altra alla velocità della luce.
Io, dalla porta aperta del camerino, dove mi ero piazzato per controllare la situazione, mi divertivo a vederli così tranquilli e divertiti.
All'improvviso arrivò un tizio dello staff che richiamò l'attenzione di Nathan, non capìì bene cosa gli disse, anche perchè anch'io stavo parlando con una persona ma, da quanto potei capire, qualcuno desiderava parlare con lui. Così il bassista, scusandosi con Eric lasciò la sua postazione ed uscì.
Inrociai lo sguardo di Clapton, rimasto solo, che con un gesto della testa ed un sorriso, mi invitò a prendere il posto del bassista.
Abbastanza sbalordito dalla inaspettata richiesta presi posto a calcio balilla (non si può oggettivamente dire no grazie ad Eric Clapton) e, come il chitarrista lanciò la pallina, nella stanza entrò Paolo Rossi, si proprio il Paolo Rossi, il campione del mondo di Madrid 1982, amico di Eric Clapton , venuto ad vedere il concerto bolognese e passato dal camerino per salutarlo.
Fu così che, davanti allo sguardo di Paolo Rossi, segnai ad uno sbigottito Eric Clapton uno dei più fantascentifici goal della mia vita; un "gancio" fulminante che fece tuonare il legno dietro la sua porta!
Fortunatamente subito dopo ritornò Nathan East al quale lasciai immediatamente il posto, con il grande Clapton che ancora stava guardando l'interno della sua porta.
Piccole storie, insignificanti per loro ma che resteranno nella mia memoria per tutta la mia vita.
Il concerto fu qualcosa di stupendo, come i concerti di Eric Clapton sanno essere, in qualsiasi epoca vengano vissuti. Adoro il suo modo di suonare la chitarra da sempre.
Rammento una "Old Love" che mi strappò le budella, una bella parte blues con "Crossroads" e "Have You Ever Loved A Woman" ed un bel finale, dove salì sul palco anche Bonnie Raitt ed assieme suonarono "Shake It Up".
sabato 4 maggio 2019
giovedì 4 aprile 2019
Muddy Waters
Oggi, esattamente 106 anni fa nel 1913, nasceva a Rolling Fork, capoluogo della contea di Sharkey nel Mississippi, McKinley Morganfield, meglio conosciuto come Muddy Waters.
Non starò certo ad annoiarvi con l'ennesimo racconto della sua avventurosa vita, o con la recensione della sua lunga discografia ma vi racconterò un piccolo episodio del mio unico incontro con uno dei riconosciuti Maestri del blues.
Eravamo al primo leggendario Pistoia Blues Festival, nell'oramai lontano 1980, nella centralissima Piazza Duomo.
Ricordo che vidi le tre giornate del Festival seduto a terra in mezzo alla piazza, con davanti a me un enorme radio registratore, di quelli che andavano molto di moda in quegli anni e che venivano chiamati "ghetto blaster", a cui avevo attaccato due microfoni e con il quale mi registrai l'intero Festival.L'atmosfera era assolutamente informale e, grazie anche alla quasi totale assenza di un vero servizio d'ordine che controllasse il tutto, non era così difficile arrivare nel backstage, cosa che infatti feci a più riprese.
C'è da dire però che, a differenza dei giorni nostri c'era un maggior pudore e maggior rispetto verso la privacy degli artisti che si erano appena esibiti o che stavano per farlo, quasi a non volerli disturbare.
Si era appena esibito Fats Domino, un'altra leggenda e prima di lui Mighty Joe Young che all'epoca ancora non conoscevo e che mi aveva letteralmente lasciato a bocca aperta, tanto da farmi esclamare all'amico che era seduto accanto a me che mi sembrava che Mighty Joe avesse messo dell'olio sul manico della sua chitarra Gibson, tanto il suo fraseggio appariva sciolto.Mi alzai dalla mia postazione e mi avviai verso il backstage intenzionato ad incontrarlo, per potergli anche soltanto fare i complimenti, quando rimasi letteralmente bloccato, visto che a pochi metri da me c'era Muddy Waters con la sua meravigliosa Fender Telecaster del 1957, che aveva portato con se anche al Newport Jazz Festival, quella chitarra che lui chiamava "The Hoss" e che si può ammirare al "Rock And Roll All Of Fame".
Muddy era li in attesa di salire sul palco, mentre la sua strepitosa band stava suonando i brani che avrebbero introdotto il mito ed io ero li a pochi metri da lui che lo guardavo imbambolato. Lui si girò, con un ghigno sul volto che non prometteva niente di buono, mi guardò ed io non trovai di meglio da fare che fargli "ciao, ciao" con la mano. Il suo ghigno si sciolse in un sorriso e fece quei cinque passi che lo dividevano da me tendendomi la mano. Mano che strinsi sorridendogli.Lo lasciai immediatamente all'attesa di salire su, senza disturbarlo ulteriormente e tornai a sedere al mio posto, raccontando al mio amico l'accaduto.
Per inciso Daniele, era il suo nome, non ha mai creduto a tutto ciò.
In seguito, dopo molti anni, sono stato a Clarksdale, Mississippi a visitare il luogo dove Muddy ha vissuto per molti anni, i primi trenta della sua vita, presso lo Stowall Plantation ed il brivido che ho provato è stato pari a quello di quando gli strinsi la mano in quel lontano 15 luglio del 1980.
Non starò certo ad annoiarvi con l'ennesimo racconto della sua avventurosa vita, o con la recensione della sua lunga discografia ma vi racconterò un piccolo episodio del mio unico incontro con uno dei riconosciuti Maestri del blues.
Eravamo al primo leggendario Pistoia Blues Festival, nell'oramai lontano 1980, nella centralissima Piazza Duomo.
Ricordo che vidi le tre giornate del Festival seduto a terra in mezzo alla piazza, con davanti a me un enorme radio registratore, di quelli che andavano molto di moda in quegli anni e che venivano chiamati "ghetto blaster", a cui avevo attaccato due microfoni e con il quale mi registrai l'intero Festival.L'atmosfera era assolutamente informale e, grazie anche alla quasi totale assenza di un vero servizio d'ordine che controllasse il tutto, non era così difficile arrivare nel backstage, cosa che infatti feci a più riprese.
C'è da dire però che, a differenza dei giorni nostri c'era un maggior pudore e maggior rispetto verso la privacy degli artisti che si erano appena esibiti o che stavano per farlo, quasi a non volerli disturbare.
