venerdì 15 giugno 2012

LUCA SAPIO "WHO KNOWS" (2012)

Può sembrare incredibile che un amante della Black Music (quella vera), come me, si innamori così di un disco di Soul (quello vero) inciso da un artista bianco e per di più italiano.E' quanto mi è successo ascoltando il nuovo album di Luca Sapio, cantante che già conoscevo e apprezzavo per il suo lavoro nei Quintorigo e, soprattutto, nei Black Friday.



Il disco si chiama “Who Knows” ed è stato registrato la dove il Soul nasce, negli Stati Uniti e più precisamente a New York. Le registrazioni sono avvenute “come si faceva una volta”, in analogico ed il risultato è davvero di quelli che lasciano a bocca aperta anche uno come me, che mastica Black Music dalla fine dei sixties.
Metto nel lettore il cd (attendo con ansia la pubblicazione in vinile, perchè l'assaporare questo piccolo gioiello deve essere fatto come si faceva un tempo, piazzando cioè il vinilone sul piatto) e parte il primo brano.
Primo brano che è anche il singolo di presentazione dell'album “How Did We Lose It”.Inizio con una chitarra acustica ed un arrangiamento che mi rimanda ad un brano (una cover) che ho amato molto, quella del grande Benny Latimore sull'album a suo nome del 1973; la cover del brano dei Buffalo Springfield “For What it's Worth”.La canzone è molto ma molto accattivante ed una volta finita ti fa venir voglia di rimetterla e rimetterla ancora.

Si nota subito, già dal primo brano, che questo è un lavoro curato sotto ogni aspetto; si nota la passione e l'amore dell'artista per un genere musicale e per il periodo di maggior fulgore che ha contraddistinto questo genere appunto.
Luca ha una bella voce calda e, soprattutto, si nota che ha un gran cuore.
“Remove My Coverings” è un'altro bel brano che, caratteristica questa di molti brani dell'album, quasi tutti, ti entra in testa per non uscirne più.
“Mother, Father” (ascoltate come pronuncia “Fatha...fatha” proprio come farebbe un coloured) è un brano che mi riporta alle atmosfere delle b-side dei singoli Black targati 1973-74; non chiedetemi il perchè ma è così! C'erano all'epoca delle b-side favolose che restavano spesso dei gioiellini nascosti, proprio perchè la stragrande maggioranza degli acquirenti dei singoli di allora si fermava all'ascolto del super hit del momento...non era evidentemente il mio caso; cercavo sempre di trovare delle gemme nascoste “dietro” al brano di successo e spesso era quello che accadeva.



Una bella ballata lenta “Wonder Why”, molto più sixties oriented, con i fiati che punteggiano il brano alla perfezione e Luca che da una versione sofferta del brano nella migliore tradizione Black; ragazzi, se non è puro Soul questo cos'è?
Mi piace molto questo aggiungere, non so se voluto o meno, ma mi piace pensare che sia voluto, quel tocco di “white sound” datato, quel suono cioè che era in possesso di Bands quali Blood Sweet & Tears, Chicago e persino Guess Who, alla voce di Luca e ad un sound generale, come ho detto, molto Soul oriented.
La traccia numero cinque “Packetful Of Stones” è significativa al riguardo.Non è insomma il prodotto di un bianco che cerca disperatamente di essere nero.L'impatto ed il suono, pur ricercando un groove tipico di quegli anni, è attuale e devastante e non fa assolutamente pensare alla classica operazione nostalgia; anzi.

Altra song molto bella è la successiva “So Hard Deal With You” dove Luca canta con una disillusione così strascicata che riesce a mischiare bianco e nero, un incrocio tra Soul ballad e certe ballate a cui ci hanno abituato alcune Rock Bands.In “Blinded By The Devil” la voce di Sapio mi ha ricordato al primo impatto quella di un altro grande cantante bianco che, negli anni d'oro era una vera e propria forza della natura: Roger Chapman dei Family.