Si era appena esibito Fats Domino, un'altra leggenda e prima di lui Mighty Joe Young che all'epoca ancora non conoscevo e che mi aveva letteralmente lasciato a bocca aperta, tanto da farmi esclamare all'amico che era seduto accanto a me che mi sembrava che Mighty Joe avesse messo dell'olio sul manico della sua chitarra Gibson, tanto il suo fraseggio appariva sciolto.Mi alzai dalla mia postazione e mi avviai verso il backstage intenzionato ad incontrarlo, per potergli anche soltanto fare i complimenti, quando rimasi letteralmente bloccato, visto che a pochi metri da me c'era Muddy Waters con la sua meravigliosa Fender Telecaster del 1957, che aveva portato con se anche al Newport Jazz Festival, quella chitarra che lui chiamava "The Hoss" e che si può ammirare al "Rock And Roll All Of Fame".
Muddy era li in attesa di salire sul palco, mentre la sua strepitosa band stava suonando i brani che avrebbero introdotto il mito ed io ero li a pochi metri da lui che lo guardavo imbambolato. Lui si girò, con un ghigno sul volto che non prometteva niente di buono, mi guardò ed io non trovai di meglio da fare che fargli "ciao, ciao" con la mano. Il suo ghigno si sciolse in un sorriso e fece quei cinque passi che lo dividevano da me tendendomi la mano. Mano che strinsi sorridendogli.Lo lasciai immediatamente all'attesa di salire su, senza disturbarlo ulteriormente e tornai a sedere al mio posto, raccontando al mio amico l'accaduto.
Per inciso Daniele, era il suo nome, non ha mai creduto a tutto ciò.
In seguito, dopo molti anni, sono stato a Clarksdale, Mississippi a visitare il luogo dove Muddy ha vissuto per molti anni, i primi trenta della sua vita, presso lo Stowall Plantation ed il brivido che ho provato è stato pari a quello di quando gli strinsi la mano in quel lontano 15 luglio del 1980.
mercoledì 30 gennaio 2019
Al mercato con ROBERT PLANT- Pistoia Blues Festival 1993
Era l'edizione del 1993 del prestigioso Pistoia Blues Festival, annata dal cartellone piuttosto ricco che vedeva, accanto a grossi nomi del blues, come R.L. Burnside, Honeyboy Edwars, Little Milton, James Cotton, Johnny Mars, Denise LaSalle, Latimore e Jeff Healey, anche due nomi leggendari del rock, due che avevano fatto la storia con le rispettive band i Cream ed i Led Zeppelin.
Si trattava infatti di Jack Bruce, storico bassista dei Cream e del leggendario cantante dei Led Zeppelin appunto, Robert Plant.
Plant, che chiuse la seconda serata di quella edizione del Festival toscano, già allora rappresentava una delle vere e proprie leggende viventi che arrivava per la prima volta sul palco del Pistoia Blues.
Quando andai a prelevarlo dall'auto con cui arrivò, ero infatti il responsabile della security del Festival, come lo sono ancora oggi, notai immediatamente che il biondo cantante non aveva assolutamente perso il fascino che emanava in quel periodo che andava dalla fine anni '60, alla seconda metà degli anni '70 in cui cantava ancora con gli Zep.
I capelli erano ancora molto lunghi e gli scendevano sulle spalle in lunghi boccoli biondi ed il suo fisico era scattante, nonostante all'epoca avesse già 45 anni, che dimostrava soltanto per qualche piccola ruga che segnava il suo volto.
Si dimostrò subito un personaggio particolarissimo, che non aveva per nulla perso il suo atteggiamento un po' da hippy ed un po da rockstar distratta e molto alla mano, chiedendo immediatamente al suo tour manager, una volta arrivato nel backstage e sistemato le sue cose in camerino, di poter andare a visitare l'allora celebre mercatino che si teneva nelle strade adiacenti alla piazza dove si sarebbe tenuto lo show. Mercatino allora ricchissimo di banchi di artigiani e di banchi di abbigliamento e mercanzia tardo hippy, che lui aveva intravisto arrivando con la macchina e che lo aveva immediatamente conquistato.
Sconcerto immediato da parte del povero tour manager, il quale mi chiamò immediatamente e, preoccupatissimo, mi chiese se avessi avuto una qualche idea in merito sul come esaudire questa bizzarra richiesta della rockstar, senza che questo suo desiderio imprevisto avesse potuto combinare un putiferio.
Considerate che quelli erano tempi totalmente diversi da quelli attuali e gli artisti, pur se di presa enorme come quella dell'ex leader di una band come i Led Zeppelin, arrivavano nei luoghi dei concerti praticamente senza staff al seguito, senza sicurezza personale ma affidandosi alla security locale e con al seguito solo un tour manager locale.
Si trattava insomma di portare Robert Plant in un affollatissimo mercatino di fricchettoni, prima del suo concerto, per vedere i banchi e, magari, acquistare pure qualcosa.
Non mi persi d'animo e dissi al preoccupatissimo manager di non allarmarsi, che avrei pensato a tutto io.
Fornii a Plant un enorme paio di occhiali da sole dalle lenti scurissime e lui, una volta indossati, si mise a mimare l'atteggiamento di un non vedente, con le braccia protese in avanti, come a cercare una direzione dove andare, gli fornii inoltre un cappellone di quelli colorati, tipo rasta, che lui indossò, nascondendo la sua enorme capigliatura bionda al suo interno, cosa questa che gli fece diventare la testa enorme tanto che, una volta specchiatosi ed essendo vanitoso come una vera e propria diva, decise che non si piaceva e se lo tolse immediatamente, dimostrandosi impaziente di partire alla volta del mercato.
Chiamai allora con me Tommy, uno dei miei più fidati ragazzi della security e gli imposi di aprirci la strada, camminando, con passo tranquillo, un paio di metro davanti a Plant dietro al quale, sempre ad un paio di metri di distanza, mi sarei posizionato io, attentissimo a qualsiasi cosa si fosse mossa nei suoi paraggi.
Ci avviammo così finalmente in direzione mercatino.
C'era davvero un sacco di gente e si camminava lentamente. Robert era interessatissimo alle varie bancarelle e si soffermava a guardare le cose che vi erano esposte con grande interesse.
Stranamente e fortunatamente aggiungo, nessuno pareva riconoscerlo; del resto chi avrebbe potuto pensare di vedere una rockstar di quella portata in giro, poco prima di salire sul palco, per le strade della città, apparentemente da solo? Tutti insomma passavano accanto a questo ragazzone dai lunghi capelli biondi raccolti in una coda, senza degnarlo della minima attenzione.
Robert acquistò un pareo bianco e nero ed un narghilè.
Soltanto la ragazza dietro il banco, al momento di incassare i soldi dal cantante, lo guardò aguzzando lo sguardo e poi immediatamente guardò me, che ne frattempo mi ero avvicinato a lui, facendo un'espressione come a chiedermi se davvero quel tipo che gli aveva dato le banconote ed al quale si apprestava a dare il resto, fosse veramente "lui". Io feci un cenno impercettibile di si con la testa e mi portai l'indice vicino alla bocca sibilando un "ssshhhhhh...!!!"
Lei alzò gli occhi al cielo e disse piano che avrebbe messo quelle banconote in una cornice!
Una volta compiuto il giro desiderato dall'artista, ci incamminammo verso l'accesso della piazza, da uno degli ingressi più vicini, che altro non era che l'ingresso principale da dove entrava il pubblico, per rientrare nel backstage, visto che da li a non molto Plant sarebbe dovuto salire sul palco per il suo concerto.
Camminavamo esattamente come quando eravamo partiti, con Tommy un bel po più avanti di Robert, che era totalmente incuriosito da tutto quello che vedeva e, un po più indietro io, che cercavo di non farmi vedere per non insospettire la gente che si avviava verso l'ingresso.
Una volta arrivati davanti alla porta presidiata dalla nostra security e dai Carabinieri, Tommy entrò, convinto di avere dietro di se Plant, mentre questi si era un po attardato e, quando si presentò, i Carabinieri, lo bloccarono immediatamente, assieme ai cani dell'antidroga che iniziarono subito ad annusarlo ,probabilmente insospettiti da questo personaggio; dovetti perciò urlare ai Carabinieri stessi che il tipo era assieme a me e che sarebbe potuto entrare anche senza biglietto, cosa che accadde immediatamente visto che, pensate a quanto possa essere incredibilmente buffa questa cosa, godeva del mio lasciapassare!
Situazione davvero comica, di cui rido ancora ogni volta che ci penso. Roba che, pensai, un giorno racconterò ai nipoti.
Sul palco Robert Plant incarnò alla perfezione quello che era stato e che era ancora, iniziando con una incredibile "Ramble On", che ci riportò immediatamente all'era Zeppelin, band della quale, in quella occasione, ripropose molti brani, oltre a quelli di quello che era il suo ultimo album in ordine di uscita, risalente al maggio dell'anno precedente, vale a dire "Fate Of Nation".
Inutile dire che sulla finale "Whole Lotta Love" ci fu un vero e proprio tripudio, andai infatti a riprenderlo dal palco e, mentre scendevamo le scalette, potei percepire la grande eccitazione di tutto il numeroso pubblico presente.
Un altra curiosità fu che al termine del suo concerto, davanti al suo camerino, chiesi a Robert di scattarmi una foto assieme a lui; ovviamente acconsentì ma mi disse di aspettare un attimo che avrebbe voluto cambiarsi, tirò fuori da una borsa una t-shirt e la indossò, mostrando un'espressione da vero figlio di buona donna, con un sorriso beffardo che sottintendeva mille cose. Dovete sapere che a quell'epoca i rapporti con il suo ex chitarrista Jimmy Page non erano dei migliori, praticamente non si parlavano neppure; ebbene lui indossò una maglietta con l'immagine e la scritta Jimmy Page!
In seguito avrei incontrato nuovamente Robert Plant svariate volte ma quella fu un'occasione che è rimasta impressa nella mia mente.
Erano ancora i tempi in cui potevano accadere queste cose e tutto era ancora molto ma molto rock'n roll.
Si trattava infatti di Jack Bruce, storico bassista dei Cream e del leggendario cantante dei Led Zeppelin appunto, Robert Plant.
Plant, che chiuse la seconda serata di quella edizione del Festival toscano, già allora rappresentava una delle vere e proprie leggende viventi che arrivava per la prima volta sul palco del Pistoia Blues.
Quando andai a prelevarlo dall'auto con cui arrivò, ero infatti il responsabile della security del Festival, come lo sono ancora oggi, notai immediatamente che il biondo cantante non aveva assolutamente perso il fascino che emanava in quel periodo che andava dalla fine anni '60, alla seconda metà degli anni '70 in cui cantava ancora con gli Zep.
I capelli erano ancora molto lunghi e gli scendevano sulle spalle in lunghi boccoli biondi ed il suo fisico era scattante, nonostante all'epoca avesse già 45 anni, che dimostrava soltanto per qualche piccola ruga che segnava il suo volto.
Si dimostrò subito un personaggio particolarissimo, che non aveva per nulla perso il suo atteggiamento un po' da hippy ed un po da rockstar distratta e molto alla mano, chiedendo immediatamente al suo tour manager, una volta arrivato nel backstage e sistemato le sue cose in camerino, di poter andare a visitare l'allora celebre mercatino che si teneva nelle strade adiacenti alla piazza dove si sarebbe tenuto lo show. Mercatino allora ricchissimo di banchi di artigiani e di banchi di abbigliamento e mercanzia tardo hippy, che lui aveva intravisto arrivando con la macchina e che lo aveva immediatamente conquistato.
Sconcerto immediato da parte del povero tour manager, il quale mi chiamò immediatamente e, preoccupatissimo, mi chiese se avessi avuto una qualche idea in merito sul come esaudire questa bizzarra richiesta della rockstar, senza che questo suo desiderio imprevisto avesse potuto combinare un putiferio.
Considerate che quelli erano tempi totalmente diversi da quelli attuali e gli artisti, pur se di presa enorme come quella dell'ex leader di una band come i Led Zeppelin, arrivavano nei luoghi dei concerti praticamente senza staff al seguito, senza sicurezza personale ma affidandosi alla security locale e con al seguito solo un tour manager locale.
Si trattava insomma di portare Robert Plant in un affollatissimo mercatino di fricchettoni, prima del suo concerto, per vedere i banchi e, magari, acquistare pure qualcosa.
Non mi persi d'animo e dissi al preoccupatissimo manager di non allarmarsi, che avrei pensato a tutto io.
Fornii a Plant un enorme paio di occhiali da sole dalle lenti scurissime e lui, una volta indossati, si mise a mimare l'atteggiamento di un non vedente, con le braccia protese in avanti, come a cercare una direzione dove andare, gli fornii inoltre un cappellone di quelli colorati, tipo rasta, che lui indossò, nascondendo la sua enorme capigliatura bionda al suo interno, cosa questa che gli fece diventare la testa enorme tanto che, una volta specchiatosi ed essendo vanitoso come una vera e propria diva, decise che non si piaceva e se lo tolse immediatamente, dimostrandosi impaziente di partire alla volta del mercato.