Un cenno ai bravissimi Musicisti che accompagnano Luca Sapio in questa sua prima avventura: Mecco Guidi alle tastiere (rigorosamete “datate”) e Christian Capiozzo alla batteria; mentre il leggendario produttore Thomas “TNT” Brenneck ( Amy Winehouse, Cee-lo, Mary J. Blidge, D'Angelo tra gli altri) ha guidato alcuni membri dei Budos, The Extraordinaire e della Manahan Street Band a dare il loro apporto al suono del disco. Thomas e Bobby Biosh alle tastiere ed al basso.Oltre alle nove tracce originali, due oscure covers, a cui Luca ha saputo imprimere a forza il suo marchio: “Rosey” di Jim Sullivan, cantautore del sud della California, dalla voce che a tratti si avvicina a quella di Sapio e “Who Knows” di Marion Black, cantante Soul dell'Ohio, ambedue brani targati, non a caso, 1970.
Anche il nome dell'etichetta "Ali Buma Ye! Records" è per me motivo di bei ricordi; Ali Buma Ye era il grido con cui gli abitanti dello Zaire incitavano Muhammad Ali durante i suoi allenamenti in vista del suo match per il titolo mondiale dei pesi massimi che lo vedeva opposto all'allora campione in carica George Foreman il 30 ottobre 1974; match, denominato "Rumble In The Jungle", che poi Ali vinse in maniera sorprendente (da qui i miei piacevoli ricordi).
Disco dunque consigliatissimo a chi ama il caldo suono potente della Soul Music targata '60-'70.

sabato 14 aprile 2012

MR. BANANA BAND "Come From Here" (2012)

Toscana terra di Blues.
E' oramai assodato che la Toscana, complice soprattutto il Pistoia Blues Festival, che con 32 edizioni di grande musica ha contribuito a far nascere e crescere numerosi talenti, soprattutto sull'asse Pistoia-Prato-Firenze, è la regione più Blues d'Italia.
Uno di questi talenti, conosciutissimo nella nostra regione e soprattutto nella sua città, Prato appunto, dove è divenuto una vera e propria leggenda, grazie anche al fatto di essere da sempre il vero “Master of Ceremonies” delle infuocate jams che si tengono settimanalmente nella sua città è Marco “Banana” Pieraccini, chitarrista di rango che ha appena pubblicato il suo primo album.

Mr.Banana suona la chitarra fin dall'età di 15 anni dopo essere stato letteralmente “fulminato” dall'ascolto di una musicassetta live di Jimi Hendrix capitatagli tra le mani chissà come alcuni anni prima.
Lo ricordiamo in una precedente esperienza acustica assieme ad un altro bravo chitarrista, Joe Sintoni, in un progetto chiamato Beer Soaked Gittars basato su un robusto Blues rurale e Country Blues.



“Come From Here” è il titolo di questo bel disco, il primo inciso a nome della sua band, che ti aggredisce subito con la prima traccia “Rabbit's Mood”, un acceso strumentale che riporta a certi brani dell'indimenticato Stevie Ray Vaughan. Suono della chitarra (ovviamente una Fender Stratocaster, come da miglior tradizione del genere) bello pulito e fluido, punteggiato dall'Hammond del bravo Alessandro Solenni.
Il brano che apre le danze fa capire immediatamente di che pasta è fatto Mr.Banana e mette in chiaro a tutti che questo è un disco dove massicce dosi di quel Rock Blues che tanto amiamo non mancheranno.
Anche il secondo brano “The Genie Of The Lamp” non abbassa di un grammo il “tiro”. Marco canta con sicurezza, dimostrando anche di avere al suo arco una notevole voce molto personale, aiutato ai controcanti dalla brava Giada Martin Masoni; il brano con i suoi furenti stacchi e break scorre via che è un piacere e lascia immaginare la forza che può avere nella dimensione live.



Marco capisce che dopo due brani di tale potenza c'è bisogno di far tirare un po' il fiato agli ascoltatori e, come terza traccia, piazza un bel Blues.
Conosco il chitarrista da tempo e so che il Blues, quello bello “sentito”, è il genere in cui si trova pienamente a suo agio. “Blues It's Around Me” è il classico brano da ascoltarsi in macchina alle tre di notte girando per le strade di una città deserta, dove le cose, grazie alla luce della notte, assumono una prospettiva diversa e, con un brano così nello stereo, ti aiutano a sognare. Brano, a mio avviso, da cinque stellette.

Non c'è il tempo di riprendersi dalla magica atmosfera che il brano precedente ha creato che un'altro strumentale “When The Train Are Coming” ti aggredisce. Song questa che ricorda da vicino la “Rude Mood” di Vaughaniana memoria, dimostra ampiamente le doti in possesso del chitarrista pratese e ti fa venir voglia di salire immediatamente su quel treno che, appunto, sta arrivando.