Chiamai allora con me Tommy, uno dei miei più fidati ragazzi della security e gli imposi di aprirci la strada, camminando, con passo tranquillo, un paio di metro davanti a Plant dietro al quale, sempre ad un paio di metri di distanza, mi sarei posizionato io, attentissimo a qualsiasi cosa si fosse mossa nei suoi paraggi.
Ci avviammo così finalmente in direzione mercatino.
C'era davvero un sacco di gente e si camminava lentamente. Robert era interessatissimo alle varie bancarelle e si soffermava a guardare le cose che vi erano esposte con grande interesse.
Stranamente e fortunatamente aggiungo, nessuno pareva riconoscerlo; del resto chi avrebbe potuto pensare di vedere una rockstar di quella portata in giro, poco prima di salire sul palco, per le strade della città, apparentemente da solo? Tutti insomma passavano accanto a questo ragazzone dai lunghi capelli biondi raccolti in una coda, senza degnarlo della minima attenzione.
Robert acquistò un pareo bianco e nero ed un narghilè.
Soltanto la ragazza dietro il banco, al momento di incassare i soldi dal cantante, lo guardò aguzzando lo sguardo e poi immediatamente guardò me, che ne frattempo mi ero avvicinato a lui, facendo un'espressione come a chiedermi se davvero quel tipo che gli aveva dato le banconote ed al quale si apprestava a dare il resto, fosse veramente "lui". Io feci un cenno impercettibile di si con la testa e mi portai l'indice vicino alla bocca sibilando un "ssshhhhhh...!!!"
Lei alzò gli occhi al cielo e disse piano che avrebbe messo quelle banconote in una cornice!
Una volta compiuto il giro desiderato dall'artista, ci incamminammo verso l'accesso della piazza, da uno degli ingressi più vicini, che altro non era che l'ingresso principale da dove entrava il pubblico, per rientrare nel backstage, visto che da li a non molto Plant sarebbe dovuto salire sul palco per il suo concerto.
Camminavamo esattamente come quando eravamo partiti, con Tommy un bel po più avanti di Robert, che era totalmente incuriosito da tutto quello che vedeva e, un po più indietro io, che cercavo di non farmi vedere per non insospettire la gente che si avviava verso l'ingresso.
Una volta arrivati davanti alla porta presidiata dalla nostra security e dai Carabinieri, Tommy entrò, convinto di avere dietro di se Plant, mentre questi si era un po attardato e, quando si presentò, i Carabinieri, lo bloccarono immediatamente, assieme ai cani dell'antidroga che iniziarono subito ad annusarlo ,probabilmente insospettiti da questo personaggio; dovetti perciò urlare ai Carabinieri stessi che il tipo era assieme a me e che sarebbe potuto entrare anche senza biglietto, cosa che accadde immediatamente visto che, pensate a quanto possa essere incredibilmente buffa questa cosa, godeva del mio lasciapassare!
Situazione davvero comica, di cui rido ancora ogni volta che ci penso. Roba che, pensai, un giorno racconterò ai nipoti.
Sul palco Robert Plant incarnò alla perfezione quello che era stato e che era ancora, iniziando con una incredibile "Ramble On", che ci riportò immediatamente all'era Zeppelin, band della quale, in quella occasione, ripropose molti brani, oltre a quelli di quello che era il suo ultimo album in ordine di uscita, risalente al maggio dell'anno precedente, vale a dire "Fate Of Nation".
Inutile dire che sulla finale "Whole Lotta Love" ci fu un vero e proprio tripudio, andai infatti a riprenderlo dal palco e, mentre scendevamo le scalette, potei percepire la grande eccitazione di tutto il numeroso pubblico presente.
Un altra curiosità fu che al termine del suo concerto, davanti al suo camerino, chiesi a Robert di scattarmi una foto assieme a lui; ovviamente acconsentì ma mi disse di aspettare un attimo che avrebbe voluto cambiarsi, tirò fuori da una borsa una t-shirt e la indossò, mostrando un'espressione da vero figlio di buona donna, con un sorriso beffardo che sottintendeva mille cose. Dovete sapere che a quell'epoca i rapporti con il suo ex chitarrista Jimmy Page non erano dei migliori, praticamente non si parlavano neppure; ebbene lui indossò una maglietta con l'immagine e la scritta Jimmy Page!
In seguito avrei incontrato nuovamente Robert Plant svariate volte ma quella fu un'occasione che è rimasta impressa nella mia mente.
Erano ancora i tempi in cui potevano accadere queste cose e tutto era ancora molto ma molto rock'n roll.
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sabato 29 dicembre 2018
My Best of 2018
Anche il 2018 è stato un anno molto ricco di buone uscite discografiche.
A volte, vista la gran quantità di dischi che mensilmente escono, si rischia di perdere qualcosa per strada, cosa che ovviamente succede ed è successa sicuramente anche a me, nonostante tutto cerco sempre di ascoltare con curiosità quante più cose nuove posso.
Queste, tra le tantissime cose ascoltate, sono quelle che personalmente ho preferito:
RY COODER - Prodigal Son
BRUCE SPRINGSTEEN - On Broadway
THE SHEEPDOGS - Changing Colours
KAMASI WASHINGTON - Heaven And Earth
GLEN HANSARD - Between Two Shores
BILLY GIBBONS - The Big Bad Blues
BOZ SCAGGS - Out Of The Blues
BUDDY GUY - The Blues Is Alive And Well
TONY JOE WHITE- Bad Mouthin'
MAGPIE SALUTE - High Water I
MARCUS KING BAND - Carolina Confession
ST. PAUL AND THE BROKEN BONES - Young Sick Camellia
JAMES HARMAN - Fineprint
ROCKWELL AVENUE BLUES BAND - Back To Chicago
JONATHAN WILSON - Rare Birds
ALLMAN BROTHERS BAND - Cream Of The Crop 2003
KURT WILE- Bottle In It
JACK PEARSON - Live
JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness
BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE - No Mercy In This Land
MALCOM HOLCOMBE- Come Hell Or High Water
THE DECEMBERISTS - I'll Be Your Girl
LITTLE STEVEN AND THE DISCIPLES OF SOUL - Soulfire Live!