“Mama Goose” è un bel brano, molto “roots”cantato a due voci da Marco e Giada, dove risalta il gusto del chitarrista in versione unplugged che in questa canzone suona una Takamine a cassa grossa, è la classica lite tra marito e moglie che alla fine si risolve...facendosi un po' di coccole a vicenda.
“Nobody Wants” è una ballad dal vago sapore Southern che fa pensare alla campagna, al sole e rimanda immediatamente alle belle foto di copertina del disco, con Marco che armato della sua chitarra, cammina su una striscia di asfalto in una assolata campagna.
“Biminuito” è un altro strumentale che vede ospite un bravo armonicista, il pratese Juri Pilgrim,
I due brani che concludono il disco, “I'm Trouble” un bel Blues e “You Don't Know My Name”, sono indicativi del suono corposo e pieno della chitarra di Mr. Banana.
Da sottolineare anche l'ottima Band che lo accompagna in questa sua prima avventura discografica: il già citato Alessandro Solenni alle tastiere, il bravissimo Marco Polidori al basso (già con Rudy Rotta e Nick Becattini) e Stefano Puccianti alla batteria.


In conclusione un bell'esordio su disco, che fa capire che il Rock Blues nella nostra regione è ancora vivo e vegeto ed in buone mani; per cui, sonnambuli, amanti del Rock Blues, beer drinkers (and hell raisers), l'appuntamento è con uno dei tanti live del biondo chitarrista toscano.



(La terza e la quarta foto della recensione sono state scattate da Giuliana Monti)

lunedì 19 marzo 2012

GENESIS- Piper 2000 di Viareggio- 20 Agosto 1972

Era la famosa Estate del 1972, Estate di cui ho già parlato a proposito del favoloso programma che il Piper 2000 di Viareggio aveva proposto proprio per quella sua ultima stagione (avrebbe poi chiuso definitivamente l'autunno successivo, cambiando nome e dedicandosi a tutte altre “attrattive”).
Come ogni Estate mi trovavo in vacanza in Versilia con mia Mamma, il Babbo, come quasi tutti i babbi all'epoca, restava a lavoro, venendo a trovarci solo nei fine settimana (caratteristica questa dell'Italia degli anni '60 e primi '70 a cui la mia Famiglia non sfuggiva).
Alloggiavamo all'Hotel Capri di Lido di Camaiore, praticamente a duecento metri dal locale che per me, fin dalla metà del decennio precedente, era un po' come il “paese dei balocchi”.
In quel locale, complice un mio cugino più grande che riusciva a farmi entrare grazie alle sue amicizie con il gestore di allora, io ragazzino di 11-12 anni, venivo parcheggiato ad un tavolo con una gazzosa in mano (mentre lui andava giustamente a tampinare le ragazzine ye-ye di allora) e mi guardavo i “complessi” che si esibivano su quelle luminosissime pedane.
Fu così che, tra cameriere vestite da conigliette di Playboy e personaggi che a me parevano usciti da un film di fantascienza, mi vidi : Patty Pravo. Mal & The Primitives, The Senate, Le Pecore Nere, I Four Kents, Thane Russal e molti altri.
Le sere che non riuscivo ad entrare, perchè magari mio cugino era uscito assieme ad una delle ragazzine conosciute dentro al locale, me ne stavo li fuori e con l'unghia grattavo la vernice colorata esterna delle vetrate e mi guardavo (e sentivo) i complessi che suonavano dentro.



Quell'estate però era diverso.Ero già più grande (16 anni) ed autonomo. Il favoloso cartellone che già ho descritto in un altro mio racconto sul Piper 2000 aveva visto in programma un cast a dir poco fantascientifico per l'epoca.
Praticamente tutto il Pop italiano era salito su quella stretta pedana ed in più gruppi come Patto, Van Der Graaf Generator, Amon Duul II, Amazing Blondel, Brian Auger, Audience vi si erano esibiti ed io non me ne ero perso praticamente nessuno.

Per il 20 di Agosto era annunciato però uno degli appuntamenti più attesi.
Come chiusura della stagione erano in cartellone i favolosi Genesis, all'epoca più famosi però da noi che non in patria.
Ricordo che all'epoca i concerti erano due, uno al pomeriggio ed uno alla sera (altri tempi, provate a pensare ai costi per un'operazione del genere al giorno d'oggi con un nome di questo tipo, addirittura impensabile).




Avevo acquistato l'album “Trespass” , il primo album dei Genesis che avessi acquistato, appena l'anno precedente.
Ricordo anche che alla radio avevo ascoltato la versione italiana (scritta da Claudio Rocchi) di un brano tratto da questo album, inciso da Ornella Vanoni. Il brano si chiamava “Un Gioco Senza Età” ed era la cover di “White Mountain”.

Ci avviammo al Piper molto presto, praticamente subito dopo pranzo. Ricordo che ero assieme all'Amico di sempre Ernesto De Pascale, Maurizio, Simona ed altri di cui adesso non ricordo.
Praticamente alle 14 eravamo già li seduti davanti al locale che avrebbe aperto la stretta porta (ricavata da uno “zero” della scritta 2000) attorno alle 16.
Il prezzo del biglietto, non vorrei sbagliarmi, era di 2.000 lire.
Rammento che Ernesto, che si portava dietro (e di questo, e molto altro, lo ringrazierò per tutta la vita) macchina fotografica e registratorino, ebbe la bella pensata dopo pochissimo di alzarsi in piedi...fu così che tutti si alzarono e cominciarono a spingere per avvicinarsi alla porta, dove noi eravamo praticamente schiacciati! Restammo in quella comoda posizione per ben un paio d'ore (era il 20 di Agosto!), finchè finalmente aprirono e ci catapultammo proprio sui primi gradini.
Il Piper infatti non aveva un vero e proprio palcoscenico rialzato, il palco era praticamente la parte più alta dopo alcuni gradini.



Quando arrivò Peter Gabriel tutti, ma proprio tutti, iniziarono a battere le mani e fu davvero emozionante averlo ad un metro di distanza. Con i capelli rasati sulla fronte dipinta d'argento, una calzamaglia nera ed il collanone enorme d'argento al collo. Personaggio androgino dotato di un carisma ed un fascino inimmaginabile per i dettami dell'epoca.
La band era posizionata con, dalla sinistra: Mike Rutheford seduto, con accanto un rack per chitarre e basso tutto scorticato, Steve Hackett seduto, Peter Gabriel al centro con davanti a se una cassa di una batteria, anch'essa mezza rotta, Phil Collins con una batteria Gretch anch'essa bella incerottata e Tony Banks all'estrema destra guardando il palco.
La cosa che mi parve strana fu che erano disposti schierati, cioè che non avevano la batteria dietro, come quasi tutte le altre bands, ma erano in linea.



Iniziarono il set pomeridiano con “Watcher Of The Skies”. Alla fine del brano, Peter presentò il brano successivo, ricordo che aveva un fogliettino in cui aveva scritto un'approssimativa traduzione in italiano delle sue parole: “... nuovo LP si chiama “Foxtrot”, it's called this track Can Utility and the Coastliners”. Una stupenda “The Fountain of Salmacis” (La Fontana di Salmacis, così Gabriel annunciò il brano) fino ad una stupefacente “The Knife” con tutti noi che urlavamo a squarciagola.



Finito il set,ricordo che faceva un caldo veramente incredibile, avevano aperto anche tutte le uscite di sicurezza laterali per permettere al pubblico di uscire e di far respirare un po' quelli rimasti dentro, pubblico che raggiungeva circa le 5-600 persone, visto che il locale non poteva ospitarne di più.
Ci ritrovammo fuori con i Genesis stessi a parlare del concerto appena concluso. Peter Gabriel aveva accanto a se una ragazza bellissima e, ricordo che ci demmo appuntamento per il secondo show che si sarebbe svolto di li a pochissime ore.
La particolarità dello spettacolo serale fu che eseguirono un brano, come bis, che non avevano mai eseguito dal vivo in precedenza e che, credo, sia rimasta una delle poche, se non l'unica volta che sia stata eseguita dal vivo, vale a dire “Harold The Barrell”.
Ricordo anche che Peter Gabriel si presentò con una rosa in bocca su “The Knife” che gli fu lanciata da un amico di Ernesto che era venuto al concerto assieme a noi e di cui non rammento il nome.



Particolarità di quell'evento fu che il giorno successivo, per i Genesis un day-off (cioè una data libera da impegni), fu disputata una partitella di calcio tra i Genesis stessi che furono prelevati dal piccolo alberghetto a due stelle dove alloggiavano (dietro al Principe di Piemonte) da alcuni fans, (tra cui Ernesto che il giorno successivo mi raccontò dell'episodio) e questi fans appunto.
Ernesto mi disse che i Genesis persero 3 a 0 e che non aveva mai visto degli inglesi giocare così male al calcio. Giocarono in sei contro sei sulla spiaggia e, prima della gara, si fecero anche alcune foto tutti assieme e Gabriel indossò, solo per le foto, il collanone d'argento sul petto nudo.
Non ricordo il perchè non partecipai a quella partita; la memoria a 40 anni di distanza a volte fa strani scherzi; probabilmente mi ritenevo già appagato dai due concerti e dalla chiacchierata fatta con loro in quella fantastica domenica di quel lontano Agosto.