COLTER WALL - Songs Of The Plains
NICK MOSS BAND feat. DENNIS GRUENLING - The High Coast Of Low Living
VAN MORRISON - The Prophet Speaks
KING CRIMSON - Live In Mexico
PAUL WELLER - True Meanings
PAUL McCARTNEY - Egypt Station
MARCIA BALL - Shine Bright
EUGENE HIDEAWAY BRIDGES - Live In Tallahassee
Concerti:
ATOMIC ROOSTER - London "Under The Bridge" 20/01/18
BILLY GIBBONS with SUPERSONIC BLUES MACHINE - Pistoia Blues 15/07/18
SEASICK STEVE - MusicaW, Castellina Marittima 14/08/18
MALCOM HOLCOMBE - Pistoia "Santomato Live" 06/12/18
giovedì 22 novembre 2018
EDDIE C. CAMPBELL (1939-2018)
Nato a Duncan, Mississippi nel 1939, Eddie, all'età di dieci anni, si spostò a Chicago.
Poco più che bambino, dopo che la madre lo portò a vedere un concerto di Muddy Waters al "Club 1125" di Madison Avenue, capì che quella sarebbe stata la sua vita e, soltanto quattro anni più tardi, il giovanissimo Eddie si guadagnò un posto proprio su quel palco.
Ben presto divenne uno dei musicisti più popolari della zona ed era facile vederlo sfrecciare su una fiammeggiante motocicletta viola (la motocicletta era una Honda CBX).
Eddie era già allora un personaggio eclettico, imparò il Karate e divenne pure un ottimo pugile dilettante con ben 16 ko all'attivo.
La sua chitarra Fender Jazzmaster rossa era però il suo amore più grande.
Suonò assieme a Otis Rush, Mighty Joe Young e Jimmy Reed.
Incise il primo album a suo nome nel 1977, "King Of The Jungle" era il titolo del disco, un robusto disco di "Chicago Blues", contenente alcune sue composizioni, come ad esempio la title track, o come il travolgente strumentale "Smokin' Potatoes", dove duettava alla grande con l'armonica di Carey Bell. Il disco conteneva inoltre alcune covers di artisti come Muddy Waters, Willie Dixon e Percy Mayfield.
Arrivò in Europa la prima volta nel 1979 con l' "American Blues Legend Tour".
Ebbi la fortuna di assistere ad una sua esibizione, che ricordo con grande piacere, nel 1987 al "Pistoia Blues Festival", per quell'edizione denominato semplicemente "Bluesin' 87", dove ero, come lo sono ancora adesso, responsabile della sicurezza, Festival dove si doveva esibìre assieme ai nostrani Model T-Boogie ma un ritardo lo vide esibirsi il giorno successivo assieme alla band, che si prestò per l'occasione, di Valery Wellington
L'ultimo album inciso all'epoca del concerto a cui assistetti, in quell'ormai lontanissimo 4 Luglio 1987 a Pistoia, risaliva a due anni prima, il 1985 e si intitolava "Baddest Cat On The Block"".
T-shirt bianca attillatissima, con su scritto "Blues Festival" in rosso, che metteva in mostra un fisico, ai tempi, molto allenato, capelli afro, stile primi anni '70, con basettoni d'ordinanza annessi, Eddie incarnava fisicamente, con un buon decennio di ritardo, il tipico nero da action movie della cosiddetta Blaxploitation targata anni '70.
Dal palco ci deliziò con il suo blues bello tirato e trascinante, dimostrando egli stesso di conoscere tutti i trucchi che servivano per ingraziarsi la platea, come suonare con i denti e dietro la schiena, la sua celebre Fender Jazzmaster rossa.
Il 20 Novembre scorso, già molto malato, Eddie ci ha lasciato.
L'ho appreso personalmente da un post letto durante la notte sulla sua pagina facebook.
Un altro grande esponente del "Chicago Blues" ci ha lasciato, rendendo tutti noi amanti del blues ancora una volta molto più soli.
(le foto di Eddie C. Campbell al Bluesin'87 di Pistoia sono di: Stefano Di Cecio
la foto nel backstage del Bluesin' 87 con Massimo Pavin e Dario Lombardo dei Model T- Boogie è di proprietà di Dario Lombardo)
Poco più che bambino, dopo che la madre lo portò a vedere un concerto di Muddy Waters al "Club 1125" di Madison Avenue, capì che quella sarebbe stata la sua vita e, soltanto quattro anni più tardi, il giovanissimo Eddie si guadagnò un posto proprio su quel palco.
Ben presto divenne uno dei musicisti più popolari della zona ed era facile vederlo sfrecciare su una fiammeggiante motocicletta viola (la motocicletta era una Honda CBX).
Eddie era già allora un personaggio eclettico, imparò il Karate e divenne pure un ottimo pugile dilettante con ben 16 ko all'attivo.
La sua chitarra Fender Jazzmaster rossa era però il suo amore più grande.
Suonò assieme a Otis Rush, Mighty Joe Young e Jimmy Reed.
Incise il primo album a suo nome nel 1977, "King Of The Jungle" era il titolo del disco, un robusto disco di "Chicago Blues", contenente alcune sue composizioni, come ad esempio la title track, o come il travolgente strumentale "Smokin' Potatoes", dove duettava alla grande con l'armonica di Carey Bell. Il disco conteneva inoltre alcune covers di artisti come Muddy Waters, Willie Dixon e Percy Mayfield.
Arrivò in Europa la prima volta nel 1979 con l' "American Blues Legend Tour".
Ebbi la fortuna di assistere ad una sua esibizione, che ricordo con grande piacere, nel 1987 al "Pistoia Blues Festival", per quell'edizione denominato semplicemente "Bluesin' 87", dove ero, come lo sono ancora adesso, responsabile della sicurezza, Festival dove si doveva esibìre assieme ai nostrani Model T-Boogie ma un ritardo lo vide esibirsi il giorno successivo assieme alla band, che si prestò per l'occasione, di Valery Wellington
L'ultimo album inciso all'epoca del concerto a cui assistetti, in quell'ormai lontanissimo 4 Luglio 1987 a Pistoia, risaliva a due anni prima, il 1985 e si intitolava "Baddest Cat On The Block"".
T-shirt bianca attillatissima, con su scritto "Blues Festival" in rosso, che metteva in mostra un fisico, ai tempi, molto allenato, capelli afro, stile primi anni '70, con basettoni d'ordinanza annessi, Eddie incarnava fisicamente, con un buon decennio di ritardo, il tipico nero da action movie della cosiddetta Blaxploitation targata anni '70.
Dal palco ci deliziò con il suo blues bello tirato e trascinante, dimostrando egli stesso di conoscere tutti i trucchi che servivano per ingraziarsi la platea, come suonare con i denti e dietro la schiena, la sua celebre Fender Jazzmaster rossa.
Il 20 Novembre scorso, già molto malato, Eddie ci ha lasciato.
L'ho appreso personalmente da un post letto durante la notte sulla sua pagina facebook.