So Long

(la foto dei Genesis è stata scattata da Ernesto De Pascale. La foto dell'esterno del Piper 2000 è stata scattata da Silvano Martini)

domenica 18 marzo 2012

BRUCE SPRINGSTEEN live in Bologna- Palamalaguti 18 Oct. 2002

Perchè parlo adesso, 10 anni dopo, di un concerto? Perchè le emozioni non hanno scadenza e, a volte, ritornano fuori in maniera prepotente e ti fanno rivivere le stesse sensazioni anche a 10 anni di distanza.
Basta poco per far si che una cosa come questa accada, in questo caso la scintilla che ha acceso il fuoco è l'uscita di un nuovo album del Boss (Wrecking Ball) del 6 Marzo scorso.
Generalmente Bruce è capace di scatenare in me, unico Artista capace, la voglia, nei giorni che precedono l'uscita di un suo nuovo disco, di riascoltare quasi tutta la sua produzione discografica e di “rivivere” sensazioni passate, forse per prepararsi alle nuove che ci donerà con il disco appunto e con il suo nuovo tour.



Erano giorni un po' particolari della mia vita; vivevo una storia d'amore piuttosto travagliata e, proprio in quei giorni, i momenti tra me e quella ragazza (una storia molto importante per tutti e due) non erano dei migliori ed avevamo preso la decisione di non frequentarci più, almeno per quel momento.
Presi dunque con molto entusiasmo la chiamata per occuparmi della sicurezza personale del Boss in occasione di quel concerto; era un modo per “staccare” un po' dai pensieri (non pensavo che invece Springsteen con la sua Musica che ha la capacità di toccare delle corde particolari dei sentimenti, mi avrebbe acceso ancora di più certi stati d'animo) ed inoltre avrei rivisto il Boss dopo moltissimo tempo, la mia ultima volta con lui risaliva infatti al 1988, “Tunnel Of Love Tour”, al Flaminio di Roma.

Era il “The Rising Tour”, il tour che accompagnava un disco che avevo amato moltissimo, in maniera viscerale e che l'estate precedente mi aveva fatto compagnia come soundtrack nella vacanza assieme alla mia ragazza ed alla mia Harley Davidson Road King 1.340 sulle strade della Sardegna che avevamo percorso in lungo ed in largo.
Caricai con me in macchina Edoardo, un “Bruce- Brothers” alla sua prima visita al Boss dal vivo e partimmo alla volta di Bologna in tarda mattinata.
Mangiammo i numerosi panini, farciti praticamente di tutto, che l'adorabile mamma di Edoardo aveva preparato e, con “Live at Winterland 1978” nello stereo ci sparammo i circa 100 km. Che ci dividevano dalla bella citta'.

Al Palamalaguti, dopo aver preso i contatti con la security del posto, feci la mia presentazione al responsabile della sicurezza di Springsteen, un personaggio davvero caratteristico.



Andrew Michael, detto Andy, che si occupava di coordinare, oltre che la sicurezza personale di Bruce, anche la sicurezza locale dei vari posti dove lui suonava.
Era un ex- culturista greco, però naturalizzato inglese, di 52 anni, rasato con un grosso paio di baffoni alla tartara, le braccia piene di vecchi tatuaggi e le mani piene di anelloni d'oro (tutte cose che lo rendevano piuttosto “simile” a me), piuttosto brusco nel modo di parlare e sbrigativo nei modi ma che, notai, mi prese subito in simpatia e notò la mia immediata capacità di sbrigare le cose che andavano fatte.
Mi portò quindi immediatamente nel backstage, dove salutai appena entrato un tranquillo “Big Man” Clarence Clemmons che, seduto su di una comoda poltrona, si fumava un enorme sigaro cubano, indossando un comodissimo kimono supercolorato. Andy mi fece dare un bel pass “all Areas” ed assieme andammo ad aspettare l'arrivo del Boss sulla strada posteriore all'ingresso del Palazzetto.

Mentre attendevamo l'arrivo e mentre arrivavano alla spicciolata le varie “personalità” italiane, tra le quali ricordo un fischiatissimo, da parte delle centinaia di ragazzi presenti al di la delle transenne che avevamo posizionato, Mario Luzzatto Fegiz, giornalista del Corrierone.
Andy mi parlava della vita assieme al Boss, che definiva una persona davvero per bene, mentre era un po' meno tenero nei confronti della signora Springsteen, Patti Scialfa che diceva essere il “vero Boss”!

Arrivo di Bruce, sorridentissimo, soundcheck e via nei camerini in attesa che il Palamalaguti si riempisse di Bruce-Brothers, cosa questa a dire il vero successe molto ma molto velocemente e poi ci fu l'attesa adrenalitica che precede ogni grande show.

Stavano per uscire; Andy riescì a farmi rischiare l'arresto almeno un paio di volte, facendomi tradurre (cosa che io feci ovviamente “purgando” un po' il tutto) le sue frasi ai funzionari della legge presenti, funzionari che lui non voleva assolutamente tra i piedi, giudicando assolutamente inutile la loro presenza li nel backstage. Mi diceva di dirgli letteralmente che se non se ne andavano da li io e lui li avremmo volati di peso fuori dal palazzetto!
Finalmente Bruce e gli E-Streeters, puntualissimi, uscirono dalle loro rooms e, in formazione quasi paramilitare, con Andy e le altre sue bodyguards alla sinistra del Boss ed io più altri della sicurezza locale alla sua destra, ci incamminammo al buio nel corridoio che dal backstage avrebbe portato al palco.
Bene, in quel momento accadde una cosa che mi fece capire ulteriormente la grandezza di quest'uomo e dell'immenso rispetto che egli nutre nei confronti del suo pubblico.

Stavamo appunto camminando lentamente nel buio, quando lui, alla testa della formazione, si fermò improvvisamente; stava guardando a terra e nessuno di noi capiva cosa stesse cercando. Io accesi immediatamente la piccola torcia elettrica che porto con me quando sto lavorando ed illuminai la punta dei sui stivali lucidi. Notai che uno di questi era sporco proprio sulla punta; porsi a Bruce un fazzolettino di carta, lui poggiò il piede su un gradino e pulì la punta del suo stivale, mi battè la mano sulla spalla e, guardandomi serio, mi disse: “ Grazie! Il mio pubblico è troppo importante perchè io possa presentarmi davanti ad esso con le scarpe sporche”!!!
Riuscite a comprendere quanto rispetto e quanta immensa umiltà ci sia in un piccolo gesto come questo fatto da un uomo che, per il suo pubblico, è vera e propria leggenda?




Il boato che lo accompagnò sul palco, come tutte le volte che lui sale su di un palco, è sempre qualcosa che resta impresso per la forza e la spontaneità con cui avviene. Il pubblico italiano è poi, da sempre, il suo “dodicesimo uomo” ed anche in quella occasione, in un posto abbastanza piccolo ma straripante di gente,per gli standard abituali dei suoi concerti non fece eccezione, anzi.

“The Rising”, “Lonesome Day” e, già la prima sorpresa: “Night” aprirono in maniera fantastica il concerto...ma fu la quarta canzone, l'inaspettata “Something In The Night”, che non eseguiva da tempo immemore, che Bruce toccò profondamente le corde delle mie emozioni. Ricordo che seguivo Bruce da sotto il palco durante le sue camminate avanti e indietro. Li, complice il fatto che la cantò quasi interamente da fermo davanti al microfono, mi pazzai a gambe larghe e leggermente piegato in avanti, per non disturbare i ragazzi del pubblico davanti a me...e iniziai a sentire le lacrime scendermi sul volto. Mi passò davanti agli occhi la mia storia d'amore ed il periodo che stavamo vivendo. “...Quando trovammo le cose che amavamo, erano morenti e distrutte nella polvere. Cercammo di raccattarne i cocci e allontanarci senza alcun rumore, ma ci hanno presi giù al confine e bruciato le nostre macchine in un'ultima battaglia e ci hanno lasciato correre bruciati ed accecati inseguendo qualcosa nella notte...”

Inutile fare la cronistoria del concerto, chi ha il dvd del live a Barcellona (perchè quello è il periodo) sa di cosa parlo. Bruce era in una forma stratosferica ed era il “Rising Tour”, un lungo tour bellissimo, assolutamente ai livelli dei suoi migliori.
Ricordo una “Born To Run” con ospite sul palco l'amico Elliot Murphy ed una “Thunder Road” con il suo ritorno sul palco, richiamato a gran voce dal pubblico, per eseguire il brano da solo al pianoforte. Assolutamente struggente.

Finito il concerto, dopo aver rimesso il Boss nella macchina che lo avrebbe riportato all'albergo, salutai con un abbraccio Andy, che purtroppo non avrei avuto occasione di rivedere nelle due successive occasioni in cui lavorai nuovamente con Springsteen (Firenze e Milano 2003), mi dissero infatti che non lavorava più con loro, “Chissà dov'è” furono le testuali parole di Frankie, l'attuale persona che ricopriva il suo ruolo, facendomi intendere che Andy era davvero un personaggio strano, per così dire “ai limiti”. Salutai i ragazzi della sicurezza bolognese e ripresi Edoardo, con cui ci avviammo alla macchina che ci avrebbe riportato a casa.

I concerti di Bruce Springsteen hanno il forte potere di lasciarti delle sensazioni particolari anche a ore e giorni di distanza. Fu così anche in quel caso, facemmo tutto il viaggio ascoltando quella, che anche se non era stata eseguita nel concerto che avevamo appena vissuto, ci sembrava la canzone perfetta per il mood che entrambi stavamo vivendo. Una delle ballate più sentite e struggenti del Boss: “New York City Serenade”.