Un altro grande esponente del "Chicago Blues" ci ha lasciato, rendendo tutti noi amanti del blues ancora una volta molto più soli.
(le foto di Eddie C. Campbell al Bluesin'87 di Pistoia sono di: Stefano Di Cecio
la foto nel backstage del Bluesin' 87 con Massimo Pavin e Dario Lombardo dei Model T- Boogie è di proprietà di Dario Lombardo)
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Eddie C. Campbell,
PISTOIA BLUES
martedì 23 gennaio 2018
ATOMIC ROOSTER live at the "Under The Bridge", London- January 20th 2018
Gli Atomic Rooster, creatura del compianto Vincent Crane, tastierista di enorme talento, scomparso purtroppo suicida all'età di 46 anni nel febbraio del 1989, sono da sempre stati una band da me molto amata fin dai primissimi passi.
Non erano conosciutissimi da noi all'epoca, lo sono divenuti, come spesso accade, una volta terminato il loro percorso artistico. Io invece trovavo in loro una vena underground particolare, quasi maledetta. Percepivo, pur non conoscendo ovviamente i dettagli visto che la stampa musicale dell'epoca non si occupava moltissimo di loro, un certo carattere spigoloso da parte del leader ed anche un certo disagio; le formazioni che cambiavano ad ogni disco, come anche un particolare episodio accaduto nell'agosto del 1972, quando li aspettavo a gloria per un concerto che avrebbe dovuto tenersi al "Piper 2000" di Viareggio e che invece misteriosamente fu cancellato (avremmo saputo di li a qualche giorno che il tastierista se ne sarebbe fuggito col malloppo, lasciando gli altri membri della band a piedi, tanto che il batterista Rick Parnell sarebbe rimasto in Italia, trovando alloggio presso gli Ibis di Nico Di Palo).
Tutte queste cose facevano accrescere in me una curiosità pazzesca nei confronti di questa band, mentre continuavo ad ascoltare i loro bellissimi albums, come "Death Walks Behind You" o "In Hearing Of".
E' stato dunque con grande felicità che,in occasione di un mio breve viaggio a Londra, ho scoperto che la band si era riformata e che avrebbe tenuto un concerto proprio nei giorni della mia permanenza in città.
Due membri della formazione relativa al mio album preferito della band, vale a dire "In hearing Of" , il cantante Peter French ed il chitarrista Steve Bolton (in realtà in quel disco il chitarrista non era Steve Bolton, bensì John DuCann ma Bolton ne avrebbe preso il posto all'indomani dell'uscita del disco stesso), con il beneplacito della vedova di Vincent Crane, hanno aquisito i diritti del marchio della band ed hanno riportato il Galletto Atomico on the road.
Il locale dove si sarebbe svolto il concerto è un club chiamato "Under The Bridge" e si trova proprio davanti allo stadio del Chelsea, a Stamford Bridge appunto.
Arriviamo prima dell'inizio del set e vedo Peter French, che tra l'altro è stato il cantante dei Leaf Hound e dei Cactus, intrattenersi a parlare con amici. Mi avvicino e lo saluto, visto che tramite Facebook lo avevo avvertito che dall'Italia sarei venuto a vedere questa data dei neoriformati Roosters.
Il tempo di scattare qualche foto, salutarci e darci appuntamento a dopo il set.
La nuova formazione, oltre ai due veterani, comprende Adrian Gautrey alle tastiere, Shug Millidge alla batteria e Bo Walsh al basso.
Dopo la presentazione da parte di Johnny "Guitar" Williamson, la band sale sul palco ed attaccano subito con "Sleeping For years", titolo altamente esplicativo, dal momento che la band era inattiva dalla metà degli anni '80, tratto dal loro secondo album.
Colpisce immediatamente il sound che riporta in maniera incredibile a quei primissimi anni '70, come del resto l'attitudine dei musicisti stessi sul palco.
Il pubblico presente, molto variegato e numeroso (la sala è piuttosto grande), aiuta in questo i musicisti sul palco ed è molto partecipe e coinvolto.
Peter e Steve sono chiaramente i due leaders e, indubbiamente, gli occhi dei più sono rivolti a loro, come i miei del resto, visto che il loro modo di stare sul palco è proprio quello di due musicisti che la sanno davvero lunga e sanno come fare a catalizzare l'attenzione del pubblico di fronte a loro.
Soprattutto Peter French che ha davvero l'attitudine della rockstar vecchio stampo, sia per come si muove sul palco, sia per come tiene l'asta del microfono che per i suoi atteggiamenti.
Seguono l'hit "Tomorrow Night" e la sinuosa "Black Snake", ma è con il quarto brano "A Spoonful Of Bromide Helps The Pulse Rate Go Down" che, dal momento essere uno strumentale, l'attenzione si rivolge al resto della band e, devo dire in tutta sincerità, che mai mi sarei aspettato da questa formazione una resa così ottima e così vicina a quello che era il sound dei loro esordi.
Adrian alle tastiere è una vera forza della natura ed il suono del suo Hammnd ricalca alla perfezione quelli che erano i suoni del suo illustre grandissimo predecessore ed il batterista Shug è un percussionista dal suono preciso e potente, molto potente, mentre il roccioso Bo al basso, elemento nuovo per la formazione, visto che in precedenza i bassi venivano suonati direttamente da Vincent Crane, è uno stantuffo instancabile.
Tutto davvero molto bello e coinvolgente.
Tutto il repertorio è tratto dai primi tre albums della band, ad eccezione di "Don't Loose Your Mind" che proviene da "Atomic Rooster" del 1980 e da una inaspettata "Fire" di Arthur Brown, con cui Crane suonava ad inizio carriera, proposta come bis.
Al termine del concerto ho fatto i miei complimenti vivissimi a Peter ed a Steve Bolton, che mi ha confessato che il gruppo è intenzionato a pubblicare un disco di materiale inedito quanto prima.
A questo punto non vediamo davvero l'ora.
Non erano conosciutissimi da noi all'epoca, lo sono divenuti, come spesso accade, una volta terminato il loro percorso artistico. Io invece trovavo in loro una vena underground particolare, quasi maledetta. Percepivo, pur non conoscendo ovviamente i dettagli visto che la stampa musicale dell'epoca non si occupava moltissimo di loro, un certo carattere spigoloso da parte del leader ed anche un certo disagio; le formazioni che cambiavano ad ogni disco, come anche un particolare episodio accaduto nell'agosto del 1972, quando li aspettavo a gloria per un concerto che avrebbe dovuto tenersi al "Piper 2000" di Viareggio e che invece misteriosamente fu cancellato (avremmo saputo di li a qualche giorno che il tastierista se ne sarebbe fuggito col malloppo, lasciando gli altri membri della band a piedi, tanto che il batterista Rick Parnell sarebbe rimasto in Italia, trovando alloggio presso gli Ibis di Nico Di Palo).