Concludo con le parole che Edoardo mi ha scritto su facebook a distanza di dieci anni da quella esperienza, da quel viaggio e da quel concerto: “...Due momenti che a distanza di molti anni restano scolpiti indelebili nella mia mente e non è un caso...e al ritorno “New York City Serenade” con quell'intro di pianoforte che sembrava di viaggiare nel Lincoln Tunnel tra il New Jersey e New York, con il fumo che saliva dai tombini e dai vicoli scuri, non sembrava di essere nelle gallerie dell'Appennino e te che dicevi “che canzone...che canzone...”. Ero un ragazzino ma il mio amore per Bruce passa soprattutto per quella notte. Questi sono i Bruce-Brothers!”.
Cercammo di raccattare i cocci...e allontanarci senza alcun rumore.

sabato 17 marzo 2012

DAIKAIJU live at Controsenso, Prato 17/03/12

Il Controsenso a Prato è uno di quei locali che magicamente resistono all'incedere di questi tempi bui, omologati e massificati.
E' un piccolo club che può arrivare a contenere un paio di centinaia di persone, alle pareti le faccione dipinte di Jimi Hendrix, Bob Dylan, i Beatles e i Kiss ci guardano rassicurandoci, come a dirci “tranquillo, sei in un posto dove puoi ascoltare good music e provare good vibrations, a contatto con tuoi simili”.



E' un tipo di posto dove, ad esempio Tarantino avrebbe potuto girare qualche scena interna per qualche suo film, chessò “Death Proof” ad esempio.
In un angolo della sala c'è un piccolo palcoscenico dove ben tre volte a settimana si esibiscono Bands della realtà emergente italiana e straniera. Spesso si può aver la fortuna di scoprire piccoli gioiellini non ancora conosciuti e restare piacevolmente stupiti dalla qualità del live appena visto.



E' quello che è successo a me ieri sera quando, dopo un'ottima apertura da parte dei Plug & Play, duo nostrano sulla scia dei Black Keys, hanno infatti proposto un'infuocata versione di “Lonely Boy” della band di Akron, si sono presentati sul palco, con indosso maschere kabuki, quattro loschi ed inquietanti figuri.



Secret Asian Man e Dyamaxion Lee alle chitarre, Conflict Brain al basso e Mr. Nein alla batteria (questi i loro pseudonimi), sono quattro ragazzi (o forse anche ex ragazzi) dall'Alabama che dal 1999 si sono messi assieme ed hanno deciso di proporre un tipo di Musica che cerca di creare un'atmosfera molto particolare.
Definire la loro Musica non è semplice, innanzitutto è un sound completamente strumentale, suono da garage band in cui le due chitarre ed un synth producono un suono vorticoso che potremmo provare a descrivere come se prendessimo Dick Dale, The Shadows e li mettessimo in un frullatore assieme a qualche suono tratto da una soundtrack di Quentin Tarantino (tipo Pulp Fiction o Death Proof) e qualche colonna sonora di qualche Manga giapponese, accendessimo lo start e lo facessimo frullare alla velocità massima consentita.
Il pubblico viene investito da questa ondata di suono e trascinato in un trip musicale abbastanza particolare, aiutati a lasciarsi coinvolgere anche dai due chitarristi che non esitano a scendere in platea per trascinare letteralmente la gente presente.



Brani come “Escape From Nebula M Spacehunter”, “”Forcefield Lifts Over Neon City” o “Zombie Harem” sono indicativi del loro particolarissimo sound.
Finale con la Band che invita il pubblicoi presente a salire sul palco (finchè questo può contenerne) e loro sotto a terminare il set, poi lasciano gli strumenti in mano alla gente e via nei camerini.
Davvero un'ottimo viaggio musicale.



So Long

giovedì 15 marzo 2012

THE SHEEPDOGS

The Sheepdogs sono una delle nuove Bands che mi ha letteralmente conquistato.


Spesso sento dire che la Musica è finita, che non c'è davvero nulla di nuovo e che molte delle cose che ascoltiamo oggi sono soltanto dei rimasticamenti di cose già ascoltate in passato e che, quindi, non vale nemmeno la pena di mettersi a cercare qualcosa di nuovo. Si preferisce così, talvolta, rifugiarsi nel rassicurante ventre caldo e materno del suono del passato, nelle bands del passato e, cosa pericolosissima (lo dico soprattutto ai giovani), si cerca in qualche modo di “riviverlo”.
Niente di più sbagliato.
Ve lo dice uno che, quel passato che tanto amate e che cercate di rivivere, lo ha vissuto totalmente, acquistando i dischi al momento della loro uscita, seguendo quindi un ordine cronologico, che ha visto i concerti delle Bands di allora, con tutti i membri originali e non come adesso che si riformano con magari un solo membro della line-up originale, cercando di riportare in giro dei “nomi” che sono leggendari, con il solo risultato di sputtanarli, che ha visto nascere e crescere Bands che sono poi divenute vere e proprie leggende. Cercare di rivivere oggi quegli anni, con i tempi, i ritmi e le mentalità completamente diverse che ci sono adesso, può essere molto pericoloso, puo' farvi perdere il contatto con la realtà odierna e farvi perdere il buono che c'è, esiste ancora oggi. Basta aver voglia di cercarlo.
Il passato c'è, è li, pronto a darci stimoli per il futuro e sensazioni bellissime ancora oggi, ma non si deve perdere quella che era la preerogativa di noi giovani degli anni '70, quella cioè di scoprire cose nuove.



D'accordo, la produzione esagerata di oggi a volte può scoraggiare, però non bisogna abbattersi, anzi bisogna sempre di più “saper scegliere”, perchè di cose valide, molto valide, ce ne sono a bizzeffe anche in tempi odierni.

Questo è quanto devono, giustamente, aver tenuto a mente questi quattro ragazzi di Saskatoon, Canada mentre si son messi sotto con le loro composizioni: orecchio rivolto al passato ma sguardo diretto al futuro.
Sicuramente hanno ascoltato massicce dosi di Bands targate seventees, come Allman Brothers, Creedence Clearwater Revival e Guess Who, però hanno saputo, cosa non sempre facile, dare una nuova freschezza, una sorta di suono attuale ai loro brani.
Composizioni che hanno una loro personalità, una forte personalità, cosa questa che purtroppo spesso manca a molte Bands attuali ( e la durata dilatata di un cd non aiuta certo, a differenza delle Bands del passato che avevano le due misere facciate di un LP da riempire). Qui le composizioni ci sono e colpiscono subito, al primo ascolto.
Brani come “Learn & Burn”, “I Don't Get By”, “The One You Belong To”, “Please Don't Lead Me On” o “Southern Dreaming” (titolo esplicativo dei loro ascolti), tutte contenute nel loro ultimo disco “Learn & Burn”. Brani ad ampio respiro, canzoni che entrano immediatamente nella testa e fanno pensare a cosa possono diventare nella dimensione dilatata di un concerto, visto che la particolarità di questi Sheepdogs, a mio avviso, è quella di potersi trasformare senza alcun problema all'occorrenza in una Jam Band


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La formazione comprende: Ewan Currie dotato di una bella voce, alla voce appunto, chitarra e tastiere, Leot Hanson chitarra e backing voice, Ryan Gullen che suona un fantastico Rickenbacker con le dita, senza il plettro (e che suono pazzesco riesce ad avere il Rick se suonato con le dita!) e Sam Corbett alla batteria.
Di loro ho anche la registrazione del loro live del 2011 al Bonnaroo Festival, dove in una quarantina di minuti appena, riuscirono a conquistare completamente l'audience.

Ragazzi, non abbiate paura a cercare cose nuove da ascoltare, vi potrebbe capitare di scoprire Bands come gli Sheepdogs ed allora sarà una gioia, come facevamo noi, ragazzi dei '70, quando riuscivamo a trovare qualche nuova sconosciuta Band da proporre agli amici.
So Long

domenica 25 dicembre 2011

My Best Of 2011


Questi, tra gli innumerevoli ascolti dell'anno appena trascorso, sono gli albums che ho maggiormente apprezzato:

- "Low Country Blues"- GREGG ALLMAN
- "El Camino"- THE BLACK KEYS
- "Blessed"- LUCINDA WILLIAMS
- Man In Motion"- WARREN HAYNES
- "We Walk This Road"- ROBERT RANDOLPH AND THE FAMILY BAND
- "Pull Up Some Dust And Sit Down"- RY COODER
- "Jeff Bridges"- JEFF BRIDGES
- "The King Is Dead"- THE DECEMBERISTS
- "Smile Sessions"- THE BEACH BOYS
- "Lean & Burn (with bonus)"- THE SHEEPDOGS
- "Helplessness Blues"- FLEET FOXES
- "The Road From Memphis"- BOOKER T. JONES
- "The Whole Love"- WILCO

Concerto dell'anno:
ROBERT RANDOLPH AND THE FAMILY BAND- Lucca "Summer Festival" (Piazza Napoleone)
RAY MANZAREK & ROBBIE KRIEGER of THE DOORS- Pistoia (Pistoia Blues)
LIL' ED & THE BLUES IMPERIALS- Castel San Pietro (Castel San Pietro In Blues)