Tutte queste cose facevano accrescere in me una curiosità pazzesca nei confronti di questa band, mentre continuavo ad ascoltare i loro bellissimi albums, come "Death Walks Behind You" o "In Hearing Of".
E' stato dunque con grande felicità che,in occasione di un mio breve viaggio a Londra, ho scoperto che la band si era riformata e che avrebbe tenuto un concerto proprio nei giorni della mia permanenza in città.
Due membri della formazione relativa al mio album preferito della band, vale a dire "In hearing Of" , il cantante Peter French ed il chitarrista Steve Bolton (in realtà in quel disco il chitarrista non era Steve Bolton, bensì John DuCann ma Bolton ne avrebbe preso il posto all'indomani dell'uscita del disco stesso), con il beneplacito della vedova di Vincent Crane, hanno aquisito i diritti del marchio della band ed hanno riportato il Galletto Atomico on the road.
Il locale dove si sarebbe svolto il concerto è un club chiamato "Under The Bridge" e si trova proprio davanti allo stadio del Chelsea, a Stamford Bridge appunto.
Arriviamo prima dell'inizio del set e vedo Peter French, che tra l'altro è stato il cantante dei Leaf Hound e dei Cactus, intrattenersi a parlare con amici. Mi avvicino e lo saluto, visto che tramite Facebook lo avevo avvertito che dall'Italia sarei venuto a vedere questa data dei neoriformati Roosters.
Il tempo di scattare qualche foto, salutarci e darci appuntamento a dopo il set.
La nuova formazione, oltre ai due veterani, comprende Adrian Gautrey alle tastiere, Shug Millidge alla batteria e Bo Walsh al basso.
Dopo la presentazione da parte di Johnny "Guitar" Williamson, la band sale sul palco ed attaccano subito con "Sleeping For years", titolo altamente esplicativo, dal momento che la band era inattiva dalla metà degli anni '80, tratto dal loro secondo album.
Colpisce immediatamente il sound che riporta in maniera incredibile a quei primissimi anni '70, come del resto l'attitudine dei musicisti stessi sul palco.
Il pubblico presente, molto variegato e numeroso (la sala è piuttosto grande), aiuta in questo i musicisti sul palco ed è molto partecipe e coinvolto.
Peter e Steve sono chiaramente i due leaders e, indubbiamente, gli occhi dei più sono rivolti a loro, come i miei del resto, visto che il loro modo di stare sul palco è proprio quello di due musicisti che la sanno davvero lunga e sanno come fare a catalizzare l'attenzione del pubblico di fronte a loro.
Soprattutto Peter French che ha davvero l'attitudine della rockstar vecchio stampo, sia per come si muove sul palco, sia per come tiene l'asta del microfono che per i suoi atteggiamenti.
Seguono l'hit "Tomorrow Night" e la sinuosa "Black Snake", ma è con il quarto brano "A Spoonful Of Bromide Helps The Pulse Rate Go Down" che, dal momento essere uno strumentale, l'attenzione si rivolge al resto della band e, devo dire in tutta sincerità, che mai mi sarei aspettato da questa formazione una resa così ottima e così vicina a quello che era il sound dei loro esordi.
Adrian alle tastiere è una vera forza della natura ed il suono del suo Hammnd ricalca alla perfezione quelli che erano i suoni del suo illustre grandissimo predecessore ed il batterista Shug è un percussionista dal suono preciso e potente, molto potente, mentre il roccioso Bo al basso, elemento nuovo per la formazione, visto che in precedenza i bassi venivano suonati direttamente da Vincent Crane, è uno stantuffo instancabile.
Tutto davvero molto bello e coinvolgente.
Tutto il repertorio è tratto dai primi tre albums della band, ad eccezione di "Don't Loose Your Mind" che proviene da "Atomic Rooster" del 1980 e da una inaspettata "Fire" di Arthur Brown, con cui Crane suonava ad inizio carriera, proposta come bis.
Al termine del concerto ho fatto i miei complimenti vivissimi a Peter ed a Steve Bolton, che mi ha confessato che il gruppo è intenzionato a pubblicare un disco di materiale inedito quanto prima.
A questo punto non vediamo davvero l'ora.
martedì 16 gennaio 2018
DOLORES O'RIORDAN, IL MIO RICORDO.
Era l'edizione del 2000 del prestigioso Lucca Summer Festival ed era la terza edizione in cui ricoprivo il ruolo di responsabile della security della manifestazione.
Quell'anno il cartellone era ricchissimo ed accanto ad artisti del calibro di Joe Cocker, Ray Charles, Joan Baez, Lionel Richie, i Buena Vista Social Club, Pat Metheny e Natalie Cole, si sarebbero esibiti anche gli irlandesi Cranberries e sarebbe stata per me la prima volta che li vedevo.
Era il tour successivo all'album "Bury The Hatchet", uscito nell'aprile dell'anno precedente a le canzoni "Animal Instinct" e "Promises" continuavano a girare nelle varie radio, quando queste avevano ancora una programmazione che poteva definirsi tale.
Ad aprire il set era stato chiamato lo svedese Andreas Johnson, il cui singolo "Glorius", tratto dal suo secondo album, aveva ottenuto anch'esso un buon successo, anche per aver fatto da colonna sonora ad alcuni spot importanti.
Ricordo che poco prima dell'inizio del concerto fui chiamato dagli organizzatori ed entrai nei camerini per parlare con il tour manager della band e fu li che vidi per la prima volta Dolores. Se ne stava seduta ed aveva il pancione; era in stato interessante ed io non lo sapevo. ma mi colpirono i suoi occhi: uno sguardo intenso, bellissimi!
Il Tour manager mi informò che Dolores non si sentiva sicura, non stette a spiegarmene il motivo, però chiese di avere due persone della sicurezza, uno dei quali avrei dovuto essere io, ai lati del palco, per proteggerla da qualsiasi cosa sarebbe potuta accaderle.
Mentre lui parlava io mi voltai a guardarla ed i suoi occhi mi parvero a momenti taglienti ma allo stesso tempo quasi impauriti.
Durante il set mi piazzai alla sua sinistra e non la persi d'occhio un attimo, tenendo allo stesso tempo sotto controllo tutto quanto accadeva davanti al palco tra il pubblico.
Tutto filava liscio, finchè alcuni solerti impiegati di un'ente, non sto a farne il nome, ottusi come solo dei burocrati italiani sanno esserlo quando svolgono le loro funzioni, decisero di fare un controllo proprio nel bel mezzo del concerto.
A niente valsero le richieste da parte dell'organizzazione di aspettare la fine dello spettacolo, niente da fare, volevano parlare con me a tutti i costi e volevano farlo immediatamente!
Alla fine di un brano, dopo aver chiamato per radio uno dei miei ragazzi a sostituirmi in quel delicato compito, incrociai lo sguardo di Dolores che mi guardava preoccupata andare via dal mio posto, con lo sguardo le feci capire che ci sarebbe stato un altro al posto mio e mi voltai per scendere ed andare incontro a chi mi cercava.
Quella fu l'ultima volta che vidi quei due occhi meravigliosi, perchè quei tipi mi trattennero per tutta la durata del concerto e persino fino a quasi tutto il load out (che sarebbe quando gli artisti se ne vanno e si procede allo smontaggio dell'attrezzatura).
Avrei rivisto i Cranberries solo due anni dopo all'allora Palasport di Firenze, dove andai per accompagnare la mia fidanzata dell'epoca a cui piacevano molto ma non ebbi modo di incrociare nuovamente quei fieri occhi irlandesi e quello sguardo che tanto mi avevano colpito.
Perchè racconto tutto questo? perchè ieri Dolores O'Riordan se n'è andata, alla giovane età di 46 anni ed oggi, mentre sui social parte la stucchevole sequenza, da parte dei soliti personaggi privi della benchè minima delicatezza, che ci tengono a far sapere al mondo intero quanto la sua voce non gli piacesse, io ho invece ricevuto una inaspettata, quanto bellissima foto, che ci cattura assieme su quel palco; lei con il microfono tenuto tra entrambe le mani mentre sta cantando ed io alla sua sinistra (sulla destra nella foto), mentre a gambe larghe controllo che l'incolumità di questo scricciolo dagli occhi bellissimi e dalla voce meravigliosa, si perchè aveva una voce meravigliosa, sia salva.
...ed immagino che stia cantando proprio "Animal Instinct".
- foto di Dolores di Alcide Lucca 2000
- foto di Dolores e me scattata da Alessandra Corbelli
- Articolo tratto dal quotidiano "La Nazione" del 19 Luglio 2000
Quell'anno il cartellone era ricchissimo ed accanto ad artisti del calibro di Joe Cocker, Ray Charles, Joan Baez, Lionel Richie, i Buena Vista Social Club, Pat Metheny e Natalie Cole, si sarebbero esibiti anche gli irlandesi Cranberries e sarebbe stata per me la prima volta che li vedevo.
Era il tour successivo all'album "Bury The Hatchet", uscito nell'aprile dell'anno precedente a le canzoni "Animal Instinct" e "Promises" continuavano a girare nelle varie radio, quando queste avevano ancora una programmazione che poteva definirsi tale.
Ad aprire il set era stato chiamato lo svedese Andreas Johnson, il cui singolo "Glorius", tratto dal suo secondo album, aveva ottenuto anch'esso un buon successo, anche per aver fatto da colonna sonora ad alcuni spot importanti.
Ricordo che poco prima dell'inizio del concerto fui chiamato dagli organizzatori ed entrai nei camerini per parlare con il tour manager della band e fu li che vidi per la prima volta Dolores. Se ne stava seduta ed aveva il pancione; era in stato interessante ed io non lo sapevo. ma mi colpirono i suoi occhi: uno sguardo intenso, bellissimi!
Il Tour manager mi informò che Dolores non si sentiva sicura, non stette a spiegarmene il motivo, però chiese di avere due persone della sicurezza, uno dei quali avrei dovuto essere io, ai lati del palco, per proteggerla da qualsiasi cosa sarebbe potuta accaderle.
Mentre lui parlava io mi voltai a guardarla ed i suoi occhi mi parvero a momenti taglienti ma allo stesso tempo quasi impauriti.
Durante il set mi piazzai alla sua sinistra e non la persi d'occhio un attimo, tenendo allo stesso tempo sotto controllo tutto quanto accadeva davanti al palco tra il pubblico.
Tutto filava liscio, finchè alcuni solerti impiegati di un'ente, non sto a farne il nome, ottusi come solo dei burocrati italiani sanno esserlo quando svolgono le loro funzioni, decisero di fare un controllo proprio nel bel mezzo del concerto.
A niente valsero le richieste da parte dell'organizzazione di aspettare la fine dello spettacolo, niente da fare, volevano parlare con me a tutti i costi e volevano farlo immediatamente!
Alla fine di un brano, dopo aver chiamato per radio uno dei miei ragazzi a sostituirmi in quel delicato compito, incrociai lo sguardo di Dolores che mi guardava preoccupata andare via dal mio posto, con lo sguardo le feci capire che ci sarebbe stato un altro al posto mio e mi voltai per scendere ed andare incontro a chi mi cercava.
Quella fu l'ultima volta che vidi quei due occhi meravigliosi, perchè quei tipi mi trattennero per tutta la durata del concerto e persino fino a quasi tutto il load out (che sarebbe quando gli artisti se ne vanno e si procede allo smontaggio dell'attrezzatura).
Avrei rivisto i Cranberries solo due anni dopo all'allora Palasport di Firenze, dove andai per accompagnare la mia fidanzata dell'epoca a cui piacevano molto ma non ebbi modo di incrociare nuovamente quei fieri occhi irlandesi e quello sguardo che tanto mi avevano colpito.
Perchè racconto tutto questo? perchè ieri Dolores O'Riordan se n'è andata, alla giovane età di 46 anni ed oggi, mentre sui social parte la stucchevole sequenza, da parte dei soliti personaggi privi della benchè minima delicatezza, che ci tengono a far sapere al mondo intero quanto la sua voce non gli piacesse, io ho invece ricevuto una inaspettata, quanto bellissima foto, che ci cattura assieme su quel palco; lei con il microfono tenuto tra entrambe le mani mentre sta cantando ed io alla sua sinistra (sulla destra nella foto), mentre a gambe larghe controllo che l'incolumità di questo scricciolo dagli occhi bellissimi e dalla voce meravigliosa, si perchè aveva una voce meravigliosa, sia salva.
...ed immagino che stia cantando proprio "Animal Instinct".
- foto di Dolores di Alcide Lucca 2000
- foto di Dolores e me scattata da Alessandra Corbelli
- Articolo tratto dal quotidiano "La Nazione" del 19 Luglio 2000
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